Opinioni
25 marzo, 2026Nordio, Bartolozzi. E Delmastro: il serial griller che sulla graticola ha spedito l’intero governo
Sospettiamo che tra non molto sullo stadio della Giustizia incomberà altra nebbia. Mentre il palinsesto della propaganda escogiterà qualcosa di diverso per la sopravvivenza governativa. Con buona pace di un sistema che ha i suoi guasti. E che mistificazioni e menzogne non avrebbero riparato. Anzi. Farlo funzionare davvero, non era certo l’obiettivo. L’intento era semmai di truccarlo per le esigenze del potere. L’alibi è caduto e gli italiani non hanno abboccato.
Da dream team del disegno riformatore, via Arenula si è rivelata la più formidabile squadra in grado di giocare contro se stessa. Si è distinto l’ondivago ministro Carlo Nordio, riuscito nella rara impresa di affossare una riforma che portava il suo nome. E si è fatta parecchio notare la zarina ministeriale in maglia azzurra Giusi Bartolozzi. Era già impelagata nei risvolti giudiziari sull’acquiescente rimpatrio del torturatore libico Almasri. Ma ha voluto giocare e si è scalmanata fino all’harakiri contro gli ex colleghi in toga. Una performance che adesso la costringerà a rivedere l’agenda delle future ambizioni. Incrociandola con le date processuali.
Ma chi ha brillato è Andrea Delmastro Delle Vedove. Due anni fa era sgusciato indenne dall’imbarazzante vicenda dello sparo di Capodanno. Pur di salvare il risultato, aveva sacrificato l’ex amico Emanuele Pozzolo, spingendolo con risentimento verso Roberto Vannacci. Prima ancora, nel ritiro della casa romana condivisa con il collega Giovanni Donzelli, gli aveva spifferato segreti d'ufficio sull’anarchico Alfredo Cospito e il 41 bis. La premier lo aveva tenuto al suo posto. Lasciandocelo anche dopo la condanna a 8 mesi. In attesa della Cassazione. Nel frattempo, lui aveva potuto esibirsi in alcune perle da fantasista delle garanzie a senso unico. Come esternare l’intima gioia provata nel non lasciare respirare durante le traduzioni i criminali al carcere duro. Sul finale della partita referendaria, suo malgrado, il sottosegretario si è però concesso una rasoiata. Tanto affilata quanto implacabile. Ma sempre verso la porta di Meloni. In grado di ridimensionare le mire della premier che, certa del risultato anti-giudici, si vedeva già tra le mani la coppa del premierato con riforma elettorale da legge truffa.
Lo scoop firmato da Alberto Nerazzini sul Fatto ha portato alla luce la storia di una bisteccheria a Roma che ha visto in società Delmastro e altri papaveri piemontesi di Fratelli d'Italia con Miriam Caroccia, la figlia appena maggiorenne del riciclatore del clan Senese, Mauro, titolare di vari locali a Roma. Il Parlamento, tenuto a essere informato, nulla sapeva di quell’affare. E Delmastro, serial griller, era in amicale consuetudine con Caroccia padre già prima di investire nell’attività della ragazza. Al primo snodo delle vicende giudiziarie del ristoratore, il sottosegretario ha girato le quote a un’altra società. Sua. Poi, quando la condanna di Caroccia senior è diventata definitiva, ha mollato tutto a Miriam.
Alla vigilia del voto, la premier, dandogli dell’avventato, è corsa a respingere l’ipotesi di dimissioni del suo fedelissimo, divenute poi ineluttabili. Non sapevo, ha detto lui. Quando a un sottosegretario al vertice di una struttura delicatissima, con accesso a informazioni riservate, bastava digitare sul web il cognome Caroccia. Anche solo per farsi un’idea. E fuggire a gambe levate. Meloni doveva credergli. Del resto, anche a uno così aveva affidato non solo le carceri, ma anche le sorti della riforma costituzionale della Giustizia. Un bomber all’incontrario. Uno che sulla graticola ci ha spedito il governo.
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