Sarebbe il modo più efficace per dare fiato all’opposizione moderata al regime di Assad. Il quale ne uscirebbe indebolito. E sarebbe finalmente costretto a trattare

Proteste Isis
Se sfociassero in un intervento, i preparativi statunitensi per combattere l’Isis in Siria potrebbero avere molteplici ripercussioni in termini politici, umanitari e di sicurezza sul conflitto in corso. A breve termine un intervento del genere quasi certamente conterrebbe l’organizzazione terroristica; sul medio periodo potrebbe invece avere un impatto positivo su altre aree in mano ai ribelli, creare nuove opportunità per garantire gli aiuti umanitari, aumentare le possibilità di un ritorno ai negoziati politici.

Gli eventuali bombardamenti aerei dell’Isis da parte degli Usa non riuscirebbero a sradicarla dalle città che già ha conquistato in Siria, ma potrebbero impedire all’Isis di attaccare altre zone, come sta facendo da due anni a questa parte. Tutto ciò costituirebbe un considerevole passo avanti, e infonderebbe sicurezza e fiducia in aree oggi sotto il controllo dei ribelli moderati non jihadisti. Se poi a ciò si aggiungesse una politica di serio sostegno all’Esercito siriano libero (Fsa) in termini di armamenti, finanziamenti e addestramento militare, l’Fsa e gli altri gruppi di ribelli non jihadisti potrebbero iniziare a invertire le sorti del conflitto.
Con un solido sostegno internazionale, e con bombardamenti aerei assicurati dagli Usa e da altri alleati, la coalizione guidata dall’Fsa potrebbe riconquistare terreno. La popolazione che vive sotto occupazione da parte dell’Isis non l’appoggia, ma ne teme la ferocia e non ha ancora visto nessuna forza venire in suo soccorso per liberarla da questa piaga. Arrivasse, sarebbe gradita.

Un intervento aereo dall’esterno avrebbe oltre tutto un impatto diretto sul regime di Assad: il ministro degli Esteri siriano ha sollecitato Washington a fare causa comune nella lotta all’Isis. Gli Stati Uniti, saggiamente, hanno rifiutato. Il ministro ha anche messo in guardia gli Usa dall’entrare nello spazio aereo siriano senza aver concordato l’operazione con il suo governo. Se però gli Usa dessero inizio ai bombardamenti aerei nel nord della Siria, a Damasco resterebbero soltanto due possibilità: colpire l’aviazione statunitense o rimanere passiva e continuare a sperare nella cooperazione politica. Damasco propenderà per la seconda opzione.

Un intervento aereo da parte degli Usa potrebbe anche portare alla creazione di una tacita no-fly zone nei cieli della Siria settentrionale. Se i droni e gli aerei da guerra americani operassero nel nord della Siria, l’aviazione di Assad non avrebbe la libertà di organizzarvi bombardamenti aerei e sganciare le cosiddette “bombe barile” sulle città e le cittadine del nord: si tratta di bombe che negli ultimi tre anni hanno sterminato decine di migliaia di persone. Questo potrebbe consentire alle piccole città e ai paesini liberati di accedere a un maggiore livello di sicurezza, permetterebbe ai gruppi umanitari di intervenire con più libertà di movimento, e consentirebbe alle aree interessate di iniziare a ricostruire la vita sociale ed economica.

Alcuni analisti politici erroneamente danno per scontato che indebolendo l’Isis si rafforzerebbe il regime di Assad. Ma non è così: se ben gestito, questo intervento costituirebbe un’opportunità per rafforzare l’opposizione non radicale e fiaccare la posizione di Assad. Il suo regime di fatto ha favorito l’ascesa dell’Isis, molti leader della quale sono stati messi in libertà dalle sue stesse carceri con l’obbiettivo di radicalizzare e screditare l’opposizione. Questa politica finora ha funzionato egregiamente a suo vantaggio. Assad ha potuto dire alla comunità internazionale e ai suoi seguaci che questi gruppi assassini sarebbero l’alternativa al suo regime. Se l’Isis fosse platealmente indebolita a beneficio dell’Fsa e dell’opposizione non radicale, quindi, l’intero ragionamento verrebbe meno e Assad sarebbe sottoposto a pressioni di gran lunga maggiori, sia nel suo Paese sia a livello internazionale, finalizzate a fargli concordare una soluzione politica che metta fine alla crisi.

Particolarmente istruttivo, a questo proposito, è quanto accaduto in Iraq, dove Nouri al Maliki - leader che creava profondo dissenso, che si era alienato tanto i sunniti quanto i curdi del Paese, offrendo una notevole opportunità all’Isis che l’ha colta - è stato destituito dagli stessi alleati iraniani e dagli sciiti per lasciare posto a un leader in grado di ricucire gli strappi. L’incubo peggiore di Assad non è l’Isis, ma la possibilità di essere costretto a rinunciare al potere.

L’impegno dell’Occidente contro l’Isis crea inoltre l’occasione di una rinnovata cooperazione internazionale per la Siria. Malgrado le divergenze al riguardo dell’Ucraina, l’Occidente, la Russia e la Cina considerano l’Isis una minaccia enorme per la loro sicurezza. Oltre a concordare possibili interventi militari contro l’Isis, dovrebbero attivare una forma di collaborazione al riguardo delle pressanti questioni umanitarie, e riportare in vita il processo politico mirante a porre fine alla guerra civile siriana.

L’Isis ha approfittato delle circostanze, conseguenza di una guerra civile scoppiata in seguito alle richieste di condivisione del potere e di un governo meno repressivo. Il fatto che Assad resti tuttora in carica col suo sanguinario regime è una delle giustificazioni più valide sulle quali conta l’Isis per il reclutamento. Soltanto se Assad sarà destituito, a vantaggio di una personalità più accetta sia dal regime sia dall’opposizione, si riuscirà a riconquistare il terreno politico per una soluzione complessiva.

traduzione di Anna Bissanti

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