Politiche di rilancio

La grande idea del governo Meloni: torna la Cassa del Mezzogiorno

Il decreto Sud firmato dal ministro Fitto stravolge le vecchie zone speciali e le unifica in un carrozzone burocratico colossale. In cambio di 2.200 posti fissi regionali e del tax credit, si prepara il vero attacco al Sud con l’ariete dell’autonomia differenziata

di Gianfrancesco Turano   20 settembre 2023

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«Tranne rare eccezioni, l’intero Mezzogiorno presenta tassi di occupazione giovanile molto inferiori alla media. Ne scaturisce una preoccupante ripresa dell’emigrazione di massa». Oppure, citando a caso, «il Mezzogiorno italiano sconta divari strutturali anche molto ampi con il resto del Paese e di rado si apprezzano processi di convergenza significativi». Sono passi scelti del rapporto Istat sul Sud del gennaio 2023. Ma l’anno potrebbe essere il 1953 o magari il 1876 dell’inchiesta sulla Sicilia dei deputati Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, il testo di riferimento di un meridionalismo che ripete il suo verso da un secolo e mezzo.

 

Soprattutto quando si parla di occupazione giovanile. Dopo il colpo di spugna sul reddito di cittadinanza e la via crucis del salario minimo, il governo ha trovato la soluzione. È una nuova Cassa del Mezzogiorno quella che la presidente Giorgia Meloni e il ministro del Sud Raffaele Fitto hanno resuscitato con il decreto Sud approvato dal consiglio dei ministri il 7 settembre scorso. La vecchia Casmez, ente pubblico costituito nel 1950 da Alcide De Gasperi e da Pasquale Saraceno, l’economista che nel 1946 aveva fondato l’associazione privata Svimez, era finita in liquidazione nel 1984 dopo 34 anni di vicende in altalena fra qualche successo iniziale e un graduale scivolamento nel clientelismo e nell’assistenzialismo sprecone.

 

In versione aggiornata e in linea con il dirigismo accentratore della premier, otto regioni centromeridionali (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna) saranno riunite in un’unica Zes (zona economica di sviluppo) rispetto alle otto zes attive dopo il primo imprinting del governo Gentiloni a cavallo fra il 2017 e il 2018.

 

Sotto il profilo occupazionale, per adesso la dotazione più pregiata del decreto firmato da Fitto sono i 2200 posti di lavoro a tempo indeterminato messi a disposizione delle otto regioni della Zes. Si annunciano concorsi pubblici con capienze da stadio per selezionare i 2129 fortunati ai quali vanno aggiunte 71 posizioni da applicare al dipartimento per la coesione territoriale. A livello dirigenziale è previsto un bonus di risultato e i neoassunti saranno smistati negli enti locali, secondo modalità da chiarire. In ogni caso si parla delle Regioni, dei Comuni e delle province che il vicepremier Matteo Salvini ha fretta di ripristinare.

 

Per gli standard di impiego e per la demografia catastrofica delle regioni meridionali è grasso che cola, dopo anni di tagli al personale e blocco del turnover da parte di governi e giunte di ogni orientamento. Proprio un rapporto Svimez del 2019 annunciava che in vent’anni hanno lasciato il Sud oltre 2 milioni di under 34. La tendenza ha rallentato negli anni seguenti, un po’ per la pandemia, un po’ per l’impennata dei costi del settore immobiliare nelle città del Nord che danno lavoro. Ma dai dati provvisori pubblicati dall’Istat, che registrano un -6,3 per cento di popolazione nel Mezzogiorno durante i primi mesi del 2023, la fuga dalle zone della Zes sembra in netta ripresa. Per frenarla i presidenti regionali tentano, motu proprio, di riaprire la valvola delle assunzioni. Renato Schifani, a costo di inimicarsi il governo centrale, ha portato la pianta organica della Regione siciliana dai 10374 in servizio nel 2021 agli 11884 previsti quest’anno. Nel frattempo, è arrivata la sentenza sfavorevole della Cassazione sugli aumenti ai dipendenti concessi con la finanziaria regionale del 2022, perché violavano il piano decennale di rientro.

 

I 2200 nuovi assunti saranno spesati per altre vie. Il progetto della zes unica prevede un fondo assunzioni da 572 milioni di euro che ha avuto il semaforo verde dell’Ue lo scorso luglio. Ma questa è solo una delle componenti nel ginepraio finanziario dell’intervento. Un ginepraio miliardario che, negli intenti, dovrebbe attrarre gli imprenditori capaci di creare realtà produttive diverse dall’impiego pubblico parassitario celebrato da Checco Zalone.

 

La legge di bilancio del 2021 varata dal governo Conte bis, con il democrat Giuseppe Provenzano ministro del Sud, ha stanziato 50 miliardi di euro di fondi per lo sviluppo e la coesione (Fsc) di cui l’80 per cento va al Mezzogiorno in rate annue di 4 miliardi di euro fino al 2029. Sul fronte aziende un’altra attrattiva è il credito fiscale di 1,5 miliardi di euro all’anno alimentato per un terzo dall’Europa e per due terzi dal Pnrr. Il grosso della dotazione è questo.

 

«Ma se tutto diventa speciale», critica Provenzano, deputato Pd nell’attuale legislatura «nulla è speciale. La zes unica è una contraddizione in termini perché ribadisce l’eccezionalità complessiva del Mezzogiorno e non differenzia fra aree molto diverse fra loro. Il beneficio fiscale è necessario ma qui manca la semplificazione amministrativa e da ministro avevo constatato che le otto aree erano già troppo estese. Questo decreto arriva alla vigilia di un attacco politico del governo contro il Sud attraverso l’autonomia regionale differenziata, l’abolizione della clausola del 40 per cento sui fondi del Pnrr e l’affondamento del Piano Sud che era stato concordato con gli enti locali. Il vero fine di questa operazione è l’appropriazione del fsc, il fondo di sviluppo e coesione che torna a essere un bancomat in mano all’esecutivo».

 

La controprova di quanto sostiene l’esponente Pd sulle tante facce dell’economia meridionale è in un recente dato Istat. Nell’aumento degli occupati del 2022 la Puglia è quarta dopo Toscana, Lombardia e Veneto. In quanto alle paventate complicazioni amministrative, il decreto Sud non lascia nulla di intentato. La promessa dell’esecutivo di velocizzare gli investimenti nelle aree del Mezzogiorno è sintetizzata dalla figura di un solo commissario straordinario invece di otto. Da lì in giù, si intreccia l’abituale groviglio di entità burocratiche disposte in ordine verticale, ma anche orizzontale e trasversale in modo che la scala delle responsabilità sia la più tortuosa possibile.

 

Il decreto Sud fa capo al ministro Fitto, che ha anche le deleghe per gi affari europei, la coesione territoriale e il Pnrr, principale serbatoio finanziario per gli sgravi fiscali alle aziende. Il primo braccio operativo del ministro è il dipartimento delle politiche di coesione, guidato da Michele Palma, che dovrà confluire nella nuova agenzia per la coesione. In modo analogo, dopo il 1984 la Casmez generò l’Agensud, che pure quella fu liquidata nell’anno primo di Tangentopoli (1992).

 

Vi sarà poi una cabina di regia sotto il controllo di palazzo Chigi che, d’accordo con il Cipess, distribuirà i fondi. A sessanta giorni dal varo del decreto, quindi entro novembre, nascerà una struttura di missione (sdm) che collaborerà con il commissario straordinario. La sdm presenterà un piano strategico triennale, redatto con la partecipazione di Invitalia, e disporrà di un coordinatore, due direttori generali, quattro uffici sottoposti a un dirigente e sessanta addetti. È prevista la possibilità di avvalersi di consulenze esterne per un massimo di 50 mila euro all’anno per un totale di 700 mila euro.

 

La struttura di missione diventerà la stazione appaltante dei progetti che hanno un ambito estremamente limitato. Non saranno finanziate iniziative imprenditoriali nei rami della siderurgia, del carbone, dei trasporti, delle infrastrutture, dell’energia, della banda larga e del settore bancario-finanziario. Per esclusione, restano l’agricoltura, il turismo, che in questi anni ha avuto un’espansione sregolata, e l’ambiente che il turismo sregolato ha contribuito a mettere in crisi.

 

Il decreto Sud, dove sono inclusi i finanziamenti emergenziali per Caivano (30 milioni di euro) e per le isole siciliane di Lampedusa e Linosa assediate dagli sbarchi (45 milioni di euro in totale), è completato dal già esistente portale OpenCoesione. Una seconda cabina di regia si incarica delle aree interne con i contributi che passano per i Comuni e vanno spesi entro la fine del 2025.

 

Prima di mettere a regime la nuova zes unica bisognerà garantire gli investimenti già fatti dalle otto zes in attività. La Sicilia ne aveva due, occidentale e orientale con Carlo Amenta e Alessandro Graziano come commissari, mentre una zes interregionale ionica univa Puglia e Basilicata e un’interregionale tirrenica prevedeva l’altra metà della Puglia e il Molise.

 

A Palermo Forza Italia ha mostrato scontentezza per il decreto per timore che i lavori in corso si possano bloccare. È un atteggiamento discordante tra i berlusconiani e Fdi sui temi del Sud già visto con l’autonomia differenziata. Ma ora che la parola sul decreto passa alle Camere, il governo avrà bisogno di schierarsi a ranghi compatti. La nuova Cassa del Mezzogiorno non può aspettare.

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