Politica
27 gennaio, 2026Presentazioni, convegni, interviste. Gaffe, citazioni, paradossi. Così il ministro della Giustizia, autore della riforma della giustizia che introduce il sorteggio e divide in due il Csm, diventa lo spot più efficace per il fronte avverso
L'effetto è un po’ quello del topo che balla mentre il gatto non c’è. Non sappiamo se la ballata sia concordata, sia frutto del caso, o sia destinata addirittura a rivelarsi un clamoroso autogol: più di uno, infatti, sostiene ormai apertamente che siamo davanti al miglior testimonial involontario del No al referendum sulla riforma della giustizia. Il tempo dirà. Sta di fatto che da quando Giorgia Meloni si è messa in viaggio per l'Oriente, qualcuno occupa con scioltezza lo spazio lasciato vuoto nelle cronache. Qualcuno con un incarico di ministro e la titolarità di una riforma. Qualcuno con un referendum alle porte e con un libro appena pubblicato in mano (titolo: “Una nuova giustizia”). Qualcuno finalmente sotto i riflettori, dopo trent’anni passati a inseguirli «nell’astio e malcontento di chi è sottovento», per dirla con Fabrizio De André.
È difficile rendere il livello di gioia segreta e compiaciuta che sprizza dagli occhi e dalla fronte di Carlo Nordio, Guardasigilli, ex magistrato («semel magistrato, semper magistrato», precisa lui), giunto al sesto libro sulla giustizia con Guerini e Associati (il primo nel 1997), ma facondo autore anche di gialli e romanzi come il “Festino di Baldassarre” (Alan Rizzi editore), il quale, ormai con cadenza stringata, da un paio di settimane entra ed esce da presentazioni del suo libro, o convegni e incontri che mascherano presentazioni del suo libro. Sempre inseguito da un codazzo in parte militarizzato, a tratti variopinto, talvolta festoso di funzionari del ministero della Giustizia, sostenitrici che chiedono un autografo, lobbisti che vorrebbero un appuntamento, dipendenti del Dap e del Dog, avvocati, comunicatori, parlamentari di tutte le correnti del centrodestra forzista e meloniano (pochi i leghisti), ex parlamentari di cui si erano perse le tracce («Mi scusi, non avevo riconosciuto in prima fila Paola Binetti», ha balbettato l’altro giorno alla Camera il malcapitato moderatore che si era avventurato nella lista degli onorevoli presenti).
Il ministro con dietro il codazzo, in attesa di passare anche a quelli del Senato, in particolare sta battezzando tutti i busti di Montecitorio: l’altro giorno sfilava per dire anche sotto a quello impassibile di Alcide de Gasperi, in direzione Sala della Regina dove lo aspettava pronto all’assalto uno schieramento di giornalisti chiaramente in astinenza da eventi notiziabili. Di questo passo a forza di vederlo entrare e uscire parleranno di lui, tra loro, anche i quadri della Galleria dei Presidenti detta Corea: Titta Tittoni, già prefetto, Giuseppe Marcora, avvocato, e Tito Coppi, magistrato, forse chissà ascendente di quel Franco Coppi che, pur avvocato, e pur discepolo di Giuliano Vassalli, è avverso alla riforma.
Citiamo Vassalli perché è proprio attorno all’insigne giurista e predecessore che Nordio tesse la propria argomentazione. Un condito paradosso, una capziosità leguleia degna della tradizione dei Niccolò Ghedini (mai abbastanza rimpianto), quella che avvoltolò il Cavaliere in immortali definizioni come «utilizzatore finale». Ecco: fuori tempo massimo, ma in linea con il melonismo che tanto di quell’epoca ha recuperato, Nordio torna a deliziare le platee ormai orfano di quegli svolazzi. Dice infatti che, praticamente, lui è qui per realizzare la riforma voluta da Vassalli, «socialista e partigiano», mentre la Costituzione, di fatto, ha qualcosa di fascista perché i costituenti («pur antifascisti», precisa) avevano presente come modello il codice mussoliniano quando l’hanno scritta. Di fatto, dice il Guardasigilli, «il codice firmato da Mussolini gode di ottima salute, mentre quello di un eroe della Resistenza è stato demolito perché in contrasto con la Costituzione». La Carta in fondo fascista, appunto. Viene già il mal di testa? Questo è niente.
Tra un latinorum («per incidens», per inciso) un francesismo («enfantillage!», bambinata), una citazione di Oppenheimer, di Shakespeare, di Hegel, di Einstein, di Popper, un «consustanziale», una «baratteria» e l’idea che l’opposizione dovrebbe essere felice per la sua riforma, Nordio – scomodando anche la favola di Rabelais sul giudice che decide tirando i dadi – spiega infatti che non bisogna prendersela con il sistema del sorteggio introdotto dalla riforma per i membri togati dei nuovi Csm. Perché la giustizia è tutta un sorteggio («il sorteggio è consustanziale al nostro sistema giudiziario e giurisdizionale») e in fondo lo è anche la vita, che si regge sul caso: spiega infatti il ministro che in fondo è un sorteggio a decidere chi ti opera in ospedale, chi ti giudica in tribunale, chi indaga su di te, eccetera. «Che sia Tizio, Caio, Sempronio o Martino» uno vale l’altro, ripete Nordio allo sfinimento. Quasi riecheggia i tempi grillini (del resto proprio a Giuseppe Conte, esempio di sintesi hegeliana, dedica alcune dense pagine). Quindi non è opportuno agitarsi tanto, gridare alla «distruzione del Csm» come fa Alessandro Barbero o mettere in scena «rabescate zimarre» come hanno fatto i magistrati «misoneisti» che continuano con le loro «petulanti litanie» come «i Borboni della Restaurazione». Anzi l’allargarsi del sistema del sorteggio è salutare: potrebbe essere solo l’inizio, scardinare il sistema delle correnti che, spiega Nordio, quando sorse «non era un’idea sbagliata, ma presto degenerò nella politica» (orrore) e ora, nel sistema elettivo del Csm, produce «gli stessi effetti dei Parlamenti a sistema proporzionale» (altro orrore).
A pensarci bene in effetti, prendendo esempio da questa avversità alla politica argomentata dal ministro, si potrebbe portare il sorteggio in Parlamento: come si immaginava nel romanzo distopico del 1975 “Berlinguer e il professore”, dove Fanfani e Berlinguer si accordavano per governare insieme l’Italia, sospendendo la democrazia e, per evitare faide, procedevano a distribuire il potere per sorteggio. Risultava così presidente del Consiglio un coltivatore diretto. Così un domani, si potrebbe avere Tizio alla Giustizia, Caio agli Interni, Sempronio agli Esteri, Martino all’Agricoltura e Mevio ai Trasporti. È un’idea.
«Mi accusano di essere un manutengolo della P2», ma questo è «indegno di un intelletto raziocinante», si lamenta intanto Nordio. Rispolverando un sostantivo caro a Cossiga e in voga soprattutto nell’epoca berlusconiana. Quando Denis Verdini, alludendo a Bondi, si definiva «manutengolo del cameriere di Berlusconi», Sandro Bondi chiamato in causa precisava: «Maggiordomo, non cameriere». E, dall’altra parte dell’universo di Arcore, Fedele Confalonieri protestava: «Non sono il manutengolo di Berlusconi!».
La campagna per il sì procede dunque così, tra lancio di manutengoli e presentazioni di libri. Apoteosi s’è avuta venerdì, allorché a intervistare Nordio sul suo libro è accorso il portavoce del comitato per il sì Alessandro Sallusti, a sua volta autore di un nuovo libro-intervista con Luca Palamara: “Il sistema colpisce ancora” (Rizzoli). Ecco dunque il direttore e il ministro duettare nei saloni di Via Arenula, citando ora un libro, ora l’altro. Secondo il Guardasigilli, che al caso dedica un capitolo, è in effetti lo «scandalo Palamara l’esempio più emblematico» del fatto che il Csm non funziona. Soprattutto, protesta, per il fatto che «non sono stati sentiti i 120 testimoni» che l’ex magistrato aveva indicato, né sono state rese pubbliche le chat raccolte col trojan. «Pubblichino quelle 60 mila chat», esclama Nordio, subito dopo aver però definito le conversazioni private «sacre e inviolabili» e annunciato di voler presto limitare l’utilizzo del virus informatico che trasforma il telefonino in una cimice (il trojan, appunto). Una riforma delle intercettazioni, dopo le tante che mancò Alfano, sarebbe l’apoteosi del ritorno all’antico. Nell’attesa, può darsi che il ministro della Giustizia si esibisca anche in un firmacopie: era previsto il 14 gennaio, poi suo il portavoce, Francesco Specchia, ha smontato tutto. Peccato, era un’occasione. Per i fautori del No, di sicuro.
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