Palazzo Chigi

Chi è Alfredo Mantovano, il capo ombra del governo Meloni

di Susanna Turco   12 aprile 2023

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Ha la delega ai servizi, una lunga storia, molteplici relazioni, notevole tessiture col Vaticano, il Quirinale e gli apparati dello Stato. Cattolico senza aggettivi, tradizionalista di destra, ruppe con Fini per la svolta laica. E un filo diretto con la premier

È il capo ombra del governo, l’uomo che ha in mano le leve, è la «carta copiativa» di Giorgia Meloni. Ha una lunga storia, molteplici relazioni, notevoli tessiture con il Vaticano, ma anche con il Quirinale, solida consuetudine con gli apparati dello Stato, l’apparenza grigia: non reca scritta in superficie alcuna caratteristica speciale, alcuna velleità. Non ci tiene neanche a sembrare originale. Esemplari le parole con le quali Giorgia Meloni lo ha presentato al Papa, nella sua prima udienza privata, il 10 gennaio: «Una persona con cui lavoro da tanti anni, grande giurista, grande cattolico».

Alfredo Mantovano, 64 anni, nato a Lecce, laureato a Roma, sottosegretario alla Presidenza con delega ai Servizi segreti, è per il governo come la schiuma del mare: è presente ovunque, si rende visibile solo nel caso di forti tempeste, quando le onde si sollevano, battono sugli scogli. Altrimenti è come se non ci fosse.

«Parlo poco perché non serve», ebbe a dire appunto in una delle rare occasioni in cui aprì bocca, dopo essersi presentato come per caso ai cronisti sotto a palazzo Chigi, alle 15 in punto, nel bel mezzo delle polemiche sui morti di Cutro, mentre la premier era in visita in India, per anticipare la linea del governo sulla ricostruzione di quella notte, che sarebbe stata enunciata tre giorni dopo in Parlamento dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (e da allora su di lui aleggia il fantasma del commissariamento).

La stessa cosa aveva fatto un mese prima, nel bel mezzo della bufera sul duplex Donzelli-Delmastro, un po’ piantando il paletto circa la non riservatezza delle informazioni passate dal sottosegretario al reggente di Fdi, un po’ facendo però affiorare sui giornali alzate di sopracciglio per la difesa a oltranza dei due, di cui s’era incaricata la premier (qui il fantasma del commissariamento ha riguardato invece il Guardasigilli Carlo Nordio, ma il commissariante era il medesimo).

 

Cattolico senza aggettivi, secondo il principio formulato dal barone Vito d’Ondes Reggio nel 1875, ai tempi del non expedit, per cui «il cattolicesimo è dottrina compiuta» e «qualunque qualità si aggiunga è da per sé un gravissimo errore» (significa supporre che «manchi di qualcosa che è d’uopo dargli, o contenga qualche cosa che è d’uopo levargli»), Alfredo Mantovano con lo stesso spirito ha chiarito una volta per tutte la sua postura di fondo il giorno dell’Epifania, quando ha rilasciato a La Stampa la sua prima intervista dall’ascesa al governo per parlare di Benedetto XVI e dire la sua, da tradizionalista, contro i tradizionalisti che avevano colto l’occasione della morte del Papa emerito per attaccare Francesco: «Giovanni Bosco, quando gli dicevano “Viva Pio IX!” o “Viva Leone XIII, replicava: “Viva il Papa”. Questo è l’atteggiamento del cristiano, viva il Papa, chiunque sia. Ogni tentativo di lettura dialettica è sbagliato».

«L’atteggiamento del cristiano» è trasposto pari pari nella tetragonia laica con la quale il sottosegretario sostiene Giorgia Meloni: ritiene infatti che la sua interlocutrice debba essere unicamente lei, senz’altra dialettica. Un affidarsi apodittico, capace di azzerare qualunque teoria del complotto, materia in cui pure i Fratelli d’Italia sono esperti.

Ed ecco perché Mantovano, a differenza di quasi tutti gli altri, ha trovato posto nella più stretta cerchia fiduciaria della premier anche senza aver condiviso con lei la militanza giovanile. È peraltro l’unico, assieme per certi versi a Guido Crosetto, che possa metaforicamente avvolgere Meloni come un mantello protettivo, così come l’unico che possa politicamente sopravviverle: per tutti gli altri è invece la premier a dover svolgere questo ruolo di cura, presto o tardi. Le è accaduto persino con Giovanbattista Fazzolari: definito da Luigi Bisignani «copilota chiave» assieme a Mantovano, eppure bisognoso anche lui, in almeno due casi, dell’intervento della premier.

Infinitamente più felpato rispetto al sottosegretario all’Attuazione appassionato d’armi, Mantovano ha almeno due skill («abilità», direbbe Rampelli) che a Meloni tornano utili più di qualsiasi fiamma. La prima riguarda la consuetudine a muoversi dentro gli apparati dello Stato, la seconda riguarda i rapporti col Vaticano.

Magistrato e parlamentare, è stato sottosegretario all’Interno nei governi Berlusconi per complessivi nove anni (Scajola, Pisanu, Maroni) e membro del Copaco (antesignano del Copasir): una formazione che ad esempio il 6 marzo gli ha dato la piena tranquillità di decidere, senza troppe consultazioni, la rimozione di Roberto Baldoni da una casella delicata come quella di direttore dell’Agenzia per la cybersicurezza (l’aveva messo il suo predecessore, Franco Gabrielli).

La sua parabola politica è legata a quella di An: avvicinatosi attraverso il partito guidato da Gianfranco Fini, di cui fu a lungo considerato il delfino, Mantovano lasciò i palazzi con la fine del Pdl. Quando Meloni fondava Fdi, lui tornava in magistratura, senza interrompere i rapporti. Lei, d’altra parte, non ha mai smesso di invitarlo. E ora lui vede in Meloni incarnata (addirittura) una nuova stagione del tatarellismo, come ha spiegato durante le celebrazioni in Senato del ministro dell’Armonia. «Giorgia Meloni aveva poco più di vent’anni nel 1999, al momento della morte di Tatarella: eppure già in quel periodo sembrava a suo modo averne raccolto il testimone», ha detto Mantovano, di fronte a un’altra figura con cui negli anni non ha allentato i rapporti, Luciano Violante. C’era in effetti un tempo in cui Mantovano, da coordinatore di An, era costretto a smentire un asse preferenziale con l’allora presidente della Camera, che pure invece dialogava con Fini su Repubblica sociale e totalitarismi. Erano gli anni della bicamerale, e di quelle trasversalità di cui lui stesso sarebbe rimasto vittima: pochi lo ricordano, ma fu proprio per un travaso di voti da Forza Italia a Massimo D’Alema, che Mantovano nel 2001 rimase fuori dal Parlamento, perso il leggendario seggio di Gallipoli. Plenipotenziario all’epoca per gli azzurri pugliesi era - somma ironia - Raffaele Fitto, oggi ministro e luogotenente di Meloni.

Il suo vero ritorno in scena è avvenuto giusto un anno fa, per la Conferenza programmatica dei Fratelli a Milano. Dove ha parlato di natalità, di famiglia naturale, si è espresso contro l’eutanasia («diventerà a breve uno strumento per il controllo della spesa pubblica»), contro il ddl Zan, contro le coppie omogenitoriali, contro ovviamente la gestazione per altri. Argomenti che poi tante volte sono affiorati sulle bocche di Meloni e dei Fratelli.

Lì Mantovano ha sfoderato insomma il suo tradizionalismo di destra, quello da campione di Alleanza Cattolica e fondatore del centro Studi Livatino. Una certa impostazione culturale che è quella che nel 2005 lo portò ad allontanarsi da Fini, ai tempi della svolta laica. Cultura che in questi mesi l’ha portato davanti alla reliquia della camicia insanguinata di Livatino, il giudice-beato, esposta in Senato. Così come per altri versi alla conferma a vice capo del Dagl di Roberto Tartaglia, già pm del processo Trattativa, e al sostegno per la candidatura al Csm di Daniela Bianchini, anche lei Centro Studi Livatino, di cui Mantovano entrando al governo ha lasciato la vicepresidenza. Insieme con la presidenza della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre: «Sono stato in questa sala a trovarla, portando i familiari di Asia Bibi qualche anno fa, non so se ricorda», ha detto al Papa a gennaio, baciandogli l'anello. C’era già stato, prima di Meloni. E, visto l’andazzo di questi mesi, potrebbe esserci anche dopo.

Cattolico tradizionalista, solide relazioni con il Vaticano ha la delega per i Servizi. Di poche parole, pur senza pregressi comuni di militanza giovanile, ha un filo diretto con Meloni