«I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo». Con questa frase Ludwig Wittgenstein negli anni ’20 inchiodò al relativismo culturale ogni attitudine speculativa, non importa quanto elevata, affermando che persino la mente più acuta alla fine può arrivare a conoscere davvero solo ciò a cui sa dare un nome. I linguaggi però sono molti, per fortuna, e nel contesto a complessità crescente in cui viviamo abbiamo la possibilità di essere alfabetizzati in tanti più modi di quanti se ne potessero prevedere ai primi del secolo scorso.
L’avvento dell’informatica e di internet, i codici dei nuovi strumenti di comunicazione digitale, la globalizzazione degli immaginari prima confinati geograficamente e l’ibridazione linguistica continua sono solo alcuni dei cambiamenti che hanno ampliato il concetto di linguaggio così come lo immaginava Wittgenstein, ma questa complessità - arrivata tutta insieme in poche decine d’anni - non è facile da acquisire e infatti tante persone non ci riescono. Tra i dislivelli sociali che ogni comunità democratica deve cercare di colmare per potersi definire giusta, quello del mancato possesso dei linguaggi è tra quelli con le conseguenze più problematiche, perché avere meno strumenti per comprendere il mondo significa anche non poter fare niente per cambiarlo.
Se fai parte di una componente sociale che gode di meno diritti, questa forma moderna di analfabetismo nutre l’ingiustizia che vivi, perché ti condanna a non saper mai organizzare il dissenso necessario per ottenerli. In attesa che la politica e i sistemi culturali istituzionali raccolgano la sfida di colmare il divario più importante su cui si gioca la tenuta sociale del futuro, l’osmosi tra linguaggi e immaginari molto distanti procede per fortuna da sola in modi propri, spesso sorprendenti.
Uno dei canali più visibili attraverso cui si può notare la contaminazione è rappresentato dalle opportunità multiculturali offerte dalle piattaforme di film e serie tv on demand. Su Netflix, Amazon, Disney e decine di spazi minori è infatti possibile accedere a prodotti di intrattenimento che nessun palinsesto in chiaro proporrebbe spontaneamente a un pubblico generalista occidentale. Un esempio sono le serie tv dell’Asia orientale, in particolare quelle co-prodotte in Corea del Sud, presenti a decine sulle diverse piattaforme.
La diffusione della cultura sudcoreana in occidente risale agli anni ’90 e tra gli appassionati era un fenomeno così riconoscibile da essere definito Hallyu (letteralmente “onda coreana”), espresso soprattutto attraverso i drammi televisivi e la musica pop; eppure, a dispetto del nome, prima dell’avvento delle piattaforme video l’Hallyu è stata un fenomeno di nicchia per nerd che sapevano dove cercarla, mentre oggi qualunque tredicenne della provincia italiana da casa sua può incappare per caso in un drama coreano su Netflix e guardarselo senza altra mediazione che i sottotitoli. Se gli capita, può essere una grande occasione per ampliare i limiti del linguaggio in senso post wittgensteiniano, soprattutto quello emotivo.
I drama asiatici sono infatti spesso storie d’amore, ma raccontate in un modo che in occidente sarebbe poco romantico: come rapporti di potere economico. Un ottimo esempio da cui cominciare a capire sono le quattro versioni seriali (giapponese, cinese, taiwanese e coreana) del manga storico “Hana Yori Dango”, una sorta di incrocio tra “Twilight” e “La Bella e la Bestia”, dove l’elemento mostruoso non è espresso da un protagonista vampiro o animale, ma dall’erede prepotente di una dinastia di plutocrati la cui famiglia non è per niente contenta che lui frequenti una pezzente finita per caso nel suo liceo esclusivo. «Accetta il suo amore, ti proteggerà», dicono in coro gli amici alla ragazza, e se fosse Pretty Woman l’amore basterebbe.
In Asia invece la ragazza risponde: «Più protezione ricevo, più diminuisce il mio coraggio. Questa protezione rompe la reciprocità e io non voglio un rapporto in dislivello». Il linguaggio del potere, se compreso nella sua violenza, salva i sentimenti dall’illusione di bastare a sè stessi e se lo capisci a tredici anni in Italia guardando un drama di Taiwan, forse i limiti del tuo mondo economico e sentimentale potranno essere più ampi.