Politica
19 marzo, 2026La modifica proposta non migliora l’efficienza del sistema e pregiudica i diritti della collettività. I nostri padri costituenti ci hanno consegnato una Carta che tiene in equilibrio i poteri dello Stato. E per questo non va toccata, dice il procuratore capo di Napoli, schierato per il No alla riforma Nordio: "Vogliono allineare la giustizia ai desiderata dell’esecutivo di turno"
Ha offerto alla causa la propria popolarità. Ha innescato polemiche e ne ha fronteggiate di violente. Polarizzando, inevitabilmente, l’attenzione. Da un lato lui, Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, il volto più noto, riconoscibile ed effervescente del No referendario e dall’altro il governo, con il ministro Carlo Nordio e il suo entourage a sparare bordate quotidiane. Nelle intenzioni, a sostegno del Sì, ma spesso capaci di innescare clamorosi autogol. A citare l’ultima uscita, bisogna, per prudenza cronachistica, affiancare sempre l’aggettivo «provvisoria». E la palma va a Giusi Bartolozzi, la zarina ministeriale, capa di gabinetto del ministro, e a quella sua trovata sui magistrati come «plotoni di esecuzione». Colpevoli di averla messa sotto accusa per l’assai opaca, confusa e pasticciata gestione dell’onorevole rimpatrio del torturatore libico Almasri. Strano cortocircuito per una che dalla toga è passata al Parlamento con Forza Italia, per acquartierarsi poi a dettar legge in via Arenula. Perché tra intenti punitivi, voglia di liberarsi dal fastidio della giurisdizione, addomesticare i controlli di legalità, quella del referendum è una campagna giocata tutta sulle intenzioni. Sviluppatasi su molti non detti, Nordio a parte. Separazione delle carriere, Csm a sorteggio, sbilanciato sulla politica, Alta Corte disciplinare si sono così rivelati i viatici per una resa dei conti tra politica e magistratura. Tutto è tornato utile. Soprattutto quello che non c’entrava, da Garlasco alla famiglia del bosco, fino a Sal Da Vinci. Tutto per un redde rationem rinviato da trent’anni: colpi di mano e coltelli sempre più affilati.
Procuratore Nicola Gratteri, giocoforza, lei è diventato il volto della campagna referendaria per il No. Le è pesato questo ruolo da testimonial?
«Sicuramente ho dovuto impiegare molta parte del mio tempo libero per questa “causa”. Come ho sempre detto, sono autonomo e non mi ritengo un testimonial, anche se condivido in toto la battaglia del comitato del No. In ogni caso, è un dovere morale da parte mia schierarmi, spiegando in ogni contesto possibile quale sia la posta in gioco».
Nell’infuriare della campagna, lei ha ingaggiato l’ennesimo confronto dialettico acceso con il ministro Carlo Nordio. Dopo l’intervento del Capo dello Stato, sembrava tornata la quiete, ma poi ancora una volta si è tornati a toni infuocati. Pensa che abbia giovato?
«I cittadini devono essere informati compiutamente da entrambi gli schieramenti sul merito, gli slogan e i toni accesi tendono a far perdere di vista l’oggetto e le conseguenze della riforma; quindi, condivido pienamente quanto detto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma ciononostante leggo ogni giorno attacchi di ogni tipo, anche rivolti alla mia persona, da parte di chi fa campagna per il Sì. Non mi sembra di constatare altrettanto, in senso opposto, nelle pagine del comitato del No. Ma io sono prima di tutto uomo delle istituzioni e quindi se anche sono ogni giorno bersaglio di attacchi, personali, continuo a dire che bisogna parlare solo del contenuto del referendum, e dei danni che una modifica della Costituzione, di questa portata, potrebbe avere su tutta la collettività. E pare che i cittadini stiano capendo».
Data come una causa perdente, la battaglia per il No, è ora concordemente accreditata come vincente, sia pure con margini risicati, da tutti i sondaggi. Cosa ha cambiato le carte in tavola?
«La partita è ancora lunga e nulla è scontato, bisogna continuare fino all’ultimo istante spiegando che la riforma costituzionale non migliorerà di una virgola i disservizi della giustizia, e anzi pregiudicherà il principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, oltre a cagionare una triplicazione dei costi».
Una sua frase riferita al contesto criminale calabrese, sulla preferenza per il Sì da parte di chi ha conti aperti con la giustizia, ha contribuito a scaldare il clima? Conferma quella lettura?
«Chi ha sentito il discorso nella sua interezza ha colto il senso. Non ho detto e non penso affatto che gli elettori propensi a votare Sì siano automaticamente indagati, massoni o disonesti; ho spiegato che questa riforma, che indebolisce la giustizia, conviene a indagati e massoni deviati. Ma oltre a loro voteranno persone per bene che non la pensano come me e gli esponenti dell’altro schieramento. Credo di averlo detto decine e decine di volte, ma la frase continua a essere strumentalizzata».
La campagna referendaria è stata contrassegnata mediaticamente dalla definizione “separazione delle carriere”, ma dal fronte del No si è molto insistito sul fatto che fosse una mistificazione dialettica. Qual è il vero scopo della riforma allora?
«La separazione delle funzioni di fatto già esiste. Dal momento che non ha senso cambiare ben sette articoli della costituzione, per un problema che non esiste, mi pare evidente, e lo hanno fatto capire tra gli altri Nordio e Tajani, che lo scopo della riforma è di allineare la giustizia ai desiderata dell’esecutivo di turno».
Da parte del Sì, l’obiezione prevalente è che l’asservimento della funzione del pubblico ministero all’esecutivo, paventata dal fronte del No, sia in realtà inesistente, perché nel testo della riforma Nordio non se ne fa cenno. È un reale pericolo? E in che modo, a partire dalla riforma, potrebbe compiersi?
«Principalmente, con il sistema di sorteggio dei membri, completamente squilibrato in favore dei laici. Prevedere un sorteggio tra tutti i magistrati e un sorteggio tra una rosa scelta dalla politica significa che una minoranza compatta condizionerà una maggioranza eterogenea destinata viceversa ad andare in ordine sparso».
L’altro nodo è l’architrave disciplinare, ovvero i due nuovi Csm e l’Alta Corte. Un antidoto allo strapotere delle correnti, dicono i fautori del Sì. Lei, di sicuro, non è ascrivibile alla schiera dei fan delle correnti e della politicizzazione della magistratura, dal momento che le hanno affibbiato qualunque casacca. Tuttavia, neanche su questo salva la riforma?
«Questa riforma sostituirà il correntismo togato con il correntismo politico. Dalla padella alla brace. Mi tengo il vecchio sistema».
Quali sono i tre mali del sistema giustizia e perché il referendum non li curerà?
C’è un rapporto sproporzionato tra carichi di lavoro e magistrati rispetto ad altri Stati. Le riforme ultime, Cartabia in primis, hanno appesantito ulteriormente le procedure; e quelle che si profilano andranno in questa direzione: ricordo che il Parlamento sta per approvare la riforma sul sequestro dei telefonini che, rispetto a oggi, richiederà ben tre sequestri sulla stessa cosa, quindi triplicando il lavoro dei magistrati. I sistemi informatici sono antidiluviani. La vera riforma della giustizia è quella che mette nelle condizioni i magistrati di decidere presto e bene. L’imputato deve sapere e sentirsi garantito se si rende conto che il suo giudice può esaminare con calma e approfonditamente le prove che le parti hanno portato al processo».
La magistratura ha conosciuto il massimo del favore popolare nei primi anni Novanta, con l’onda di Tangentopoli, la sollevazione popolare del dopo stragi, i processi al cuore del potere, poi l’inesorabile declino del consenso. A cosa lo attribuisce? Riconosce passi falsi della sua categoria?
«Sicuramente il correntismo non ha inciso positivamente sul gradimento dei cittadini. Ma ha influito anche una disinformazione di alcuni organi di stampa e di alcuni esponenti politici a cui non è gradito l’operato della giustizia. I magistrati, per contro, non hanno voce per potere spiegare come stanno le cose. Ma la cosa importante da far comprendere è che questa riforma non elimina le correnti, anzi se possibile la situazione potrebbe solo peggiorare».
Qual è lo stato della lotta alla mafia. Lei stesso ha denunciato l’affievolimento degli strumenti necessari a garantirne l’efficacia. Stiamo davvero facendo passi indietro?
«Stiamo facendo passi indietro sul fronte della legislazione. Ho citato l’esempio del sequestro dei telefonini, che oltre a triplicare il lavoro impedirà di acquisire prove che oggi sarebbe possibile acquisire; ma anche l’indebolimento del contrasto ai reati contro la pubblica amministrazione incide poiché si annidano in quel contesto reati spia. Ma poi sul fronte tecnologico, le mafie sono sempre più evolute, mentre, secondo il ministro, le intercettazioni sono inutili. Non andiamo da nessuna parte».
Lei, indubbiamente, si è molto esposto. Ha qualche preoccupazione, teme contraccolpi?
«Sono 35 anni che vivo in trincea. Ho passato periodo peggiori e sono allenato a tutto».
La campagna è praticamente conclusa, qualche rimpianto?
«Bisogna fino alla fine far comprendere ai cittadini che la nostra Costituzione è una delle migliori al mondo, che ce la dobbiamo tenere stretta, che è l’architrave della nostra democrazia, che i padri costituenti ci hanno messo due anni per arrivare al giusto equilibrio tra i poteri dello Stato, e non possiamo distruggere tutto questo».
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