Il Sessantotto è uno dei tanti casi nei quali il numero di un anno è quello che in quell’anno avvenne in un Paese o in un Continente o nel mondo intero. Per esempio il Quarantotto: le sue funzioni furono almeno due e forse tre: il quarantotto dell’Ottocento in Francia, in Italia e in alcuni elettorati tedeschi, scandinavi. Il Quarantotto del Novecento italiano, quando la Dc di De Gasperi vinse le elezioni. Ci fu poi un Sessantotto del Novecento, che è quello che oggi ci interessa di ricordare.
Quel movimento era nato in alcune Università americane in California, a Chicago e a New York (la Columbia University) nel 1967. A Londra ancora prima (accompagnato dalla musica dei Beatles). In Francia avvenne esattamente nel ’68 esercitando una sua influenza anche sull’Italia dove tuttavia i movimenti rivoluzionari proseguirono per parecchi anni. Da lì prese ispirazione il movimento italiano e poi la politica rivoluzionaria in un momento politicamente molto importante: la Dc, alleata con i socialisti e con i socialdemocratici cominciò a guardare addirittura ai comunisti di Berlinguer che nel frattempo stavano cambiando fortemente la loro natura.
Ma c’è un’altra parte del “sessantottismo”: grande violenza politica e a volte perfino fisica. I protagonisti venivano chiamati “gruppettari”. Da principio la violenza fu esercitata da piccoli gruppi, poi nacquero organizzazioni più strutturate, fino alle “Brigate Rosse”. Il culmine fu raggiunto nel 1978 con l’uccisione di Aldo Moro, dieci anni dopo l’inizio del Sessantottismo. Dopo quell’atto di violenza terribile le Brigate Rosse organizzarono ancora aggressioni e omicidi politici, ma infine uscirono definitamente dalla storia italiana.
Come si vede da questo breve racconto il Sessantotto è una data importante per il nostro Paese, nel bene e nel male. Le nuove generazioni ereditarono ciò che la precedente aveva iniziato, per fortuna utilizzandone la parte positiva che ha modernizzato la nostra società così come molte altre europee a cominciare da quella francese.
Il 23 giugno del 1968 io mi recai a Parigi dove il movimento sessantottino ebbe inizio, e con esso si mobilitò tutta la società comunista e socialista e le confederazioni sindacali di varia osservanza. Tutti però ebbero ispirazioni e finalità molto diverse da quella del movimento studentesco. La battaglia politica contro il gollismo unifica tutti questi vari movimenti ma con finalità estremamente diverse. Era l’epoca in cui il gollismo trionfava ampiamento in tutto il paese avendo Pompidou come capo di governo e de Gaulle come presidente.
La differenza numerica tra il gollismo e le diverse opposizioni di sinistra che ho sopra indicato era molto notevole ma tuttavia notevole era anche la differenza, come ho già accennato, tra le varie sinistre e il movimento studentesco. Quest’ultimo era totalmente indipendente dal comunismo sovietico così come lo erano i socialisti. Si trattava dunque di un panorama estremamente complesso ed è per questa ragione che io lavorai intensamente dal 23 al 30 giugno di quell’anno. Ero diventato da pochi mesi deputato alla Camera ed avevo quindi lasciato la direzione dell’Espresso ma certo non il mio lavoro giornalistico che anzi era fortemente aumentato anche perché avevo la fortuna in Francia di conoscere molte persone influenti.
È con loro che discussi quel panorama politico assai complicato che il giornalismo francese seguiva con molta attenzione. Ne parlai a lungo con l’amico Jean-Jacques Servan-Schreiber fondatore e direttore del settimanale L’Express (del quale noi avevamo preso il nome); ma conoscevo molto bene anche il direttore di Le Monde, Hubert Beuve-Méry, e l’ex premier Pierre Mendès-France che guidava tutta la sinistra francese non comunista. Infine ero molto legato (come lo sono tuttora) a Jean Daniel, già collaboratore dell’Express e fondatore del Nouvel Observateur che ebbe subito grande attenzione non solo in Francia. Conoscevo molto bene e parlavo spesso con Sartre, ma non di politica. Con lui si parlava di costume, tema certamente non meno interessante.
Da questo mio viaggio di una settimana trassi l’impressione che il movimento studentesco non avrebbe avuto un grande avvenire ed infatti così fu. La sinistra francese non ne fu rinforzata ma neppure indebolita. Continuò la sua marcia trascurando tuttavia i problemi dell’unità europea che proprio in quel periodo cominciarono a porsi concretamente a tutti i vari Paesi del nostro Continente. Il movimento studentesco francese, per sua fortuna, non ebbe tuttavia la violenza che deturpò quello italiano.
Ricordo ancora la grande sfilata che dal Lussemburgo portò settecentomila persone fino alla Senna. La sinistra c’era tutta. Movimento studentesco compreso che non marciava col tricolore nazionale ma con bandiere rosse e nere. Alla Senna i vari movimenti che componevano il corteo si divisero. Gli studenti non erano molti e furono calcolati più o meno a settantamila: un decimo dell’intero corteo. Molti di loro, a sfilata terminata, entrarono nelle librerie o si fermarono ai banchetti di vendita all’altezza del Boulevard Voltaire, acquistarono libri e andarono nei bistrot a cantare le canzoni di nuova moda.
Avevo accertato in quei pochi giorni che in Francia non ci sarebbero state le Brigate rosse che insanguinarono per circa dieci anni il nostro Paese.