Per noi era la colonia di Cirenaica, parte della quarta sponda nel Mediterraneo conquistata dai Savoia nel 1912. Ma adesso il califfo al Baghdadi in persona gli ha restituito il suo antico nome: Barka Wilayat, la nuova provincia libica dello Stato Islamico.
Giorno dopo giorno, in Libia il territorio sotto la bandiera nera continua ad allargarsi. I miliziani dell'Is ora hanno occupato l'aeroporto di Sirte, la città natale di Gheddafi: una base militare dove hanno messo le mani anche su un vecchio Mig. Ma soprattutto hanno preso il controllo del più grande acquedotto del paese, alimentato da una gigantesca stazione di pompaggio: uno dei beni più preziosi in questa landa desertica. Ormai nel golfo della Sirte le truppe del Califfato controllano una striscia di costa lunga un centinaio chilometri e stringono d'assedio la cittadina di Harawa, dove hanno intimato la resa agli anziani che da soli guidano una resistenza disperata. A questo possedimento si aggiungono alcuni quartieri di Bengasi e l'enclave di Derna, la capitale della nuova provincia.
È da lì che lo Stato islamico sta lanciando l'offensiva per conquistare “cuore e menti” dei libici, un popolo allo stremo dopo tre anni di guerra civile. La scorsa settimana è stato aperto un media center, che potenzia la propaganda fondamentalista in tutta la regione. Il copione è lo stesso sperimentato con successo in Siria e in Iraq: l'emittente Barka tv diffonde video con le azioni dei martiri, che conducono attacchi suicidi contro le roccaforti dei due governi ufficiali che si contendono il paese. Molti vengono identificati con la nazionalità d'origine: numerosi i tunisini, ma ci sono anche sauditi, egiziani e ovviamente libici. I proclami magnificano il loro eroismo ed elencano raid a sorpresa che stanno minando il morale degli eserciti rivali di Tripoli e Tobruk.
Il messaggio del Califfato non si limita ai bollettini dello jihad ma insiste molto sulla capacità di garantire sicurezza ed efficienza nel segno della legge coranica, mostrando le sedi della polizia islamica, gli uffici amministrativi e la folla nella moschea che giura alleanza ad Al Baghdadi, “il condottiero dei fedeli”. Si alternano minacce – come la promessa di distruggere l'università di Tripoli e il locale centro medico perché “nidi di depravazione” – a immagini di serenità, filmando mercati aperti e la rete elettrica funzionante nelle case. Sono argomenti che possono fare presa in una nazione che dopo la fine di Gheddafi continua a disgregarsi. Anche le milizie di Misurata, emerse durante la rivolta contro il dittatore come le più fiere e combattive, si ritirano davanti ai guerrieri jihadisti lasciando decine di morti sul campo. I loro comandanti accusano il governo di Tripoli di averli abbandonati e invocano l'unità nazionale.
Lo stesso appello disperato lanciato giovedì scorso a Bruxelles dal plenipotenziario dell'Onu Bernardino Leon, durante un vertice indetto dal parlamento europeo ma disertato da alcuni degli esponenti libici più influenti: «Il paese è sull'orlo del collasso economico e finanziario. Ho incontrato il governatore della banca centrale, la situazione è molto seria: l'ipotesi di un crac si avvicina». È lo spettro finale. La banca centrale è l'unica istituzione nazionale, che grazie ai proventi petroliferi continua a pagare stipendi a una massa enorme di dipendenti pubblici, a Tripoli come a Tobruk, senza fare distinzione tra gli schieramenti.
Oggi tra il personale che manda avanti i servizi chiave, come i pochi aeroporti civili funzionanti e gli impianti per l'estrazione di idrocarburi, sono frequenti gli scioperi: domandano salari più alti. Persino alcune delle brigate impegnate al fronte contro l'Isis hanno incrociato le braccia, sostenendo di non ricevere la paga da mesi.Se anche la banca centrale saltasse, si arriverebbe al caos totale: la condizione perfetta per il dilagare del Califfato.
I potentati rivali sanno solo scambiarsi accuse. A Tobruk il premier Thinni contesta le forze di Tripoli che hanno permesso all'Is di occupare Sirte. Dall'altra capitale si replica varando la mobilitazione contro «i terroristi» e promettendo nuovi sussidi ai cittadini.
Ieri persino il gran mufti Ghariani, la principale autorità religiosa della Tripolitania, ha indetto una fatwa contro lo Stato islamico che ha «credenze deviate» ma ha anche criticato i responsabili governativi che non mettono i soldati in condizione di combattere e non si prendono cura dei feriti.
Europa e Stati Uniti sembrano disinteressarsi alla questione. Mentre nelle capitali mediorientali la preoccupazione è altissima, soprattutto al Cairo. Gli egiziani hanno appena convocato un altro vertice dei comandanti militari della Lega araba, sollecitando la creazione di una forza di intervento comune: una task force che pare confezionata su misura per cercare di contenere la situazione libica. Prima che sia troppo tardi. E le bandiere nere trionfino sul confine egiziano, su quelle coste che sono a trecento chilometri dall'Italia.
Esteri24.01.2012
Libia, la guerra di Al Saadi