La mediazione voluta dall'ex segretario dell'Onu e dalla Lega Araba non funzionerà. Ma convincerà Russia e Cina che il regime di Assad deve cambiare

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Mentre il bilancio dei morti in Siria supera la soglia delle 10 mila vittime, e molti di più sono i feriti e i siriani rinchiusi in carcere, la crisi non pare prossima a risolversi. Anche se il regime ha perduto il controllo di molte aree del Paese, è tuttora molto forte e potrà sopravvivere per molti mesi ancora. Forse anni. Oltretutto, sebbene la rivolta sia estesa e tenace, l'opposizione resta divisa e disorganizzata. I paesi arabi, la Turchia e l'Occidente hanno esercitato pressioni politiche ed economiche sul regime di Assad, ma sono rimasti riluttanti a dare il via libera a un intervento militare. La Lega Araba e le Nazioni Unite hanno appoggiato il piano di mediazione di Kofi Annan finalizzato a porre fine agli scontri e riportare tutte le parti al tavolo delle trattative.

Il piano di Annan sta già mancando l'obiettivo, eppure si basa su un giusto mix di pressioni e di iniziative politiche e deve essere sostenuto e rafforzato sul lungo periodo per costringere il regime a un compromesso e scongiurare il rischio che la Siria precipiti nella devastazione e nella guerra civile totale.

Senza ulteriori pressioni, il regime non scenderà a compromessi. Senza una soluzione politica che faciliti l'uscita dal regime per i leader, questi ultimi combatteranno fino alla morte, trascinando con sé l'intero Paese. L'elemento cruciale per aumentare le pressioni sul regime di Assad consiste nel convincere Russia e Cina che l'allontanamento del presidente Assad e dei suoi sodali da Damasco è l'unico criterio per evitare che l'intero regime precipiti e che la Siria vada incontro alla rovina completa. Come Washington a suo tempo comprese che l'allontanamento di Mubarak sarebbe stato determinante per salvare lo Stato egiziano alleato, così Mosca dovrebbe comprendere ora che per conservare l'alleanza con la Siria deve obbligare il regime a cambiare.

Il lancio e il probabile fallimento dell'iniziativa di Annan sono un passo indispensabile per convincere Mosca e Pechino che Damasco sta agendo in malafede, e per far sì che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aumenti la pressione sul regime di Assad. In merito a ciò, si dovrebbero inasprire le sanzioni politiche ed economiche e potrebbe rendersi necessario prendere in considerazione la creazione di uno stretto corridoio o di una no-fly zone nella Siria settentrionale. Solo se riceverà un messaggio chiaro e più forte da parte di una comunità internazionale coesa, Damasco inizierà a prendere in seria considerazione la necessità di trattare e trovare un compromesso. Se invece il regime di Assad continuerà a cacciarsi da solo sempre più nei guai e a isolarsi maggiormente dalla comunità internazionale, l'Iran potrebbe anche convincersi che per salvare dal disastro assoluto il suo alleato sia necessario spingerlo al cambiamento e avviare un nuovo corso politico alleandosi con i suoi nemici interni.
Per essere realmente accettabili, un compromesso e una exit strategy con la Siria dovrebbero necessariamente contemplare tutti i seguenti elementi: l'allontanamento del presidente Assad, dei suoi famigliari più stretti e dei suoi collaboratori; la nomina di un nuovo presidente a interim; la garanzia alla comunità alawi e alla leadership militare che continueranno ad avere una collocazione precisa nella nuova Siria; un governo di transizione in grado di coinvolgere tanto l'opposizione quanto il partito Baath; la redazione di una nuova Costituzione democratica; lo svolgimento di elezioni per un nuovo parlamento e un nuovo presidente.

Le probabilità che la Siria arrivi a una soluzione negoziata e senza scossoni sono scarse, ma l'alternativa è peggiore e avrebbe ripercussioni che sfocerebbero in uno Stato fallito e in una guerra civile. La comunità internazionale dovrebbe pertanto continuare ad appoggiare e sostenere il piano di Annan, e passare in seguito a sanzioni più rigide qualora tale iniziativa fallisse, pur continuando a offrire alla leadership del regime una exit strategy e allo Stato e all'opposizione la possibilità di negoziare un nuovo corso per una nuova Siria.
traduzione di Anna Bissanti

Paul Salem è direttore del Carnegie Middle East Center a Beirut in Libano

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