Politica
9 gennaio, 2026Domanda: «Può garantire che su Paragon soldi pubblici non siano stati spesi per intimidire, manipolare, ricattare, screditare il servizio di politici, giornalisti, attivisti, preti?» Silenzio anche stavolta dalla premier. Che però dice: «È chiaro che Italia c'è un problema»
Una volta al Senato Giorgia Meloni ha detto a Matteo Renzi che non rispondeva alle sue domande sul caso Paragon per «non fare pubblicità al suo libro», un’altra volta sempre in Aula ha proprio ignorato gli interrogativi sul tema annunciando di voler «rispondere solo alle questioni davvero importanti». Insomma la premier è sempre stata liquidatoria o generica, ha svicolato, quelle poche volte in cui le è capitato in un anno di sfiorare il caso che – stile dittatura sudamericana degli anni Settanta - ha visto nel nostro Paese spiati giornalisti, attivisti, imprenditori, anche preti, da un software che poteva essere acquistato solo il governo italiano, senza che sin qui si sia capito chi ha spiato e perché.
Stavolta, alla conferenza stampa di inizio anno in una sala della Camera dei deputati, forse finalmente ispirata dalle parole pronunciate da papa Leone XIV incontrando a dicembre i vertici dell’intelligence italiana (c’era anche il sottosegretario Alfredo Mantovano) circa il fatto che «le informazioni riservate non possono essere usate per intimidire, manipolare, ricattare, screditare il servizio di politici, giornalisti o altri attori della società civile» o spinta dal desiderio di «sottoscrivere in pieno» le sue parole, Meloni si è mostrata un filo meno spiccia alle domande sul punto. Quanto meno, su sollecitazione de L’Espresso e di Fanpage, citando Paragon (ma anche l’inchiesta sui dossieraggi ed Equalize), ha ammesso: «Mi pare chiaro che l’Italia ha dei problemi da questo punto di vista», «figuriamoci se non capisco di che state parlando», «ho sempre detto che il tema era molto serio e che avremmo fornito tutte le informazioni che potevamo fornire per trovare una soluzione». È stato un attimo, poi Meloni è tornata in uno dei ruoli preferiti: quello di vittima, la cui vita è stata «scandagliata e buttata sui giornali». Senza rispondere anche stavolta alla domanda: può garantire che su Paragon soldi pubblici non siano stati spesi per intimidire, manipolare ricattare, screditare il servizio di politici, giornalisti, attivisti, preti? Silenzio.
È stato comunque, questo, che uno dei momenti più vivaci della conferenza stampa di inizio anno della presidente del Consiglio, l’unica occasione ormai in cui Meloni si concede alla stampa da «seduta» - come ebbe a specificare una volta il suo ex portavoce Mario Sechi, chiarendo che a lei non piace questo tipo di postura. In enorme difficoltà sulla politica economica del governo, senza risultati-bandiera da sventolare e persino fortunata che tra le domande dei giornalisti non figurasse il caso del giorno, quello della spaccatura tra il ministro Giorgetti e la lega per lo scostamento di bilancio sulle spese militari, Meloni ha comunque passato in rassegna una tavolata fatta di cose futuribili o d’ordinaria amministazione, piani casa in dieci anni, posti nelle carceri nel 2027, riforma degli istituti tecnici, la crisi dell’automotive come «questione culturale», lo sgombero di 220 stabili e 4 mila case, il 2026 come anno di svolta sulla sicurezza come se fosse questo il problema principale dell’Italia di oggi. Il suo piatto preferito, naturalmente, è stato l’attacco ai magistrati - da quelli che scarcerano l’imam di torino a quelli che dividono la famiglia nel bosco - chiaramente la hit da qui al referendum sulla giustizia che, ha confermato, dovrebbe tenersi il 22/23 marzo.
Sul fronte di politica interna, dopo aver negato da prassi qualsiasi problema nella maggioranza, l’unica vera novità riguarda il ritorno confronto a tu per tu con Elly Schlein. L’occasione è una domanda sulla legge elettorale, il punto politico è il superamento della posizione presa durante la festa di Atreju, quando dopo aver invitato la segretaria del Pd, Meloni fece altrettanto con Giuseppe Conte e gli altri leader della sinistra, come a dire che non c’era un solo interlocutore, ma tanti possibili. Ecco, adesso si torna all’una a una.
È la capa dem l’unica nominata nell’intera conferenza stampa. «Ci sono interlocuzioni con l’opposizione, non necessariamente al mio livello», dice Meloni, chiarendo che «la ragione per la quale io penso che Elly Schlein, ma non solo lei, dovrebbe vedere favorevolmente la riforma è che consente, a chi prende più voti , di governare per cinque anni con una maggioranza solida». Altra precisazione della premier: «Per me la cosa importante è che i cittadini abbiano un potere reale: cioè che non ci sono scelte che i cittadini fanno che vengono scomposte e ricomposte all'interno del palazzo». E su questo punto sono proprio Meloni e Schlein le due leader che si trovano maggiormente d'accordo, essendo praticamente le uniche a non aver partecipato a governi di larghe intese, dai due di Giuseppe Conte a quello di Mario Draghi. Una specie di asse che continua a tornare utile a entrambe, soprattutto nei momenti di difficoltà. O, come adesso, in un clima che sembra ormai da campagna elettorale.
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