Via libera dall'aula di Palazzo Madama alla fiducia posta dal governo sul ddl Delrio. A favore hanno votato 160 senatori, contro 133. Il provvedimento torna alla Camera Ma per abolire veramente le province si dovrà approvare una riforma costituzionale in fretta e furia

La fiducia sulle province Renzi l’ha ottenuta. La maggioranza non è solidissima ma c’è: con 160 sì e 133 no, il maxi emendamento che sostituisce il Ddl Delrio sulle città metropolitane può andare alla Camera per la definitiva approvazione. Bisogna però notare che con tutti i senatori tutti presenti la maggioranza è 161, e questo spinge molti onorevoli a notare «l’assenza strategica di alcuni eletti di Forza Italia». Le polemiche comunque non finiranno presto. E non solo sui numeri della fiducia. Perché se Renzi già in mattinata rivendicava di aver tolto la poltrona a tremila politici che «smetteranno di ricevere un'indennità dagli italiani», in aula non sono tutti d’accordo. E non lo sono, è il problema, anche nella maggioranza, soprattutto i Popolari di Mario Mauro che alla fine però hanno ceduto alla leva del voto di fiducia.

Le ragioni dei malumori sono varie. Non ultimo proprio il tema delle “poltrone”. Perché se è vero che l’organizzazione proposta dal governo elimina i consiglieri provinciali è vero che aumenta consiglieri e assessori nei piccoli comuni. Lo nota Maurizio Santangelo, capogruppo del Movimento 5 stelle: «aumentate le poltrone» scandisce durante la dichiarazione di voto, volendo considerare “poltrone” quelle occupate nei comuni di mille abitati, per poche decine di euro l’anno. Stessa ragione spinge però il Popolare Salvatore Di Maggio a disertare il voto in dissenso dal gruppo: «dice Renzi di volerne eliminare tremila, ne crea in realtà 31mila». 26 mila consiglieri e 5 mila assessori. Come lui Maurizio Rossi, in dissenso, ma che vota proprio contro: «rifiuto di cambiare la mia idea solo perché è stata posta la fiducia. Non difendo le province ma dico che il riordino per non esser demagogico dovrebbe partire dalle regioni». Le sue ragioni riguardano più l’efficacia del provvedimento.

Perché la verità l’ha detta, senza farci troppo caso, il senatore del Pd Francesco Russo, presentando all’aula del Senato il testo originario: «Non sbaglieremmo a definire questo provvedimento di rilevanza costituzionale» ha detto il senatore. E infatti quella votata dal Senato non è l’abolizione delle province. Più propriamente è una norma transitoria, la proroga del commissariamento di quelle già commissariate e la sospensione di ogni elezione per gli enti di quel livello.

Sospensione, non abolizione. Perché per quella serve la riforma costituzionale. Lo ripete in aula Sel e lo ribadisce il Movimento 5 stelle. Che chiede di eliminare dalla carta ogni riferimento alle istituzioni provinciali e ha depositato apposita riforma, a firma di Vito Crimi al Senato e Danilo Toninelli alla Camera. Ed è proprio calendarizzando la loro riforma e le altre proposte sul tema che si potrebbe risolvere la questione. La procedura d’urgenza che anticipa il dibattito costituzionale sarà però votata solo giovedì.

Il dissenso dei popolari di Mario Mauro, insomma, che martedì, con la loro assenza, hanno mandato sotto per due volte il governo in commissione affari costituzionali, è sicuramente riconducibile all’altra partita, alla soglia della legge elettorale, giudicata troppo alta dai popolari, e alla contrarietà di Mauro ad ogni tipo di quota rosa; e tuttavia anche Mauro indica «l’assenza di un quadro costituzionale» come uno dei motivi per cui il disegno di legge Delrio non va bene.

Secondo Loredana De Petris (Sel) capogruppo del Misto a Palazzo Madama, «l’unica cosa eliminata sono le elezioni». «La tendenza è quella di trasformare tutte le istituzioni che si può in istituzioni di secondo livello», continua De Petris, «derivate cioè da un’altra istituzione elettiva, facendo votare gli elettori il meno possibile». In effetti così Renzi ha immaginato le province e così sta immaginando il Senato. Secondo il maxiemendamento, infatti, le province manterrano le loro funzioni ma perderanno ogni organismo istituzionale eletto direttamente: aboliti dunque i consigli e le giunte che saranno sostituiti da assemblee di sindaci provinciali, mentre la funzione di presidente sarà assegnata a uno dei sindaci. Saranno poi istituite dieci città metropolitane.

Evitare le elezioni è un obiettivo dichiarato della legge. Nel testo di presentazione infatti si spiega che con «la sentenza 220 del 2013 della Corte costituzionale», quella cioè che bocciò il tentativo di riordino delle province attuato via decreto del governo Monti, «in assenza di provvedimenti normativi adeguati, tutto il nostro sistema delle autonomie locali sarebbe costretto a un clamoroso passo indietro». Tradotto: «Senza un intervento normativo, alle prossime consultazioni amministrative del 2014, si dovrebbe procedere al rinnovo degli organi delle province». Da qui la fretta del governo: se il testo non diventa legge entro il 7 aprile, il timore è che si debba votare. E il senatore Claudio Martini, annunciando il voto favorevole del Pd, lo ha detto chiaramente: bisogna evitare «il paradosso di votare e poi dover sciogliere province appena elette».

E votare non si vuole. Perché si vuole risparmiare. Anche sul risparmio effettivo dell’operazione però c’è polemica. «Poche decine di milioni» dicono dalla Lega. «Non c’è risparmio» dice ancora De Petris: «non c’è altro oltre che le indennità dei tremila consiglieri che prendono mediamente, vorrei ricordare a Renzi che è tutto eccitato, meno di mille euro». Considerando poi che le nuove città metropolitane «conservano i costi di staff e di organizzazione», il risparmio sarà «a dir tanto trenta milioni».

Dal governo, ovviamente, sperano di più. «Ma è chiaro anche dalle parti di palazzo Chigi» dice però la deputata Monica Faenzi di Forza Italia, «che il ddl Delrio ha solo gli indiscussi meriti di non ridurre in maniera sostanziosa i costi e aumentare la confusione istituzionale e amministrativa. Un pastrocchio, insomma, da coprire con la solita, ridondante e pinocchiesca retorica del taglio agli sprechi».

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