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29 gennaio, 2026Articoli correlati
Cinquant’anni fa i neofascisti uccidevano l’uomo che per primo legò la stagione nera della Repubblica ai progetti eversivi, da piazza Fontana alla P2. Decisivo l’impegno sul Piano Solo. Lo straordinario ricordo del figlio,la requisitoria del processo a L’Espresso, le testimonianze dell’avvocato Coppi e del magistrato Salvi
Gli Stati Uniti hanno il Watergate, noi abbiamo il Sifar. Lo scoop che vale una vita, se in America se l’è aggiudicato il Washington Post nel 1973, in Italia l’ha messo a segno L’Espresso ancora prima, nel 1967. È questo stesso settimanale, fondato nel 1955 da Eugenio Scalfari con il logo di testata identico a quello attuale, solo in formato “lenzuolo” come andavano i giornali allora. Sarà ancora una volta Scalfari con Repubblica a lanciare il formato ridotto per i quotidiani, il tabloid, nel 1976. E di pari passo a dare a L’Espresso l’aspetto attuale. Cambiano il formato e la grafica ma non la grinta e lo spirito libertario e progressista. Allora come oggi. Il quotidiano e il settimanale da qualche anno non hanno più lo stesso editore ma proseguono nel loro percorso parallelo di ricerca della verità in nome non dei governanti ma dei governati, e continuano a venir intesi dall’opinione pubblica come organi gemelli nel sempre più sparuto avamposto della stampa libera, «strumenti indispensabili per le persone intelligenti», come li chiamava Scalfari.
Con questa realtà si trovò a misurarsi, appunto nel 1967, il 38enne magistrato Vittorio Occorsio, romano di origini napoletane, assegnato da poco alla procura della Capitale dopo quattro anni alla pretura di Terni. Era mio padre. Come accade agli ultimi arrivati, l’avevano confinato nell’ufficio stampa, che non era l’ufficio dei rapporti con la stampa ma la sezione chiamata a districare casi riguardanti i giornali, ricorsi contro il divieto ai minori di film, grane contrattuali e di copyright, risse fra divi e paparazzi, piccoli imbrogli di qualche produttore cinematografico. E le querele per diffamazione: ne arrivò, nell’ufficio di mio padre, nell’estate del 1967 una contro L’Espresso di un peso massimo, uno degli uomini più potenti d’Italia, contro Eugenio Scalfari in quanto direttore, e Lino Jannuzzi, il redattore che aveva raccolto le informazioni. Il querelante era il generale Giovanni De Lorenzo, comandante generale dell’Arma dei carabinieri nonché capo del Sifar, il servizio segreto militare in costante contatto con l’americana Cia (il capo dei servizi Usa, Allen Dulles, pare che avesse sponsorizzato la nomina di De Lorenzo da parte del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi nel 1955). Il generale era inferocito per una serie di articoli de L’Espresso, e qui sta lo scoop, che lo accusavano di aver tramato contro lo Stato organizzando con pochi fidati collaboratori del Sifar un piano segreto d’emergenza: il “Piano Solo”, chiamato così perché De Lorenzo voleva che a partecipare fossero solo carabinieri. Liste di personaggi da arrestare, istruzioni sulla deportazione dei più pericolosi (i “controindicati” secondo il gergo dei servizi riportato con qualche ironia da mio padre), forse addirittura – riportava il settimanale – movimenti di mezzi corazzati a presidiare i punti caldi del territorio. Chiamatelo come volete, dice nella sua arringa mio padre, ma non si può accusare Scalfari e Jannuzzi per averlo definito «colpo di Stato». Abortito all’ultimo momento ma preparato con cura. E qui l’arringa con cui il pm Occorsio chiedeva l’assoluzione dei giornalisti – non senza aver avvertito che all’inizio tutto questo gli sembrava «una favola», ma poi si era convinto udienza dopo udienza che c’era un fondamento di verità – diventa una lezione sulla libertà di stampa senza perdere mai il filo del diritto. A partire dall’articolo 21 della Costituzione sulla libertà d’espressione, fino alla plausibilità dell’interpretazione dei fatti da parte del giornalista: purché ovviamente siano fatti veri, e in questo caso erano servite 22 udienze e decine di testimoni, dai politici ai militari, per accertare la fondatezza dello scoop de L’Espresso, come ricostruì Roberto Martinelli, non dimenticato capo della giudiziaria del Corriere della Sera, nel libro “Sifar, gli atti del processo”.
Jannuzzi ha raccontato che quando portò a Scalfari la notizia, il direttore trasalì. «Ma è proprio vero, sei sicuro? Allora scrivi». Era tale l’emozione che L’Espresso venne reclamizzato nei giorni precedenti l’uscita, come di consueto, con una foto della copertina “di maniera”, sulle vacanze intelligenti, per paura della concorrenza. All’ultimo momento fu sfoderata quella vera con lo scoop. Lo stesso Jannuzzi ha ammesso in seguito che forse aveva un po’ forzato a chiamarlo «colpo di Stato» così come a coinvolgere il presidente della Repubblica, Antonio Segni. Nella sua arringa, mio padre non perde tempo con le definizioni insistendo che bisognava giudicare i fatti. E i fatti vennero meticolosamente ricostruiti in uno dei processi più drammatici della storia repubblicana. Uno dopo l’altro gli ufficiali dei carabinieri contribuirono ognuno con un pezzetto di verità. Il generale Giovanni Allavena, capo del cruciale ufficio D del Sifar, ammise l’esistenza di centinaia di dossier individuali, compreso il papa Paolo VI, che lui aveva l’incarico di custodire. «Più che schede le chiamerei rubriche», era stata la sottile distinzione di Allavena. Quanto al capo dello Stato, mio padre è ben attento a non entrare nella questione proprio perché voleva restare sui fatti. Si limita a rilevare che il Quirinale fu velocissimo nello smentire mentre al generale servirono cinque sospetti giorni. Alla fine, il 1° marzo 1968, la sentenza.
Me lo ricordo perfettamente quel giorno, avevo 12 anni, quando mio padre tornò a casa distrutto e amareggiato: «Alla fine li hanno condannati quei due». Le pene furono severe, oltre un anno di reclusione, ma mai attuate perché Pietro Nenni offrì loro di candidarsi nel Psi accedendo quindi all’immunità parlamentare. Un’esperienza non entusiasmante, almeno per Scalfari, che rapidamente tornò per fortuna a fare il giornalista, e che giornalista. Anche De Lorenzo, per il quale mio padre aveva chiesto la messa in stato d’accusa, entrò a Montecitorio nel partito monarchico. L’amarezza di Occorsio fu accompagnata dalla constatazione del potere che avevano i servizi segreti e i loro sodali in politica. Nel diabolico passaggio di carte da un ufficio all’altro entrano in gioco i famigerati “omissis”, in grado di indirizzare le inchieste in un modo o nell’altro. Sembra che mio padre abbia visto le carte prima che venissero apposti gli omissis e si fosse fatto un’idea precisa dei fatti. Sennonché una volta depennate intere frasi apparve ai giudici un’altra verità. Successive indagini e inchieste giornalistiche confermarono l’esistenza di centinaia di dossier illegali, punto qualificante del Piano Solo.
Intanto nel 1969 mio padre, passato fra i sostituti procuratori “veri”, si trova alle prese con un’altra vicenda drammatica, la strage di piazza Fontana. Non certo per sua scelta ma perché era di turno quel 12 dicembre, quando altre bombe erano esplose a Roma, le ultime in ordine cronologico (di qui la destinazione a Roma dell’inchiesta). I depistaggi cominciarono subito, pilotando le indagini su Pietro Valpreda e altri anarchici del circolo XXII marzo. Un magistrato deve fidarsi delle informazioni che gli passano polizia e servizi, però fin dall’inizio mio padre intuì che c’era qualcosa che non quadrava: trovò nel XXII marzo anche infiltrati neofascisti di provata fede bombarola come Mario Merlino e perfino Stefano Delle Chiaie, uno che intervistato negli anni ’80 in qualche località segreta del Sudamerica da Enzo Biagi, alla domanda «cosa ha provato per l’omicidio Occorsio?» rispose «di certo non mi è dispiaciuto». Mio padre capiva che dietro la strage c’era qualcosa di più complesso, e si riprometteva di accertarsene nel processo. Anarchici e neofascisti vennero rinviati a giudizio ma il processo appena iniziato all’inizio del 1970 venne interrotto e cominciò a peregrinare da una parte all’altra d’Italia.
Negli anni si è delineata la trama neofascista condotta da Ordine nuovo, lo stesso gruppo che per atroce ironia della storia poi ucciderà mio padre nel 1976. L’amarezza degli anni del Sifar la ritrovavo nel volto di mio padre, sconvolto e travolto, trascinato in un gorgo oscuro del quale tanti aspetti non saranno mai chiariti. Gli stessi giornali che avevano sbandierato in prima pagina “Ecco il mostro” all’arresto di Valpreda, ora riportavano la campagna contro di lui per la scarcerazione dell’anarchico. Non era possibile perché per reati gravissimi era obbligatorio aspettare il primo grado di giudizio. Se lo avesse fatto si sarebbe lui stesso macchiato di un reato. Le insinuazioni proseguirono dopo la sua morte, specie sul riconoscimento da parte del tassista Cornelio Rolandi, «al quale Valpreda – si legge alla voce Vittorio Occorsio del Dizionario enciclopedico Treccani – si era presentato vestito e pettinato in modo normalmente curato, come appare in una foto da uomo libero scattata di fronte alla questura, conservata negli archivi dell’Ansa». Sennonché, scrive la Treccani, «nel 2000 circolò sui giornali, spacciata come quella autentica del riconoscimento, una foto in cui si vedevano un Valpreda scarmigliato e quattro poliziotti compunti in giacca e cravatta. Successive verifiche hanno rivelato che la foto era stata scattata durante una ricostruzione del riconoscimento durante il secondo processo di Catanzaro nel 1973, in cui Valpreda, reduce da anni di carcere e vessazioni di ogni tipo, aveva aspetto e abbigliamento logori e provati».
Dopo l’indagine su piazza Fontana, a mio padre restavano in mano tanti pezzetti di un puzzle che cercava di ricostruire. Stavolta approfondì il ruolo di Ordine nuovo, e sui muri di Roma che pochi mesi prima ospitavano scritte tipo “Occorsio fascista” per le indagini su Valpreda, apparvero invece scritte “Occorsio boia” stavolta firmate con l’ascia bipenne.
Nel marzo 1971 fece arrestare Sandro Saccucci, Clemente Graziani e 39 altri membri di Ordine nuovo. Cominciò il periodo delle scorte, e io mi abituai ad andare a scuola, il glorioso liceo Giulio Cesare di Roma, accompagnato da un poliziotto in borghese, con il quale ovviamente diventai subito amico. Una volta mio padre mi confidò: «Guarda Eugenio, io di criminali veri o presunti ne ho conosciuti tanti, ma questi sono davvero pericolosi». Si fecero più rare le sue presenze alle mie gare nello stadio di atletica dell’Acqua Acetosa, vero luogo del cuore dove lui mi aveva accompagnato la prima volta nel 1968 affidandomi ai fantastici allenatori del Cus Roma, e che ho continuato a frequentare fino a pochi anni fa.
Il processo contro Ordine nuovo per ricostituzione del partito fascista fu lungo, difficile e sofferto. Tutti gli ordinovisti vennero condannati in primo grado nel 1973, e il movimento fu sciolto in base alla legge Scelba. Solo per ricostituirsi in clandestinità, e infatti mio padre istruì un secondo processo con un centinaio di altri imputati. Allora cominciò il vero inferno, l’aria dell’imminente vendetta si respirava inconfondibile. Mio padre intanto conduceva altre indagini, come quella sulla banda dei marsigliesi che faceva un sequestro di persona dopo l’altro a Roma. I marsigliesi in questione (la “banda delle 3 B”: Berenguer, Bellicini, Bergamelli) indovinate chi avevano come referente politico? I neofascisti, ma non solo: irrompe sulla scena la P2 di Licio Gelli, di cui si comincia a scoprire il ruolo fondamentale nell’intero dipanarsi delle trame nere, da piazza Fontana alla stazione di Bologna (1980). Mio padre l’intuì e interrogò Gelli nella primavera del 1976, un “appuntamento” destinato a ripetersi. Ma tutto il lavoro di ricucitura di questo orrendo network fu interrotto dal mitra di Pierluigi Concutelli, sedicente comandante militare di Ordine nuovo, il 10 luglio 1976.
Eravamo soli a Roma, io a studiare per l’esame di diritto pubblico e lui a lavorare ai suoi processi. Non so se fu maggiore l’angoscia di scendere trafelato per le scale dopo aver sentito le raffiche, o quella di telefonare a mia mamma e mia sorella Susanna, che erano fuori Roma in un piccolo scampolo di pre-ferie, dicendo loro di rientrare. Il secondo processo contro Ordine nuovo si celebrò ugualmente quell’autunno, ma mancava l’unico in grado di unire i puntini. Gli imputati vennero tutti assolti e uscirono dall’aula al grido di “Eia eia, alalà”.
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