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Politica
luglio, 2023

Nel governo Meloni è il maschio che detta legge

Una premier che vuole farsi chiamare “il” presidente non riequilibra la rappresentanza di genere. Infatti nei ruoli chiave sono tutti uomini, nessun provvedimento a favore delle donne e ddl antifemminicidi bocciati dalle associazioni

Nel lungo discorso di insediamento di Giorgia Meloni alla presidenza del Consiglio c’è un passaggio che dice questo: «Tra i tanti pesi che sento gravare sulle mie spalle oggi, non può non esserci anche quello di essere la prima donna a capo del governo in questa Nazione […] mi ritrovo inevitabilmente a pensare alla responsabilità che ho di fronte alle tante donne che in questo momento affrontano difficoltà grandi». La leader di Fratelli d’Italia che nel 2020 esultò dopo il mancato finanziamento alla Casa internazionale delle donne di Roma, istituzione che da tre generazioni si occupa di violenza di genere e diritti delle donne, era riuscita dove altre avevano sempre fallito: prima donna premier d’Italia. Una donna di destra. Non femminista. La “donna nuova”. Un fatto storico. Ecco, su questo si potrebbe tirare una riga. Ma più in generale, bisognerebbe tirare le somme dopo otto mesi di governo Meloni.

 

Il colpo d’occhio sul Parlamento è essenziale, ci riporta a una storia antica: nei ruoli chiave di potere sono tutti uomini. L’elenco ai vertici delle commissioni parlamentari, ad esempio è da declinarsi tutto al maschile. La maggioranza di governo con la prima presidente donna nella storia d'Italia è riuscita a piazzare soltanto uomini ai vertici delle commissioni: 14 su 14. Frutto di un lungo accordo sulle quote a ciascun partito: 7 a Fratelli d'Italia, 4 alla Lega e 3 a Forza Italia. Ma senza una rappresentanza femminile. Così come è composto interamente da maschi il Cda dell’Aifa che ha recentemente negato, fino a data da destinarsi, la rimborsabilità della pillola anticoncenzionale. «Una donna è il presidente del Consiglio, sono polemiche ridicole», ribattono da Fratelli d’Italia.

 

Enfasi su quell’articolo declinato al maschile. Meloni ha ribadito in più di un’occasione (anche durante la discussione per la fiducia) di voler essere chiamata “signor presidente”. E anche gli uffici si sono adeguati. Il segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri, Carlo Deodato, ha pensato subito di diffondere una circolare, inviata a tutti i ministeri: «Per opportuna informazione si comunica che l’appellativo da utilizzare per il presidente del Consiglio dei ministri è: “Il signor presidente del Consiglio dei ministri, on. Giorgia Meloni”». Adottata dagli uffici della presidenza in quanto indicata come la più corretta dall’ufficio del cerimoniale di Stato e per le onorificenze. Dettagli, non fosse che la lingua reinterpreta il senso di una rivoluzione solo simbolica come spiega Francesca Dragotto, direttrice del centro di ricerca “Grammatica e sessismo” dell’Università di Roma “Tor Vergata” «Basta concentrarsi sui nomi scelti per alcuni ministeri. Quello per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, ad esempio. Una rivisitazione del concetto di pari opportunità che finisce per indebolirlo. I concetti di “maternità” e “natalità” sono già compresi nelle istanze di pari opportunità, se mi batto per avere servizi lo faccio anche a sostegno della natalità ma soprattutto del diritto alla scelta». Scelte di una cultura agli antipodi rispetto alle battaglie identitarie che, tralasciando i codici linguistici, scivolano in quelle politiche che attraversano la vita delle cittadine.

 

Per capirlo basta andare davanti al ministero del Lavoro dove protestano le lavoratrici per lo smantellamento di Opzione donna. Una giravolta del governo Meloni che ha illuso migliaia di lavoratrici rimaste al palo, convinte fino a qualche mese fa di poter andare in pensione seppur con un ricalcolo dell'assegno interamente contributivo – con un taglio importante fino a un terzo dell'importo – poi lasciate fuori, dopo che l'esecutivo ha deciso di rendere praticamente inaccessibile lo scivolo pensionistico. Ma non solo, spiega a L’Espresso la sociologa Chiara Saraceno: «Partiamo dal taglio del reddito di cittadinanza, che colpisce soprattutto le persone con figli minorenni. La maggioranza dei percettori sono donne, madri sole. Così, nonostante tutta la narrazione fatta sulla natalità, le cosiddette famiglie protette sono meno protette di prima. Un’altra questione è legata ai servizi, basta volgere lo sguardo al Pnrr, non è una questione legata direttamente a questo governo, bisognava procedere in un altro modo prima, ma le colpe politiche si ereditano e si scontano: Meloni aveva promesso la copertura al 100% dei nidi gratuiti ma a causa delle inefficienze sul Pnrr persino l'obiettivo del 33% è a rischio. E ancora, nel codice degli appalti è sparita la premialità rispetto alle imprese che garantiscono pari opportunità al proprio interno. Si prevedeva un incremento di occupazione giovanile o femminile pari al 30 per cento, nel 75 per cento delle gare. In realtà ci sono tante eccezioni concesse e tutto salta».

 

Ci sarebbe poi la questione del salario minimo avanzata con unità dalle opposizioni. La presidente Meloni l’ha liquidato con sufficienza: «Non sono convinta». Eppure, specifica Saraceno: «Moltissime occupazioni femminili, soprattutto a livelli meno qualificate, sono al di sotto del salario minimo proposto adesso». Infine, dal primo gennaio 2023 ad oggi (nel momento in cui scriviamo) l’Italia conta 43 femminicidi, donne uccise per mano degli uomini. Dopo l’ennesima vittima, il 7 giugno, il consiglio dei Ministri ha approvato d’urgenza il ddl femminicidio: pene più severe e tempi stretti per i giudici. Bocciato dai centri che danno supporto e protezione alle vittime. «Di fatto è una risposta a un reato quando è già stato commesso. Non ci sono novità ma solo allargamenti di misure già esistenti», commenta la Fondazione Pangea Onlus. Passi indietro e passi falsi. Così la “donna nuova” torna a essere quello che è: l’ultima erede di un partito del Novecento, una storia antica e maschile.

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