Opinioni
9 gennaio, 2026A quegli interessi convergenti lavorò anche Giovanni Falcone. Ma per Capaci non se ne deve parlare
Il primo istinto tradisce l’intento censorio. Brandire l’arma del potere di controllo sul servizio pubblico per silenziarlo. Usare il fuoco preventivo: sparare prima che l’inchiesta vada in onda, così da non doverne discutere il merito. Il capogruppo forzista, il senatore Maurizio Gasparri, membro della Vigilanza Rai, ha provato a fermare la puntata di Report dedicata alle stragi del ’92, liquidandola come «tele-zerotagliato» e accusandola di «fanfaluche» sulle «piste nere». È il riflesso condizionato che tradisce l’ipocrisia di una politica bravissima nelle liturgie, lesta e mesta a invocare “verità e giustizia” a ogni anniversario, solerte, il resto dell’anno, nel non disturbare la pancia dell’elettorato.
A una parte della destra nostalgica suona intollerabile l’idea che dei bombaroli in orbace possano aver trescato con mafia, servizi deviati e criminali in grisaglia e grembiulino, per finire quel lavoro sporco che con le bombe a treni e stazioni non era riuscito fino in fondo. Ovvero stabilizzare a destra, con la paura e l’ordine invocati a gran voce, un Paese imperfetto, ma saldamente ancorato all’antifascismo dei Costituenti. È un’ipotesi che manda in frantumi la narrazione consolatoria di un male assoluto confinato, isolabile, storicamente archiviabile. E incrina una genealogia. Non dei fatti, ma dei simboli. Ridurli a folklore o a suggestione è un modo per non fare mai i conti con le contiguità. Il riflesso scatta al nome di Stefano Delle Chiaie. Non un fantasma qualunque, ma un brand della stagione nera. Report ha rintracciato un audio e un racconto: il collaboratore Alberto Lo Cicero che colloca Delle Chiaie a Palermo nel ’92 e gli attribuisce «l’ultimo pezzo» dell’attentato, in un contesto di contatti mafiosi. Materiale che, da solo, non è una prova, ma impone verifiche. Gasparri ha dalla sua le parole del procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca. In Commissione Antimafia, il magistrato ha definito la pista nera «zero tagliato» con una perentorietà poi ridimensionata dal contesto giudiziario complessivo. E molti hanno brindato come se fosse un sigillo definitivo. Tuttavia, è stato lo stesso De Luca a rivendicare filoni aperti. E c’è un gip che ha respinto per la seconda volta la richiesta di archiviazione della pista Delle Chiaie, tanto da costringere la procura a ricorrere in Cassazione. Dunque, di tombale al momento non c’è nulla. Il nervo resta scoperto. E risiede nell’idea che le stragi del ’92 possano essere state anche una strategia con finalità politiche, dentro convergenze d’interesse. Quelle stesse indicate da Giovanni Falcone a proposito dei delitti “politico-mafiosi” di Michele Reina, Piersanti Mattarella e Pio La Torre. E nei quali compaiono molte intersezioni con il terrorismo nero. Se quel filo risale al golpe Borghese, persiste negli anni Ottanta, perché dovrebbe spezzarsi davanti al tritolo di Capaci? E davanti alla doppia obbedienza dell’artificiere, il mafioso ordinovista Pietro Rampulla?
E via D’Amelio? La riduzione a una sola chiave, mafia e appalti, come un tappo che pretende di chiudere tutto, rischia di diventare un sonnifero civile: non amplifica le ombre, le addormenta. Ma le ombre restano e la complessità non si lascia mettere in riga. Alla fine, la sensazione è che non si voglia la verità ma una verità. Comoda. Rassicurante. Accomodante. E possibilmente patriottica. Capace forse di salvare biografie. Non la democrazia.
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