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16 marzo, 2026Migliaia di filmati popolano i social. Per imporre le loro narrazioni in un ambiente digitale alternativo. È la strategia ibrida dell’Iran per sacralizzare Khamenei
Un video di pochi secondi. Ali Khamenei cammina tra la folla, sorride, accarezza dei bambini, sfila il suo anello e lo porge a una donna. Nella tradizione sciita quegli anelli sono oggetti di benedizione e fede. La musica è commovente, il montaggio impeccabile. Della repressione sistematica esercitata dal regime per decenni non resta traccia. In altri reel Donald Trump viene accostato agli Epstein files e a un Occidente corrotto e predatorio. Khamenei è il puro, il resiliente, l’uomo solo che sfida gli eserciti del mondo.
Dall’avvio dell’Operation Epic Fury il 28 febbraio, i raid congiunti di Stati Uniti e Israele hanno colpito basi operative, centri di comando, impianti di armamenti e strutture usate dal regime per il controllo interno. Teheran ha risposto colpendo Israele, lanciando missili e droni contro Paesi del Golfo e obiettivi statunitensi in Iraq, e attaccando navi nello Stretto di Hormuz. NetBlocks ha rilevato un blackout digitale quasi totale, con la connettività crollata all’1 per cento dei livelli ordinari. La morte di Khamenei ha aperto una crisi di successione. Il regime ha annunciato un nuovo leader che è già nel mirino di Israele. Un Paese che non può vincere sul campo cerca di sopravvivere sul piano ideologico.
È in questo vuoto che prosperano migliaia di reel su Instagram e TikTok. Un’analisi condotta, con l’Italian Digital Media Observatory, su una selezione di circa 400 profili Instagram e 3mila contenuti pubblicati tra il 28 febbraio e l’8 marzo rivela schemi difficili da attribuire alla spontaneità. L’analisi si basa su dati di profili pubblici suggeriti dagli algoritmi di raccomandazione della piattaforma e su una valutazione qualitativa dei contenuti. Oltre mille rimandano direttamente al nucleo tematico Iran-Israele-Khamenei. I profili, quasi mai verificati e creati da poche settimane o giorni, seguono pochissimi account, spesso nessuno, e pubblicano a ritmo elevato senza quasi mai interagire con altri utenti. I contenuti da cui ripartono hanno già milioni di visualizzazioni. Alcuni profili rimandano ad agenzie di comunicazione in lingua russa. Non si comportano come persone che abitano una rete sociale. Si comportano come nodi di distribuzione.
Le bio lo confermano. Descrizioni identiche replicate in più lingue, abbinate a simboli religiosi, slogan identitari, video tributo, clip sportive, meme su una imminente terza guerra mondiale, contenuti pop. L’ibridazione è deliberata. Il messaggio politico si nasconde dentro un flusso che assomiglia all’intrattenimento o alla devozione, raggiungendo utenti che non starebbero cercando notizie sull’Iran.
La tecnica è più raffinata di quanto sembri. Accanto ai reel sulla guerra compaiono lunghi blocchi testuali su argomenti apparentemente neutri, le piastrelle piezoelettriche di Shibuya, i treni supersonici giapponesi, pinguini “nichilisti”, ripetuti quasi identici in arabo, urdu, persiano, inglese, francese, italiano, russo, cinese e coreano, sempre abbinati a hashtag come #iran, #ww3, #khamenei, #alleyesoniran. L’obiettivo non è argomentare, ma agganciare temi che l’algoritmo premia, aumentando la probabilità di distribuzione. È un modo di occupare il feed, non di convincere.
Le narrative più veicolate sono tre. La prima è la resistenza: l’Iran come vittima di potenze oppressive, militarmente inferiore ma moralmente integro. La seconda è la sacralizzazione di Khamenei, non più politico ma guida spirituale, martire, figura protettiva destinata a tornare. La terza è religiosa e transnazionale: sciismo, Ummah, difesa della comunità musulmana globale. È il frame più ambizioso, perché non si rivolge allo Stato-nazione ma a un “noi” diffuso, costruito con simboli identitari capaci di mobilitare pubblici diasporici e religiosi ben oltre i confini iraniani.
Questo tipo di operazione ha precedenti documentati. Meta ha attribuito comportamenti analoghi al network Storm-2035, monitorata anche da Microsoft e OpenAI tra il 2018 e il 2025. Una delle reti iraniane di operazioni di influenza più prolifiche, orientata ad amplificare la percezione della forza militare di Teheran e a rendere più difficile una valutazione precisa dei danni sul campo. L’Unione europea le chiama Fimi (manipolazione e interferenza straniera) per descrivere la costruzione di un ambiente informativo alternativo, fatto di account coordinati, siti satellite, proxy e contenuti progettati per orientare le percezioni su scala globale.
Secondo analisti internazionali gruppi come Handala Hack Team, Cyber Islamic Resistance e APT IRAN operano in parallelo, combinando intrusioni informatiche, rivendicazioni pubbliche, leak e propaganda in un ecosistema ibrido in cui il cyber e la narrazione sono due facce della stessa strategia. Si tratta di una progressione in tre fasi: distorsione immediata del racconto con rivendicazioni gonfiate, attivazione di reti coperte, deterrenza psicologica di lungo periodo con contenuti emotivi generati dall’intelligenza artificiale, rivolti sia al pubblico internazionale sia alla popolazione iraniana. È quella che alcuni definiscono escalation orizzontale. Non solo missili e proxy, ma storytelling, cyber e battaglia per il significato del conflitto.
Su alcuni canali dove i contenuti si fanno radicali circolano martirio, jihad e le parole di Mohsen Araki, membro dell’Assembly of Experts, l’organo autorizzato a nominare e destituire la Guida Suprema: «Se la nostra guida sarà colpita dagli Stati Uniti o dal regime sionista, dichiareremo una jihad totale… obbligatoria per ogni musulmano. Anche contro Francia, Regno Unito e Germania».
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