Opinioni
12 marzo, 2026Articoli correlati
Mentre i leader parlano di sicurezza e deterrenza, la crisi dall’area del conflitto si propaga verso l’Europa
C'è sempre un momento, nelle guerre, in cui la strategia militare lascia spazio ai primi bilanci. È il momento in cui si scopre che il prezzo dei conflitti non lo pagano i generali né i leader che li scatenano, ma i cittadini. E quel momento è già arrivato. In questo numero de L’Espresso proviamo a guardare la guerra in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran da una prospettiva meno ideologica e più concreta: quella delle conseguenze economiche. Perché mentre i governi parlano di sicurezza e deterrenza, l’economia globale comincia già a mostrare i primi sintomi di crisi.
Il segnale più evidente è arrivato dai mercati energetici: il petrolio ha superato i 100 dollari al barile. Significa trasporti più costosi, energia più cara e filiere industriali sotto pressione. In prospettiva significherà soprattutto inflazione. E quando l’inflazione nasce da uno shock energetico in un’economia già fragile, il rischio – come spiega nel suo approfondimento Eugenio Occorsio – è che si trasformi rapidamente in qualcosa di peggiore: stagflazione, cioè inflazione accompagnata da recessione.
È lo scenario che le economie temono più di ogni altro. I prezzi salgono mentre la crescita rallenta, gli investimenti si fermano e i posti di lavoro diminuiscono. Una spirale che all’inizio colpisce i Paesi direttamente coinvolti nel conflitto ma che, inevitabilmente, si allargherà come un’onda lunga anche all’Europa. I primi segnali già si vedono. Ai distributori benzina e gasolio hanno ripreso a salire. È il primo anello di una catena: carburante più caro significa trasporti più costosi, e quindi prezzi più alti sugli scaffali. Alimentari, beni di consumo, logistica. Tutto. Ancora una volta il conto arriverà a fine mese nelle tasche dei cittadini. E mentre il costo economico cresce, restano enormi le incognite politiche e militari. L’esito del conflitto è tutt’altro che scontato. Nemmeno l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei sembra aver avvicinato l’obiettivo di un cambio di regime a Teheran. La successione nelle mani del figlio, espressione dell’ala più radicale dei pasdaran, suggerisce semmai il contrario: una linea ancora più dura.
Anche la durata della guerra resta un’incognita. Gli attacchi iraniani contro Paesi vicini rischiano di allargare il fronte e trasformare il conflitto in una crisi regionale con costi economici e strategici imprevedibili. Le conseguenze si stanno già facendo sentire. Diverse aziende italiane segnalano un rallentamento delle esportazioni verso il Medio Oriente, mercati ora paralizzati dall’instabilità. Se poi analizziamo la resistenza iraniana all’estero, scopriamo che tutti guardano con diffidenza all’eventuale restaurazione guidata dal figlio dello Scià, Reza Pahlavi. Lo considerano l’erede di un regime autoritario che perseguitò dissidenti e intellettuali e che negli ultimi decenni ha mantenuto con l’Iran un rapporto più simbolico che reale. Infine c’è la guerra parallela, quella dell’informazione. La nostra analisi mostra come nelle ore successive allo scoppio del conflitto la rete sia stata invasa da migliaia di video e messaggi provenienti da profili mai verificati, creati all’improvviso con biografie identiche o quasi. Una propaganda digitale sofisticata che esalta i pasdaran, amplifica la potenza militare di Teheran e minimizza i danni subiti, attaccando Israele, Stati Uniti e l’Occidente, confermando che le guerre contemporanee si combattono su tre fronti: militare, economico e informativo.
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