Il vento della rivolta nel mondo arabo ha raggiunto la Siria. I manifestanti hanno sfidato lo stato d'emergenza, in vigore da quando il partito Baath prese il potere nel 1963, e la repressione ha provocato decine di morti in molte città. Il presidente Bashar el-Assad, figlio del defunto Hafez, è intervenuto per allentare le tensioni, denunciando che all'origine dei tumulti c'è un complotto straniero. Ma non ha annunciato l'attesa apertura.
Senza alcun dubbio, se potessero votare in piena libertà i siriani si libererebbero del Baath, della dinastia degli Assad e della polizia politica. Ma un sollevamento popolare in Siria e un cambiamento di regime come al Cairo non paiono possibili. Bashar el-Assad, salito al potere nel 2000, dovrebbe restarvi. All'inizio del regno aveva dato di sé l'immagine del riformista, ma ha tenuto a ricordare ora di essere soltanto lui a decidere con che ritmo cambierà il Paese.
La Siria, povera di risorse energetiche, ha a suo vantaggio la geografia e la storia. In un'intervista premonitrice rilasciata al "Wall Street Journal", Bashar il 31 gennaio aveva dichiarato: "Da un'ottica geografica e storica, la Siria si colloca al centro del Medio Oriente". Aveva ragione.
In tutte le questioni cruciali - Israele, Palestina, Turchia, Egitto, Iraq, Iran e, naturalmente, Libano - Damasco ha da dire la sua. Quando ha preso la parola di fronte al Parlamento siriano, due mesi dopo questa intervista, Bashar lo ha fatto con la sicurezza di colui che si considera un protagonista: perché più utile ancora in campo che messo fuorigioco come Mubarak e Ben Ali da un mix di collera araba e interessi occidentali.
La Siria ha in comune con Israele una frontiera fortemente contesa. Lo Stato ebraico nel 1967 conquistò, e poi annesse nel 1981 le alture del Golan. Si tratta di una località strategica, situata a meno di 80 chilometri da Damasco, che oggi funge da autentico serbatoio d'acqua per lo Stato ebraico. Il regime siriano ha fatto della restituzione di quelle alture la premessa per qualsiasi negoziato di pace. Varie generazioni di segretari di Stato o di emissari americani si sono succedute negli anni nella capitale siriana per dare ascolto alle recriminazioni di Hafez prima e di Bashar poi. Ma nulla è cambiato.
Dalla fine della guerra del 1973, in quella regione i siriani non hanno mai aperto il fuoco. La Siria ha imparato a sue spese di non essere in grado di scontrarsi con lo Stato ebraico. Per Assad la guerra non è più un'opzione. L'"Operazione Frutteto" l'ha dimostrato ancora una volta in modo palese: il 6 settembre 2007, a mezzanotte, aerei israeliani hanno bombardato alcune installazioni siriane a Der ez Sor, 450 chilometri a nordest di Damasco, senza incontrare resistenza alcuna. Israele ha affermato di aver voluto colpire un reattore nucleare in costruzione. Damasco ha smentito. Il presidente è apparso in tv per minimizzare le accuse israeliane, non per incitare alla vendetta.
Medesima è la situazione nei confronti del Libano. La Siria intervenne nel 1976, e nel 2005 dovette andarsene per le pressioni internazionali. Damasco ha sempre cercato di evitare che una fazione locale provocasse una reazione israeliana tale da implicarla direttamente.
Quando nel 2006 l'esercito dello Stato ebraico ha cercato di sbaragliare una volta per tutte Hezbollah che l'aveva provocato, Damasco si è unita al coro delle critiche internazionali, ma non è scesa in campo. La reazione devastante di Israele non ha spazzato via Hezbollah, tuttavia ha dimostrato che Israele è pronto a colpire un Paese intero pur di infliggere una punizione a una fazione troppo incauta. Quella lezione è stata assimilata da Damasco. A meno di due anni dagli eventi dell'estate 2006, il 13 febbraio 2008 un'esplosione ha sconvolto il cuore della capitale siriana. La deflagrazione ha distrutto un fuoristrada e dilaniato il conducente. L'obiettivo colpito era Imad Mugniyeh - la bestia nera di Mossad e Cia, la mente che aveva progettato la presa degli ostaggi in Libano, che aveva trasformato il Partito di Dio in una macchina da guerra - assassinato in pieno centro a Damasco.
Questa neutralizzazione del fronte siriano nei confronti di Israele è uno dei pilastri della strategia americana in Medio Oriente, proprio come il congelamento del confine del Sinai tra Israele ed Egitto. Quando gli Stati Uniti hanno dovuto predisporre la fuga di Hosni Mubarak, hanno potuto contare sull'esercito egiziano perché fosse garantita la tranquillità. L'uomo forte del nuovo regime al Cairo - il generale Sami Anan - del resto è un beniamino del Pentagono. In Siria, però, non esiste l'opzione di un militare di fiducia di questa tempra. Gli Stati Uniti infatti non hanno potuto allacciare rapporti di partenariato con i siriani, e non possono garantire a Israele una transizione indolore in Siria.
Le possibilità di assistere a un'affermarsi di gruppi estremisti ostili allo Stato ebraico sono dunque molto concrete, e a fronte di questo rischio l'unica opzione possibile per Washington e per Gerusalemme resta Bashar.
La Siria si è poi assicurata un partner in grado di darle quello spessore strategico che le manca: l'Iran. Questo rapporto di collaborazione si è andato rafforzando durante la guerra tra Iraq e Iran, dal 1980 al 1988, quando la Siria era l'unico alleato arabo di Teheran. Questo allineamento si spiega con la rivalità tra Hafez el-Assad e Saddam Hussein. E non solo: per il "Leone" di Damasco, la guerra scatenata da Baghdad si rivelò un uragano che spazzò via le speranze arabe di schierare un fronte compatto contro lo Stato ebraico.
A due anni dalla fine di quel conflitto, Hafez credette di potersi tirare fuori dai guai prendendo parte alla coalizione che avrebbe scacciato Saddam Hussein dal Kuwait. Pensava che da quella partecipazione sarebbe derivato un impegno più risoluto degli Stati Uniti a fungere da intermediari imparziali per una risoluzione globale tra arabi e israeliani. Il processo di Madrid fu avviato nell'ottobre 1991, ma neppure quel nuovo tentativo andò a buon fine. E i siriani si sentirono traditi.
Ecco perché Bashar ha accolto con prudenza le recenti aperture di Washington.
Dietro il riavvicinamento, in atto dal 2009 con il ritorno a Damasco di un ambasciatore americano, si profila un obiettivo dichiarato dai consiglieri di Obama: ottenere da Damasco una rottura reale e definitiva con Teheran, in cambio di una normalizzazione dei rapporti con gli Usa e, forse, di un accordo sul Golan con Israele. Invece di cedere a questa prospettiva, il regime di Damasco l'ha girata a proprio vantaggio, sfruttando il proprio ruolo di intermediario obbligato per adoperarsi a favore di un'apertura del dialogo tra Stati Uniti e Iran.
Conoscitrice della storia nazionale e regionale, la leadership siriana sa che potrà sopravvivere soltanto rendendosi indispensabile. Mubarak e Ben Ali erano diventati alleati imbarazzanti per gli Stati Uniti e l'Europa. Gheddafi è tutt'altro che indispensabile. Con Assad "finisce la primavera araba", ha scritto di recente Robert Fisk, esperto conoscitore della regione. Ce ne si può anche rammaricare, ma è la verità.
Damasco sa che il tempo scorre lento. Il presidente Hafez era solito farlo presente a chi gli faceva visita. Il figlio non ha dimenticato la lezione paterna. Il caos in Libia, le agitazioni nello Yemen costituiscono un'anteprima di quella che potrebbe diventare un'esplosione incontrollata. Bashar ha dedotto questa lezione dalle rivolte arabe: "Se non si è compreso il bisogno di varare delle riforme prima degli avvenimenti in Egitto e Tunisia, è troppo tardi per farlo. Se d'altro canto si varano riforme giuste soltanto a causa di ciò che è accaduto, si tratta di una semplice reazione. E proprio per questo si fallirà nell'intento".
I siriani conoscono bene la storia e si ricordano di Hama: nel 1982 Hafez el-Assad assediò la cittadina e massacrò ventimila abitanti per reprimere una rivolta dei Fratelli Musulmani. Suo figlio non ripeterà quel massacro, ma prima di cedere il potere dispone ancora di tutti i mezzi per farsi temere.
traduzione di Anna Bissanti
Jacques Charmelot, profondo conoscitore del Medio Oriente, ha appena scritto il romanzo "Kerbala" (Rizzoli)