Come se due politici giocassero ad acchiapparella sulla pelle di Ahmed e delle altre persone. Da una parte la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni, che su Twitter classifica i problemi della Capitale: «Emergenza rifiuti, strade dissestate, mancanza di sicurezza, ma per la sinistra la priorità rimane lo Ius Soli». Dall’altra Matteo Salvini, auto proclamatosi guerriero: «In un governo senza Lega questi approvano in un minuto Ius Soli, Ddl Zan e figuriamoci cosa succederebbe con gli sbarchi. Non darò a Letta e Conte la soddisfazione di massacrare l'Italia per due anni, noi stiamo qui e combattiamo a nome vostro».
Di sicuro non a nome di Ahmed Abdelrahman, 24 anni, origini egiziane. Deve dare gli esami di Analisi 1 e 2, spauracchio di tanti studenti di ingegneria, poi la laurea. «Mi piacerebbe fare il programmatore o l’ingegnere ma al momento non lo so, penso solo a finire gli studi». Dovrebbe farcela entro la sessione invernale. Vive a San Zenone al Lambro, un comune in provincia di Milano, e quando non è sui libri impegna il tempo libero lavorando come commesso. È arrivato in Italia a tre anni, raggiungendo i genitori tramite il ricongiungimento familiare. Il primo a partire dall’Egitto è stato il padre, poi la madre, infine Ahmed. Che vive nel nostro Paese da 21 anni, ha l’accento meneghino ma non la cittadinanza.
«Se l’avesse richiesta mio padre quando ero minorenne l’avrei già ottenuta, ma lui non era interessato e ho dovuto inoltrare la domanda io appena maggiorenne», racconta. Dice che suo padre si è sempre sentito «un egiziano in Italia». Poco a suo agio, spesso discriminato. Per Ahmed è diverso, anche se alla domanda «ti senti italiano» risponde «ni». Poi chiarisce, spiega: «È quello che sono per istruzione e cultura, certo. Però a volte mi pesano le polemiche, il razzismo, questi preconcetti per cui ogni etnia ha le sue caratteristiche. Il cingalese con il minimarket, l’egiziano fa le pizze e il rumeno magari ruba il rame. Io mi sento italiano, ma non so se lo sono per gli altri. Anche se alla fine è solo un nome, no?».
Per quel “nome” – la cittadinanza – Ahmed aspetta da tre anni. Inizia le pratiche durante le vacanze in Egitto, l’estate 2018 divisa tra il sole e la burocrazia congestionata del Cairo. «I tempi erano stretti e i documenti da consegnare poi in Italia tanti, tutti tradotti e autenticati». Ottenuto l’appuntamento all’ambasciata italiana, prese le carte e tornato a casa, Ahmed può inoltrare online la domanda. Ancora aspetta risposta.
La pratica non è conclusa perché i decreti sicurezza di Salvini – ormai modificati ma entrati in vigore nel 2018, quando lui era ministro degli Interni – hanno cambiato anche la legge sulla cittadinanza. Prorogando il termine di conclusione delle pratiche, che da due è slittato a quattro anni. Un cambiamento valido anche per le pratiche già presentate e i procedimenti in corso, come quello di Ahmed. Oggi, archiviati i decreti sicurezza, l’attesa massima per la richiesta di cittadinanza si è assottigliata a un anno. Ma per il momento Ahmed aspetta ancora.
Vittima di un paradosso e di un’ironica casualità. Il paradosso è che suo fratello Elsayed, nato in Italia, è diventato cittadino a 18 anni e un giorno. Perché la legge permette di ottenere la cittadinanza a chi documenta di aver vissuto ininterrottamente sul territorio italiano. La casualità beffarda vuole invece che lui, da sempre interessato all’attualità e attivo per avvicinare la politica ai coetanei, tra pochi giorni non avrà il diritto di votare alle elezioni. Né ha potuto contribuire con una firma al dibattito relativo ai referendum per l’eutanasia e la cannabis legale.
C’è un tema che gli sta a cuore più degli altri, per cui si batterebbe senza sosta: lo Ius Culturae. «Se si parla di integrazione lo strumento principale è l’istruzione, la scuola dove fino ai 18 anni passi tante ore al giorno. Sapere la lingua significa integrarsi, poter raccontare storie, costruire legami, conoscere tradizioni». Come dice lui: «Si tratta di far diventare italiani ragazzi che lo sono già». Torna quell’idea della cittadinanza come nome, cavillo che dà forma alla sostanza; eppure passaggio necessario per esercitare a pieno diritti e doveri del cittadino.
La sensibilità sta cambiando, Ahmed ne è convinto: «Già con mio fratello ho visto una nuova consapevolezza, insegnanti attenti al tema dell’integrazione». Quando è arrivato lui, nel quartiere la sua famiglia era l’unica straniera. A volte si respirava diffidenza, come quella volta a scuola: «Ero forse in quarta elementare, ricordo che la maestra riferendosi agli stranieri disse “non so perché voi fate sempre così”. Mi sono sentito escluso, separato dagli altri pur essendo parte della classe». Di nuovo, il peso delle parole.