I figli degli alti papaveri hanno messo in piedi lucrosi commerci grazie agli agganci politici. E la loro ricchezza aumenta

È risaputo che i regimi autoritari si mantengono al potere per lo più occultando le malefatte degli alti papaveri. Ma quando quei regimi sono travolti dagli scandali gli scheletri escono dagli armadi, aprendo allo sguardo un mondo di cupidigia e corruzione.

Sull'onda del caso Bo Xilai in Cina, la stampa occidentale ha indagato sugli affari dei figli dei massimi vertici del partito e i risultati confermano i sospetti da lungo tempo nutriti dagli osservatori, ossia che i cosiddetti "principini" hanno accumulato impressionanti patrimoni sfruttando gli agganci delle loro famiglie.


Dalle inchieste dei grandi giornali occidentali risulta che la prole dei vertici governativi cinesi nella quasi totalità dei casi si è arricchita a dismisura (si parla come minimo di decine di milioni di dollari) con mezzi discutibili. Alcuni rampolli operano come intermediari per le banche di investimento occidentali intenzionate a sottoscrivere offerte pubbliche iniziali per le imprese statali cinesi, come Bank of China, Petrochina e similari. Altri rampolli gestiscono fondi comuni destinati a investimenti in attività "sottostimate". Grazie a ingenti prestiti erogati da banche statali hanno acquisito ad esempio miniere di carbone, rivendendole poi a imprese statali con enormi profitti. Altri hanno concluso vantaggiosi accordi con le case di produzione di Hollywood per impiantare studi cinematografici in Cina.

Tutte queste operazioni implicano invariabilmente il ricorso ad agganci politici per ricevere finanziamenti a basso costo dalle banche statali, ottenere facilitazioni e acquisire beni di proprietà dello Stato a prezzi vantaggiosissimi. Inutile dire che in questa gara ad acquisire (bada bene, non a produrre) ricchezza, ciò che paga è il potere, non l'acume politico.

La triste verità sul connubio tra potere e ricchezza in Cina è che le élite governative a qualsiasi livello sono parte di un sistema di connivenze, con l'unica differenza che i rampolli dei massimi vertici dello Stato possono permettersi di concludere affari più lucrosi rispetto ai figli di burocrati meno potenti. Così la prole dei membri del Politburo ha il monopolio sui fondi comuni, i figli dei capi di partito delle province devono accontentarsi di puntare a condizioni privilegiate per l'acquisto di immobili in loco.

Questa forma di capitalismo autoritario ha dato vita a una "aristocrazia rossa" a carattere ereditario, una nuova classe i cui membri acquisiscono potere al fine di accumulare ricchezza. Attenzione, questa ricchezza si ottiene grazie al furto di beni pubblici, a colpi di prestiti agevolati e condizioni privilegiate. Il potere politico si converte così quasi istantaneamente in ricchezza.


Gli effetti economici della nascita di questa "aristocrazia rossa" sono estremamente dannosi. Nessuno dei rampolli delle élite governative ha creato un'impresa privata competitiva. I loro traffici hanno caricato il sistema bancario di prestiti ad alto rischio, impedito alla concorrenza di entrare in settori promettenti e contribuito a far crescere il divario reddituale. L'aristocrazia rossa costituisce una minaccia anche per le imprese occidentali. I principini possono costringere gli imprenditori occidentali a pagare mazzette per avere accesso al mercato cinese. Competere con loro sarà difficile dato che godono di vantaggi sleali. Entrare in società con i principini è rischioso perché possono usare i loro agganci per rapinare impunemente i soci delle loro quote.
A lungo andare l'aristocrazia rossa potrebbe però essere la rovina del regime comunista, perché questa élite ereditaria senza dubbio sarà bersaglio dell'indignazione dell'opinione pubblica, delegittimando il governo.


È inoltre molto probabile che gli appartenenti all'aristocrazia rossa litighino per dividersi le spoglie del potere minando così l'unità dell'élite governativa. Chi ha lucrato indebitamente sarà inoltre motivato a portare all'estero il bottino per garantirsi un futuro in caso di crollo del governo del Partito comunista. Stando a quanto rivelato dalle autorità cinesi migliaia di funzionari hanno già lasciato il Paese dopo aver sottratto un patrimonio superiore ai 100 miliardi di dollari.

Ma può essere che la vorace aristocrazia rossa abbia i giorni contati. È un'élite che prospera finché il regime comunista sopravvive. Considerando le recenti vicissitudini politiche ed economiche, le prospettive del partito appaiono sempre più incerte.


Traduzione di Emilia Benghi

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