
Avremmo dovuto ricordare la forte affermazione di principio di Luigi Einaudi, che scriveva nel 1918: dobbiamo "distruggere e bandire per sempre il dogma della sovranità perfetta. La verità è il vincolo, non la sovranità degli Stati... La verità è l'interdipendenza dei popoli liberi, non la loro indipendenza assoluta". E rammentare anche ciò che Fernand Braudel ha detto di questo Paese: "La Francia si chiama diversità". Ma viviamo in un'epoca in cui la crisi tende a sospingere verso la regressione, la paura e la chiusura delle porte. Sono stati evocati anche i confini. Ma non nel senso in cui impediscono la costruzione di muri, bensì in quello dell'identità nazionale che spinge ciascuno ad asserragliarsi in casa propria e a respingere chiunque bussi alla porta. Il nuovo presidente avrà molto da fare per restaurare l'immagine della Francia come terra d'asilo e patria dei diritti umani.
Il grande sociologo Edgar Morin vuole andare oltre e ha chiesto a François Hollande di inserire questa frase nella Costituzione: "La Francia è una Repubblica, una e indivisibile, ma anche multiculturale" ("Le Monde", 5 maggio 2012). E ha suggerito di riconoscere la diversità che feconda le culture da integrare. Un obiettivo ambizioso. Staremo a vedere quel che verrà fatto a questo proposito.
La Francia si trova più che mai di fronte al suo destino: non è più una potenza coloniale, non ha più molta influenza culturale nel mondo, è meticcia. Il suo paesaggio umano è multicolore, la sua lingua è diffusa in diversi continenti, ma non ha saputo o voluto voltar pagina dopo la guerra d'Algeria, di cui si celebra quest'anno il cinquantesimo anniversario dell'indipendenza. La ferita rimane aperta, ancora viva, da una parte e dall'altra. È stata una guerra atroce, barbara. E la memoria non si spegne.
La Francia ha assimilato senza clamore l'immigrazione asiatica così come a suo tempo quella italiana, spagnola e portoghese prima dell'ultima guerra. Con i maghrebini invece ha problemi. L'Islam fa da blocco. La campagna contro la carne halal (macellata secondo il rito musulmano) è stata fonte di pregiudizi e di esclusione. È con l'Islam ridotto al burqa (peraltro estraneo alla sua tradizione), al fanatismo dei terroristi di Al Qaeda, a una stupida caricatura, che si incute paura ai francesi e si cerca di vincere le elezioni.
La verità è che dei giovani francesi, figli di immigrati, non sono stati riconosciuti e non hanno trovato il loro posto in questa società. E questo li induce a fare dell'Islam la loro identità, la loro bandiera e la loro battaglia. Si tratta solo di poche centinaia, che bastano però a scatenare un'islamofobia sempre più dichiarata. Gli immigrati dovrebbero reagire, far sapere che questi elementi devianti non li rappresentano e sono manipolati da agenti reclutatori provenienti dall'estero o addestrati in loco. L'Islam è la seconda religione in Francia. Ed è del tutto normale che venga praticata nel quadro del rispetto delle leggi di questo paese. Tutte le religioni hanno i loro fanatici. Ma sono soltanto i musulmani che fanno rumore e disturbano una società laica. Spetta a quelli sinceri, credenti e pacifici, il compito di ricondurli alla ragione e alla calma. Questa è la via che la Francia dovrebbe seguire fornendo all'Islam pacifico i mezzi per esprimersi e per rassicurare. L'Italia farebbe bene a studiare il caso francese e a prevenire quel che potrebbe accadere sul suo territorio.
traduzione di Mario Baccianini