Outsider
11 marzo, 2026Per Davide Caranchini la cucina è sempre stata un campo di battaglia interiore. Oggi, nel suo ristorante a Cernobbio, quella tensione si traduce in un progetto più consapevole, dove la brigata lavora in un ambiente costruito su rispetto e responsabilità
Ci sono passioni che ti prendono per la pancia, esattamente lì dove le emozioni si annodano, si fanno oscure e pesanti, e ti trascinano fuori dal fango. Per Davide Caranchini, la cucina è stata, letteralmente, un’operazione di salvataggio. Un’arena privata dove combattere i propri demoni, le ansie che tolgono il fiato e il rumore bianco dei giudizi altrui. "La cucina mi ha salvato, lo dico con una sincerità che non ammette repliche", racconta. E lo ha fatto permettendogli di stare dietro le quinte, in quel cono d’ombra dove l’identità non si espone a parole.
Oggi che il suo ristorante, Materia, a Cernobbio è una bussola per chi cerca verità nel piatto, Davide non dimentica da dove viene. E non dimentica neanche i passaggi intermedi, quelli che spesso la narrazione gastronomica trasforma in grandi casi sociali.
Quando si parla del Noma, il tempio di René Redzepi, la sua testimonianza è una lama che squarcia il velo dei luoghi comuni: "In quei mesi non ho mai subito abusi, né verbali né fisici. Ma non avrei problemi a dirlo, se fosse successo". È una distinzione fondamentale: la differenza tra la cultura del lavoro duro, estremo, ossessivo, e l'abuso gratuito. Due epoche a confronto, due modi di vivere la cucina che Davide ha filtrato attraverso la propria pelle per arrivare a una sintesi personale: essere autorevoli, ma mai autoritari.
"Il primo anno il mio approccio era speculare a quello dei grandi maestri che avevo avuto. Mettevo pressione, generavo ansia. Era l’unico alfabeto che conoscevo per insegnare il mestiere". Poi, però, arriva il momento dell’introspezione. Arriva la consapevolezza che un ambiente infelice produce solo sfinimento. E allora ecco la rivoluzione di Materia: un ecosistema dove i ragazzi non sono schiavi dell’Ottocento condannati a turni da 18 ore, ma professionisti che arrivano più sereni al lavoro.
Questa nuova architettura umana si riflette, inevitabilmente, anche nei piatti. Quando era giovanissimo, la sua è stata una cucina rischiosa, quasi sfrontata. Oggi è più controllata, geometrica, ma mai meno audace. "La cattiveria, quella voglia di aggredire la vita, la sposto tutta lì, nelle mie creazioni. Non ho paura di spingere il limite un centimetro più in là del previsto".
Ma è nel gesto iconoclasta del decimo anniversario di Materia, che non possiamo ancora svelarvi, che rivela la sua vera natura di Outsider: "Non vogliamo creare aspettative, lasciamo parlare il nostro lavoro", dice.
Ed è qui che si smarca definitivamente dalle mode dei social. Davide non cerca l’approvazione della platea, cerca la propria differenza. Perché la cucina, alla fine della giornata, non è solo quello che metti sul fondo di un piatto di design: è la vita che decidi di metterci dentro, la tua e quella degli altri. Senza sconti, senza compromessi, con la ferocia di chi sa che l'unico modo per non morire è continuare a cambiare pelle o risorgere dalle ceneri.
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