Opinioni
6 marzo, 2026Il rischio è che l’attacco all’Iran si traduca in una nuova devastante guerra infinita in Medio Oriente
Dedichiamo la copertina di questa settimana all’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran. L’obiettivo dichiarato è di annientare la capacità nucleare di Teheran, neutralizzare i missili balistici che potrebbero colpire non solo Israele, ma anche capitali europee, e togliere aiuti e sostegno alle organizzazioni terroristiche islamiche. Con l’auspicio che da questa dimostrazione di forza esca un Iran più disposto al dialogo. Ma la storia ci ha insegnato in più occasioni che le scorciatoie militari, quando si confrontano con regimi caratterizzati da una forte componente ideologica, raramente producono i risultati promessi. E il ricordo dei fallimenti in Afghanistan è ancora vivo.
Fino al momento in cui scriviamo riscontriamo solo un effetto boomerang. Un’operazione – così ci è stato detto – nata per contrastare una minaccia, rischia ora di alimentarla anche perché i segnali di un sollevamento popolare interno contro il regime degli Ayatollah, apparsi nei mesi scorsi con le manifestazioni studentesche represse nel sangue, non si sono ancora appalesati. Anzi sembra che l’ala più dura del regime si sia rafforzata saldando un consenso interno. Colpire siti e arsenali non equivale a cancellare competenze, reti clandestine, infrastrutture diffuse e complesse e capacità di rigenerarsi di uno Stato di 90 milioni di abitanti. Infine c’è il rischio di un'esposizione dell’Europa, che si potrebbe ritrovare in un prossimo futuro bersaglio potenziale in un conflitto che si combatte altrove ma con conseguenze dirette sulle sue città, sulle sue economie, sulla sua sicurezza energetica. Con il prezzo politico di un Occidente che ha scritto la sua storia fondandola sul diritto internazionale, che ora calpesta, rischiando di erodere la propria credibilità globale. E pensare che Trump vinse la sua prima elezione presidenziale del 2016 dicendo che lui condannava le guerre infinite in Medio Oriente, fatte dai suoi predecessori, e promettendo di non farne più. Questo ci porta a pensare che voglia chiudere in tempi rapidi l’intervento militare in Iran, ripiegando su un’ipotesi tipo Venezuela e quindi non un cambio politico profondo, ma un nuovo regime che accetti di scendere a patti con l’America.
Intanto le conseguenze economiche e finanziarie per il mondo intero si fanno già sentire: rotte marittime insicure, mercati nervosi, investimenti congelati, mentre la chiusura dello stretto di Hormuz ha fatto schizzare alle stelle il prezzo del petrolio, per non parlare di quello del gas che è raddoppiato. C’è poi ciò che spesso resta ai margini delle analisi strategiche: le persone. È la popolazione civile che paga il prezzo più alto. Le studentesse cadute sotto i bomardamenti, ma anche i dissidenti: quelli uccisi nella repressione delle manifestazioni di piazza contro il regime islamico, e quelli arrestati. Nelle prigioni iraniane, a partire dal famigerato carcere di Evin, la situazione dei prigionieri politici è drammatica e in rapido peggioramento. Il Centro iraniano per i diritti umani e gli attivisti sui social lanciano l’allarme: accesso limitato a cibo e beni di prima necessità con parte del personale che avrebbe abbandonato il carcere, lasciando i detenuti senza il minimo indispensabile.
Il rischio vero ora è un’escalation del conflitto che solo il dialogo e la diplomazia possono fermare perché un Medio Oriente in fiamme avrà inevitabilmente riflessi devastanti su Europa e Mondo.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Caos globale - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 6 marzo, è disponibile in edicola e in app



