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17 marzo, 2026A dieci anni dalla morte dell’attivista honduregna, un’inchiesta internazionale ricostruisce la rete di complicità tra banche e governo che ha portato al suo omicidio
Gustavo Castro si è finto morto nella speranza che i sicari non infierissero su di lui. Il suo orecchio sanguinava mentre l’immagine dell’uomo che gli aveva appena sparato lo tormentava e, nell’altra stanza, rimbombavano i colpi che uccidevano Berta Cáceres, attivista indigena honduregna e sua amica di lunga data.
Di lei Castro ricorda il coraggio, la coerenza, la tenacità e una grande capacità di analisi politica. «Camminava sempre con la sua gente, con il popolo indigeno lenca. La sua azione non si deve intendere come individuale né separarla dall’organizzazione di cui faceva parte: Berta non sarebbe esistita senza il Consejo cívico de organizaciones populares e indígenas de Honduras (Copinh)», dice.
Gustavo Castro è coordinatore della ong messicana Otros Mundos e in quei giorni si trovava in Honduras per dare un corso al Copinh, di cui Cáceres era leader e cofondatrice. Rimase ospite a casa dell’amica che non vedeva da anni e, prima di ritirarsi nella sua stanza, rimase a chiacchierare in veranda con lei.
Era la notte tra il 1 e il 2 marzo 2016. Se avesse vissuto due giorni in più, Berta Cáceres avrebbe compiuto 45 anni. Era madre di quattro figli.
A dieci anni dall’uccisione di Berta Cáceres, l’inchiesta del Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (Giei), nominato dalla Commissione interamericana dei diritti umani, ha portato alla luce le responsabilità nel crimine di alcune istituzioni finanziarie internazionali come la banca olandese Fmo, la finlandese Finnfund e la Banca centroamericana di integrazione economica (Bcie): il 67 per cento del credito ottenuto da queste banche per la costruzione del progetto idroelettrico Agua Zarca dell’azienda locale Desarrollo Energéticos (Desa) – più di dieci milioni di euro – sarebbero stati dirottati per «creare un contesto di minacce e violenza» nei confronti dell’opposizione al megaprogetto portata avanti da Copinh, e per poi pagare i sicari che in quella notte di dieci anni fa hanno ucciso Berta Cáceres.
Nel 2011 Desa iniziò i lavori di costruzione della centrale idroelettrica sul fiume Gualcarque senza il consenso – indispensabile secondo vari trattati internazionali – delle comunità indigene della zona, distruggendo campi coltivati e restringendo l’accesso al corso d’acqua, che è sacro per il popolo lenca. I villaggi che sono parte del Copinh si organizzarono e bloccarono l’entrata dei macchinari, impedendo la costruzione dell’opera. Desa e lo Stato risposero con la repressione e nel 2013, durante una protesta pacifica, un soldato sparò al militante di Copinh Tomás García, assassinandolo.
«Dei fiumi il popolo lenca è custode ancestrale, protetto dagli spiriti che ci insegnano che dare la vita in loro difesa è dare la vita per il bene dell’umanità e di questo pianeta. Sveglia! Sveglia umanità! Non c’è più tempo», disse Cáceres nell’aprile 2015, quando ricevette il prestigioso premio ambientale Goldman, considerato come “il Premio Nobel verde”.
Un documento pubblicato recentemente dalle Nazioni Unite afferma che le aziende e le banche hanno responsabilità sempre maggiori negli episodi di violenza a danno delle persone che difendono il territorio nel mondo.
Nel caso del Copinh e di Berta Cáceres, il Giei assicura che in Honduras si è creata una struttura criminale formata dalle istituzioni finanziarie internazionali, Desa e dal governo honduregno. Quando Cáceres è stata uccisa, il Paese centroamericano era presieduto dall’ultraconservatore Juan Orlando Hernández, che nel 2024 è stato condannato per narcotraffico negli Stati Uniti e poi indultato dal presidente Donald Trump.
Il report finale degli esperti indipendenti, pubblicato nel gennaio 2026, afferma che il governo honduregno era a conoscenza del piano per uccidere Cáceres già due mesi prima dell’omicidio e non si è mosso per evitarlo. «Con l’omicidio di Berta si cercò di rompere la resistenza contro il progetto idroelettrico Agua Zarca. È stato un crimine politico», afferma il Giei, che sottolinea anche la dimensione misogina e razzista del crimine.
Cáceres e Thomas García non sono gli unici membri del Copinh che sono stati uccisi: nel 2024 è toccato a Juan López, freddato in macchina mentre usciva da una chiesa. «Siamo nella mira dei sicari, le nostre vite pendono da un filo», disse poco prima di morire Berta Cáceres. Da tempo era vittima di minacce e denunciava quanto fosse comune in Honduras tra le persone che, come lei, difendono la terra, il territorio e l’ambiente.
Per Gustavo Castro, il coinvolgimento dello Stato honduregno nella morte della leader indigena è stato immediatamente evidente. Da subito sono iniziati i depistaggi delle indagini e il tentativo di presentare il crimine politico come “passionale”: quando gli chiesero di fare un identikit del sicario, Castro notò che qualsiasi indicazione desse l’uomo mandato dalla Procura disegnava un volto che aveva le sembianze dell’ex compagno di Cáceres, anche lui membro del Copinh.
L’attivista messicano temeva che gli assassini si volessero liberare di lui, unico testimone oculare dell’omicidio. «Avevo paura che le autorità mi volessero far sparire», ripete in varie occasioni durante l’intervista, in cui racconta del tentativo di avvelenamento subito in hotel da suo fratello, che lo aveva raggiunto in Honduras per non lasciarlo da solo, delle forti pressioni e manipolazioni a cui fu sottoposto dalle autorità subito dopo il crimine, e di quando nell’aeroporto della capitale Tegucigalpa fu circondato da alcuni agenti della Procura, che «spuntarono dal nulla» per impedirgli di lasciare il Paese. «Protezione consolare!», gridarono l’ambasciatrice e il console messicano, circondandolo con le braccia, quando quegli uomini li bloccarono.
La persecuzione è continuata anche nei mesi seguenti in Messico: lo hanno cercato persino all’uscita di scuola dei suoi figli e una volta l’Esercito si è presentato nel suo ufficio. Alla fine, per proteggere la sua sicurezza e quella della sua famiglia, Castro ha deciso di esiliarsi due anni in Spagna, dove partecipava a conferenze ed eventi pubblici in cui raccontava della situazione in Honduras e della lotta di Berta Cáceres.
L’attivista messicano ha presentato una denuncia contro il governo dell’Honduras presso la Commissione interamericana dei diritti umani, per gli errori di procedimento e le torture psicologiche subite nel mese successivo all’omicidio di Cáceres, quando le autorità lo obbligarono a rimanere in Honduras contro la sua volontà. «Esigo che il governo honduregno riconosca pubblicamente quello che mi ha fatto; il riconoscimento sarebbe per me una forma di riparazione del danno», dice.
Castro afferma anche che non è ancora stata fatta giustizia, malgrado alcuni responsabili dell’omicidio di Berta Cáceres siano già stati condannati, tra di loro il presidente esecutivo di Desa David Castillo.
«Non penso che il nuovo governo honduregno (presieduto da Nasry Asfura, appoggiato da Donald Trump) farà caso alle raccomandazioni del Giei, che esorta lo Stato ad approfondire le responsabilità penali dell’élite economica honduregna e dei funzionari pubblici. In ogni caso, sono convinto che l’inchiesta indipendente fornisca un forte sostento alla lotta per la giustizia per Berta e permette di mantenere vigente la pressione mediatica», afferma.

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