Opinioni
23 gennaio, 2026Articoli correlati
La ritorsione di Trump sull’Artico non è infantile, ma la prova dell’uso spregiudicato della pace
«Senza Premio Nobel non mi sento obbligato a pensare alla pace». Così Donald Trump, in una lettera al premier norvegese Jonas Gahr Støre, giustifica la sua fissazione per la Groenlandia, territorio che rivendica come vitale per gli interessi americani. Parole che suonano come una ripicca infantile, ma che nascondono un piano spregiudicato: controllare l’isola artica per dominare rotte strategiche e risorse, a discapito di Danimarca e alleati europei.
Ricordiamo i fatti. Il Nobel per la Pace è assegnato dal Comitato norvegese, composto da membri eletti dallo Storting, il Parlamento di Oslo. Trump accusa la capitale scandinava di aver premiato Corina Machado, esponente dell’opposizione venezuelana, che a sua volta ha “restituito” il riconoscimento al tycoon nella speranza di un ruolo nella transizione post-Maduro. Ruolo che, pare, non arriverà.
Le parole di Trump ci confermano un ribaltamento di paradigma: da garante, o almeno aspirante tale, di stabilità globale, Washington si proclama ora legittimata a muoversi senza vincoli morali o civili, giustificando un’agenda che non guarda alla cooperazione internazionale e al multilateralismo che hanno garantito la pace negli ultimi ottant’anni, bensì alla supremazia geopolitica. E quale simbolo di questa agenda se non la Groenlandia? Nella stessa lettera infatti Trump rilancia le sue pretese sull’isola artica, mettendo in dubbio la sovranità danese e sostenendo che la Danimarca non è in grado di proteggere quella terra nonostante decenni di trattati internazionali ne riconoscano la sovranità.
La Groenlandia diventa in questa ottica uno snodo strategico globale e uno dei punti chiave del nuovo confronto globale tra Stati Uniti, Russia e Cina. Con lo scioglimento progressivo dei ghiacci artici, l’isola si conferma cruciale per le rotte marittime alternative tra Atlantico e Pacifico, per il controllo militare dell’Artico e per le risorse strategiche: terre rare, uranio, idrocarburi.
Il messaggio è chiaro: la sicurezza americana prevale su alleanze, trattati e sovranità altrui. Il riferimento alla Russia e alla Cina serve da cornice strategica, ma il metodo scelto — minaccia, delegittimazione storica, ricatto politico — segna una rottura con la tradizione diplomatica occidentale.
In queste ore ci tornano alla mente figure del passato come il Mahatma Gandhi col suo Satyagraha, la forza della verità contro l’impero britannico, Martin Luther King, che teorizzava la nonviolenza nelle strade segnate dalla segregazione razziale dell’America e Nelson Mandela, artefice del superamento della vendetta post-apartheid. Leader che inseguirono la pace non con minacce, ma con coraggio morale in contesti – anche allora – di conflitto feroce.
E come loro tanti altri, che hanno costruito la pace rispettando il diritto internazionale, promuovendo istituzioni sovranazionali in grado di limitare l’uso della forza, e facendo del rispetto dei diritti umani la pietra angolare delle relazioni internazionali.
Ma le continue minacce di Trump su Groenlandia, dazi, alleanze, non rientrano in questo paradigma. Sembrano, al contrario, un ritorno a un mondo dove la forza prevale sul diritto. È in questo contesto che l’Occidente deve scegliere fra regressione o difesa dei trattati che hanno garantito lunghi anni di relativa pace.
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