Opinioni
12 febbraio, 2026Articoli correlati
Il richiamo alla contestazione del 1936 a Barcellona nelle Utopiadi opposte a Milano-Cortina
Le Olimpiadi sono sempre state molto più di una manifestazione sportiva, eventi tutt’altro che neutri, anzi carichi di simboli e immaginari. Ci sono varie lezioni che si possono trarre dalla gestione e contestazione dei giochi olimpici nell’ultimo secolo. Due sono particolarmente rilevanti: l’organizzazione delle “Olimpiadi popolari” di Barcellona del 1936 e, alla fine di questo arco temporale, una riflessione sulle Olimpiadi di Parigi 2024.
Nel 1928 le città di Barcellona, Berlino e Istanbul si candidarono al Comitato Olimpico Internazionale per ospitare le Olimpiadi del 1936. Fu scelta Berlino e lì sfilarono tutti i Paesi, tranne la Spagna, appena scivolata nella guerra civile, e l’Unione Sovietica. Tanti Paesi europei avevano inizialmente aderito a un boicottaggio dei giochi nazisti, ma in Spagna si era fatto di più. A Barcellona, una città, prima del golpe, fortemente anarchica, socialista e democratica, dal 19 al 26 luglio del 1936 erano state organizzate le “Olimpiadi popolari” o “dell’Utopia”. Avevano lo scopo di essere una manifestazione sportiva contro i giochi di Berlino, da cui gli atleti ebrei tedeschi, con l’unica eccezione della fiorettista H. Mayer, erano stati esclusi. Volevano essere un’esperienza storica che immaginava lo sport come spazio di emancipazione, inclusione e cooperazione. I primi atleti olimpici che arrivarono a Barcellona per le Olimpiadi si ritrovarono in città durante la sollevazione militare franchista. Nonostante l’annullamento delle olimpiadi popolari, moltissimi atleti rimasero in Spagna per combattere contro il governo fascista mentre gli altri Paesi e atleti sfilavano davanti ad Hitler. C’è un’altra curiosa continuità tra le Olimpiadi e Franco: l’ex ministro franchista Samaranch è stato presidente del Comitato internazionale olimpico (Cio) dal 1980 al 2001. È rilevante notare come i processi di de-fascistizzazione delle istituzioni non sono mai del tutto avvenuti, né qui, né in Germania né altrove. I grandi eventi, e le grandi opere che portano con sé, sono sempre cariche di storia e immaginari. Ridurre le Olimpiadi a semplice sport, tentando di neutralizzare il loro valore simbolico, politico ed economico, deve metterci in allarme. Sappiamo infatti che, anche nei successivi governi democratici europei, le contestazioni ai giochi Olimpici non si sono mai esaurite e hanno tenuto anzi uno sguardo critico su ciò che il mega-evento significava per la città e i territori. L’esperienza francese delle Olimpiadi 2024 è qualcosa che, chi contesta Milano-Cortina 2026, sta tenendo a mente. Proprio guardando a Parigi, il “Comitato Insostenibili Olimpiadi” analizza come i giochi funzionino da acceleratori di un processo: «L’aumento massiccio delle forze dell’ordine, la cooperazione con apparati stranieri, la costruzione di zone iper-controllate vengono presentati come temporanei e inevitabili». Nell’analisi del Comitato sono misure che tendono a sedimentarsi, in cui l’eccezione diventa prassi e l’evento si estende a tutta la città.
In ricordo delle “Olimpiadi popolari” o “dell’utopia” a Milano, nella prima settimana di febbraio, sono state organizzate le “Utopiadi”: tre giornate di lotta, mobilitazione e sport popolare; e la manifestazione nazionale il 7 febbraio. Le Olimpiadi sono un prisma complesso: toccano la questione sportiva certo, ma anche quella abitativa, del lavoro povero e della gentrificazione. Ricordare, insomma, che la fiaccola ha sempre portato con sé un simbolo, un modello, un immaginario.
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