Opinioni
17 marzo, 2026Molti lavoratori andranno in pensione e la natalità è bassa. Serve conciliare lavoro e maternità
L'8 marzo, giornata internazionale della donna, ha fornito l’occasione per rivisitare le statistiche che illustrano quanto ancora resti irrisolta nel nostro Paese, più che nella maggior parte dei Paesi dell’Ue, la questione della disparità nel mondo del lavoro tra donne e uomini.
La situazione è nota. Le donne ottengono risultati migliori nella scuola e all’università (le laureate sono il 60% del totale). Ma la loro partecipazione al mondo del lavoro è più bassa di quella degli uomini (il 43% delle donne non lavorano e non studiano, contro il 25% degli uomini, anche perché le donne sono molto più coinvolte degli uomini nei lavori, non retribuiti, di cura a bambini ed anziani), le loro retribuzioni sono inferiori (del 25%, perché occupano posizioni più basse nella scala gerarchica, hanno una retribuzione inferiore a parità di funzione e hanno più spesso degli uomini contratti par time) e i ruoli dirigenziali sono occupati prevalentemente da uomini (solo un quinto delle donne sono manager). Qualche miglioramento rispetto al passato si è registrato negli ultimi vent’anni, ma sono miglioramenti spesso inferiori a quelli degli altri Paesi europei. In effetti, sebbene in quasi tutti i Paesi Ue la parità economica tra i due sessi sia ancora lontana, in Italia il divario resta più profondo. Basta un dato: il tasso di occupazione femminile in Italia è del 53,3%, contro una media dell’Ue del 70,8%.
Eppure, oltre che per ragioni di equità, i motivi economici per aumentare in modo netto la partecipazione delle donne al mondo del lavoro sono sempre più importanti: nei prossimi anni andranno in pensione i baby boomers nati negli anni ’60 e, data la bassa natalità in Italia, diventa prioritario aumentare il tasso di occupazione delle persone in età lavorativa. Al tempo stesso occorre ridurre il più possibile il conflitto tra lavorare e procreare, conflitto alla base del calo demografico che abbiamo sperimentato.
Cosa viene fatto per migliorare la situazione? Per capirlo, un punto di partenza è il bilancio previsionale di genere pubblicato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per il periodo 2026-28. Il bilancio riclassifica la spesa pubblica a seconda di come potenzialmente possa ridurre le disparità di genere. Per il 2026 emerge che il 49,1% della spesa non fa nulla per ridurre la disparità, il 16,5% non si sa bene e occorrerebbe approfondire, il 33,3% ha o potrebbe avere un effetto, solo l’1,1% è direttamente riconducibili o mirata a ridurre le diseguaglianze di genere o a favorire le pari opportunità. Non mi sembrano grandi risultati. Fra l’altro, in prospettiva le cose non migliorano: nel 2028 la spesa nella quarta categoria resta fissa all’1,1%. La sfida principale resta quella di indirizzare le risorse pubbliche alla conciliazione tra lavoro e maternità (il 70% delle dimissioni volontarie dal lavoro riguarda le donne e spesso coincide con la nascita dei figli), il che significa almeno migliori condizioni per i congedi legati alla maternità/paternità e asili nido a basso costo. Per far questo occorre però una volontà politica, sostenuta dall’opinione pubblica. Preoccupa in proposito un sondaggio IPSOS, pubblicato a inizio marzo, che indica che il 49% degli italiani ritiene che si sia fatto abbastanza per promuovere la parità di genere, una percentuale in forte aumento (9%) rispetto al 2019.
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