Il premier ora dice che non metterà mano alla disciplina sugli ascolti. Ma il testo approvato alla Camera e ora fermo al Senato delega l'esecutivo a decidere come tutelare la riservatezza

Se ne parla da vent’anni, non si fa mai: quella delle intercettazioni, almeno sin qui, più che una riforma è una metafora, il termometro per misurare uno stato di salute (del governo) e di uno stato di rapporti (con la magistratura). Più se ne parla, più burrascosa è la situazione. E così anche stavolta, non certo per caso, la polemica sugli ascolti si infiamma in un momento di grande difficoltà dell’esecutivo. Comincia con Renzi, che in consiglio dei ministri parlando della inchiesta di Potenza allude a una nuova legge dicendo che “le cose devono cambiare” perché “ci sono intercettazioni che non hanno alcun nesso con l’inchiesta”. Continua con (fra gli altri) il neopresidente dell’Anm Piercamillo Davigo che dice no a una riforma delle intercettazioni e definisce “superflua” una modifica delle norme sulla pubblicazione degli ascolti.  Finisce con Renzi che fa una apparente marcia indietro (“non metteremo mano alla riforma”), mentre la ministra Boschi chiarisce che comunque “serve un equilibrio migliore”, per “tenere insieme il diritto di effettuare le indagini, il diritto di difendersi e la riservatezza di alcune informazioni, se non strettamente necessarie”.

Ora, in tutto questo parlare, e combattersi, tra renziani e magistrati, c’è da dire che la riforma delle intercettazioni non ha fatto né un passo avanti, né un passo indietro. C’è, giace in Senato, da settembre, in seno all’articolo 30 della legge che riforma il processo penale, approvato a fine estate dalla Camera. E’ una riforma che non tocca la  disciplina delle registrazioni e l’uso che ne fanno i magistrati: si occupa del versante della pubblicabilità degli ascolti. Vorrebbe modificare – vecchio pallino di Renzi – l’attuale equilibrio tra privacy e interesse pubblico. Vorrebbe mettere un argine più forte alle conversazioni irrilevanti. Ma non dice esattamente in che modo. Anzi: dice che sarà il governo a decidere come dovrà essere questo nuovo equilibrio, dove passerà l’asticella tra gossip e prova di reato. E’ infatti una delega all’esecutivo, niente di più. Una riforma senza faccia. L’articolo 30, comma a, spiega solo quali principi dovrà seguire. Uno su tutti: “Garantire la riservatezza

a) prevedere disposizioni dirette a garantire la riservatezza delle comunicazioni e delle conversazioni telefoniche e telematiche oggetto di intercettazione, in conformità all'articolo 15 della Costituzione, attraverso prescrizioni che incidano anche sulle modalità di utilizzazione cautelare dei risultati delle captazioni e che diano una precisa scansione procedimentale per la selezione di materiale intercettativo nel rispetto del contraddittorio tra le parti e fatte salve le esigenze di indagine, avendo speciale riguardo alla tutela della riservatezza delle comunicazioni e delle conversazioni delle persone occasionalmente coinvolte nel procedimento, in particolare dei difensori nei colloqui con l'assistito, e delle comunicazioni comunque non rilevanti a fini di giustizia penale.

Su questa delega Davigo deve ancora esprimersi: ma, secondo il suo predecessore all’Anm Sabelli, era “troppo generica” e destinata a portare “tensioni” quando si discuterà dei “dettagli”. Già, perché i dettagli da definire sono parecchi. Giusto per fare un esempio, alla Camera è stato cancellato pure il riferimento alla cosiddetta “udienza filtro” (tra le intercettazioni rilevanti e quelle inutilizzabili): serviva a fissare il momento preciso in cui cadeva il divieto di pubblicare le intercettazioni . Adesso, l’udienza è stata sostituita con il vago “scansione procedimentale per la selezione del materiale”. Una formula di stile che in sé non dice nulla: significa che il testo non fissa un momento preciso per la diffusione. Sarà il governo a decidere: stabilendo modalità, tempistica, ed eventuali sanzioni.

Sempre il governo stabilirà i paletti del reato per chi diffonde con intenti diffamatori le registrazioni fraudolente. E deciderà pure in che modo saranno semplificate le condizioni per l’uso delle intercettazioni “nei procedimenti per i più gravi reati contro la pubblica amministrazione”.

Che Renzi non riformerà le intercettazioni, dunque, è vero e nello stesso tempo non è vero. Le riformerà, quando il provvedimento sul processo penale sarà arrivato in fondo al suo iter. Ma senza toccare le indagini. La sua preoccupazione sarà la “tutela della riservatezza”, in specie nei confronti di “terzi” non coinvolti: che poi, almeno secondo alcuni calcoli, tale riservatezza sia stata violata solo 12 volte in vent’anni, non è cosa che agli occhi di Renzi ne diminuisca l’importanza. 

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