
Oggi come allora si tratterebbe di intervenire per pacificare un “dopoguerra” dove il primo inciampo è lessicale. Dare un nome esatto alle cose è il primo passo per la loro comprensione e per elaborare una conseguente strategia sostenibile. Non era un dopoguerra nel Golfo, non è un dopoguerra sull’altra sponda del Mediterraneo, ma una guerra vera col sovraccarico di un ingestibile caos per le troppe fazioni in lotta l’un contro l’altra armate. Si trattava allora e si tratta oggi di difendere il personale delle Nazioni Unite, i pozzi e le condotte di petrolio, in terra ancora più ostile nei confronti del tricolore per via del passato coloniale. E per fortuna che almeno adesso nessuno azzarda più il progetto di “esportare la democrazia”, la foglia di fico ideale con cui si era coperta l’invasione.
Ancora. Oggi come allora c’è un dittatore deposto e ammazzato e la conseguenza è un esercito allo sbando con soldati e miliziani che si vendono al miglior offerente per salvaguardare la mercede.
Matteo Renzi aveva posto come condizione per l’invio di truppe una richiesta esplicita da parte di un governo libico. In cuor suo forse sperando che non sarebbe mai arrivata perché chiunque fosse andato al potere a Tripoli sarebbe stato bollato come “traditore” se avesse chiamato soldati stranieri. In modo assai anodino e parecchio tremebondo questa richiesta è arrivata dal governo di Fayez Al Serray, l’ingegnere però più caro a New York, nei palazzi delle Nazioni Unite, che alla popolazione direttamente interessata, il quale se non controlla solo tutto ciò che si vede dai minareti di Tripoli poco ci manca.
La generosa legittimazione che noi, come altre cancellerie, gli abbiamo dato ci impicca al rispetto di una promessa che non siamo in grado di mantenere. E torniamo alla questione lessicale. Non esiste governo legittimo e soprattutto sovrano in Libia perché misconosciuto da una larga fetta di quello che fu un Paese unitario e che ci ostiniamo a considerare tale solo per la mancanza di coraggio per guardare in faccia l’abisso. La Cirenaica del generale Haftar spalleggiata dall’Egitto e dagli Emirati non lo riconosce. La presenza dello Stato islamico è una miccia accesa sotto qualunque volontà pacificatrice, così come le cellule sopravvissute al dimagrimento di al Qaeda e gli interessi spesso divergenti di capi tribali che, se non hanno venature fondamentaliste, svolgono però la supplenza dello Stato nelle aree da loro gestite.
Un quadro molto chiaro al nostro governo purtroppo stretto tra l’ambizione di un ruolo importante da giocare sullo scacchiere internazionale salvaguardando nel contempo fonti energetiche per l’Italia vitali e il realismo di un campo infido se non apertamente ostile. Un quadro chiaro soprattutto agli Stati maggiori che dovrebbero inviare loro uomini nell’incertezza del ruolo, dello scopo e delle effettive regole d’ingaggio. Berlusconi si trovò nella stessa condizione e optò, più che per la fedeltà atlantica, per la fedeltà a George W. Bush. Renzi ha almeno il vantaggio, nel suo pragmatismo, di non avere obblighi pregiudicati da un debito di appartenenza così stretto.
Se la missione, così come si prospetta, è una follia, resta tuttavia il problema della Libia e del che fare con un (ex) Stato che ci è prospiciente e che può essere foriero di guai seri e duraturi. Al netto del cruciale tema dei migranti, c’è la necessità ineludibile di stabilire un ordine post-gheddafiano e di impedire la formazione di un’exclave del Califfato a poco più di 300 chilometri dal fronte Sud. Non c’è tempo da perdere prima che l’esercito jihadista, forte oggi, si stima, di qualche migliaio di uomini, ingrossi le sue fila e guadagni consenso e territorio. La minaccia si contiene con grande sforzo di intelligence, commando, azioni mirate. Francesi, americani, inglesi già hanno adottato questa strategia. Non resta che imitarli unendo l’Occidente e per davvero contro il nemico comune. Come spartirsi le aree di influenza in Nordafrica è questione per il dopo.