L'albero di Natale addobbato fresco, con tutte le sfere dorate e lucenti, appena montato nella sala antistante la buvette. Il portone del Palazzo, dal lato della chiesa di San Luigi Dei Francesi, chiuso da mesi come ad annunciare la dismissione definitiva (così l'opinio communis), giusto adesso di nuovo aperto e illuminato.
Come tutti i Palazzi di lungo corso, anche il Senato ha un'anima. E adesso che è salvo, adesso che con la vittoria del no al referendum ha scampato il rischio di finire in un angolo della Storia, la sua anima Palazzo Madama l'ha messa in due dettagli discreti, ma chiarissimi. L'addobbo, e la luce. I segni della resurrezione.
Solo venerdì sera, ai dipendenti che sciamavano verso casa, Palazzo Madama era infatti parso lugubre, chiuso, annuncio di sventura. Un Titanic pronto ad inabissarsi. Con i suoi ottoni lucidati, i suoi legni pregiati, gli affreschi, i marmi, i cortili. A chiasmo, lunedì mattina davanti all'ingresso principale è arrivata la risata grassa e tintinnante di Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato, ex Msi e An, forzista convinto, intento da un taxi a parlare con il senatore Antonio d'Alì, anche lui forzista, anche lui ridanciano.
"Quel che non strozza ingrassa", sintetizzano adesso romanamente in un famoso bar nei pressi del Palazzo. Come a dire che una volta passato per la strettoia della quasi sparizione, il Senato adesso è ancora più forte, vaccinato, immunizzato. E chi ci si proverà a cancellarlo, ora che nemmeno il dimagramento è riuscito?
La gioia di chi dentro a Palazzo Madama lavora è tanto naturale e ovvia quanto ufficialmente negata, e anzi pregasi la stampa non esagerare nel racconto dell'inverso. Dipendenti e funzionari che si salutano garruli, ma dissimulanti. Eventuali espressioni di giubilo vengono confinate all'interno delle stanze, meglio ancora se nel foro interiore di ciascuno. Manifestare emozioni sarebbe inappropriato.
Del resto, non soltanto il Palazzo è salvo, con le sue funzioni di prima, i posti di prima. Anche il famoso ruolo unico dei dipendenti di Camera e Senato, che avrebbe finito per tagliuzzare un poco gli stipendi di Palazzo Madama, comunque per comprimerne l'autonomia, è finito insieme con la riforma costituzionale nel limbo dei chissà quando. Per cui, meglio non strafare.
I corridoi sono completamente deserti, l'Aula pure, in Commissione Difesa resta fra l'altro all'ordine del giorno la leggina sulla riabilitazione dei militari ingiustamente condannati a morte durante la Guerra del 15-18, s'attendono gli emendamenti al cyberbullismo, tra poche ore viene inaugurata in Biblioteca la mostra su Federico Fellini, in occasione dei quarant'anni dall'uscita di Casanova. Tutto come sempre, ma con grande eleganza.
Adesso che sono salvi, persino i posti dei 315 senatori sembrano un lusso con il quale baloccarsi e lambiccarsi in tante costruzioni politiche di nuovo possibili. Tanto più perché per un prossimo governo, post Renzi, quei voti saranno fondamentali, ancora una volta. E a maggior ragione lo saranno perchè, in un Parlamento record quanto a cambi di casacca (sono stati in totale 380 in tre anni, al netto dei trasformsmi multipli hanno interessato 263 parlamentari, di cui 117 senatori), quel centinaio e più di "transfughi" a Palazzo Madama - in specie nel centrodestra i verdiniani di Ala, ma anche gli alfaniani di Ncd - adesso si trova non tanto senza più un partito (pazienza), quanto senza più un leader e un progetto in prospettiva (Renzi e il partito della nazione).
Son dunque voti potenzialmente in libera uscita, scalabili, determinanti per dare il via libera, o bloccare, qualsiasi progetto si tessa nell'immediato futuro tra Palazzo Chigi e il Quirinale.