Il cinese Zhu en Lai e l’indiano Nehru. Due politici-intellettuali che sembravano fatti per intendersi. E furono divisi dalle logiche del potere

L’intellettuale sceglie il problema da analizzare; l’uomo di governo deve spesso risolvere i problemi impostigli dalla situazione. Il primo può esprimersi in accordo con la propria coscienza; il secondo è a volte costretto a agire partendo da valutazioni al momento inverificabili. Se l’ uomo di governo e l’intellettuale albergano nello stesso individuo ne nasce un groviglio psicologico che la storia, la letteratura, la tragedia ci hanno raccontato nei secoli. La cronaca mi riporta, più vicino a noi, a personaggi reali ognuno dei quali riassumeva le due identità. Li ho incontrati a distanza di anni: Jawaharlal Nehru nella primavera del 1959, Zhu en Lai nella primavera del 1971.

Fino allora non aveva ricevuto giornalisti italiani ed è forse per sottolineare la novità che il primo ministro indiano si dilungò nel ricordare il suo interesse giovanile (quando era studente a Harrow) per Mazzini, Garibaldi e Cavour. L’ ufficio nella Lok Sabha, il Parlamento, era invaso dal profumo di un mazzo di rose dietro il quale il Pandit Nehru era seminascosto, seduto su una poltroncina di cuoio identica a quella riservatami. Nell’ abbigliamento, nelle espressioni, nei gesti, nelle parole, tutto era sobriamente raffinato in quell’ uomo di settant’ anni, che aveva sulla scrivania il ritratto del padre Motilal, celebre avvocato, appartenente a una ricca famiglia originaria del Kashmir. Dopo Nuova Delhi lo seguii in un lungo giro elettorale sul suo treno speciale. La figlia Indira, futuro primo ministro, poi assassinata da un sikh sua guardia del corpo, curava i rapporti con la stampa.

A Pechino, con Zhu en Lai, fu tutto più sbrigativo. L’incontro nel Palazzo del Popolo, affacciato sulla Tien An Men, non ebbe un seguito, ma in compenso fu più caloroso. Per il primo ministro cinese l’Italia era un paese coperto di neve. Raggiungendo Ginevra per la conferenza sull’ Indocina ( dopo la sconfitta francese del 1954, a Dien Bien Phu) aveva sorvolato le Alpi e gli avevano detto che quella era l’Italia. Fin da giovane quel cinese di settantatre anni, leader comunista con un evidente tratto aristocratico, aveva girato il mondo. Studente era stato in Giappone e più tardi, ventenne, era stato studente e rivoluzionario in Europa. E aveva percorso il pianeta come ministro degli Esteri e Primo ministro della Repubblica popolare. Quella battuta sull’ Italia del sole ammantata di neve, seguita da un sorriso, dette al discorso un tono disinvolto, in apparenza confidenziale. Scherzoso. La studiata leggerezza della conversazione, in apparenza confidenziale, doveva essere servita nei mesi precedenti al diplomatico Zhu en Lai per uscire indenne dalla Rivoluzione culturale che in quella stagione non era ancora del tutto conclusa.

L’ affinità elettiva avrebbe dovuto favorire l’intesa tra i due uomini, entrambi grandi intellettuali e primi ministri nei paesi più popolati del mondo: e invece prevalse la profonda diversità non solo politica delle loro società. L’India, rispettosa del mosaico etnico e religioso nazionale, era destinata alla democrazia. Per la Cina la scelta era monolitica. Il rapporto tra Jawaharlal Nehru e Zhu en Lai, cominciato in un clima di quasi complicità, si concluse in un dramma. Alcuni sostengono che se nel 1939, durante un viaggio in Cina, il delegato del Congresso (il partito nazionale nell’India ancora britannica), avesse incontrato il dirigente comunista, l’intesa sarebbe poi stata più solida. Nehru vedeva addirittura un futuro in cui tra i due paesi non ci sarebbero state frontiere. E Zhu en Lai avrebbe potuto capirlo.

Ma la guerra impedì l’incontro. L’indiano diventò primo ministro a Nuova Delhi nel 1947, e il cinese a Pechino due anni dopo. Nel 1954 Zhu en Lai fece un viaggio ufficiale in India durante il quale furono formulati cinque principi di pace e coesistenza (la Panch Sheel Doctrine). E l’anno successivo, alla conferenza di Bandung, in Indonesia, il Pandit Nehru introdusse Zhu en Lai nel mondo dei “non allineati”. I due primi ministri, fianco a fianco, inaugurarono l’era postcoloniale. Ma il clima politico cambiò presto. La Cina sollevò il problema dei confini che nel 1962 servì da pretesto per un’offensiva militare. La quale dilagò in territorio indiano senza trovare resistenza. Per Jawaharlal Nehru fu una delusione e un’umiliazione. La malattia che lo indebolì subito dopo e che lo condusse alla morte nel ’64 fu imputata a quella profonda ferita. L’affinità elettiva si trasformò in un “delitto”. Il mandarino non risparmiò il pandit. Forse, nella Cina di Mao, non ne ebbe il potere.

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