Politica
17 febbraio, 2026Articoli correlati
Il piano indicato da Draghi per salvare l’Ue convince trasversalmente FI e Pd. Non è solo un antidoto ai sovranisti. Ma sembra già un programma per il dopo von der Leyen
Neppure un anno fa, il federalismo europeo era un tema che anziché unire la politica italiana la divideva. «La nostra Europa non è quella del manifesto di Ventotene», erano state, nell’aprile 2025, le parole di Giorgia Meloni che in Parlamento avevano provocato un putiferio con le opposizioni, soprattutto per l’accusa ad Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni – un ex comunista, un liberal-radicale e un socialista – di aver teorizzato uno Stato europeo dominato dalla dittatura del proletariato. Ora la musica cambia, anche per effetto dell’insistenza di Mario Draghi sul «federalismo pragmatico», cioè non ideologico e aggiornato alle nuove sfide del presente. Dal centro-destra è Forza Italia – anche sulla scia della moral suasion di Marina Berlusconi – ad aprire a un confronto senza pregiudiziali sul futuro del Vecchio Continente, nel momento più difficile, con l’inedito contenzioso che è stato aperto dalla presidenza Trump.
«È chiaro che il federalismo concepito ottant’anni fa non va più bene e deve essere rivisto. Il federalismo pragmatico invece non deve essere accantonato: affrontiamolo per renderlo efficace così come in Italia è stato fatto per l’autonomia differenziata», sottolinea a L’Espresso il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè appellandosi a una «assunzione di responsabilità» da parte del mondo politico, a partire dalla maggioranza di governo. Un «manifesto federalista» sarà presto portato dal Pd al Parlamento di Strasburgo, per iniziativa del capogruppo Nicola Zingaretti.
Il merito di aver mosso le acque stagnanti di un europeismo stanco e poco fiducioso delle proprie capacità di resilienza appartiene all’ex presidente della Bce ed ex premier, che ha chiesto all’Europa di passare «dalla confederazione alla federazione». All’Università di Lovanio (Belgio), il 2 febbraio, in occasione della laurea honoris causa che gli è stata conferita, Draghi ha valorizzato l’esperienza degli ultimi decenni. «Laddove l’Europa si è federata – nel commercio, nella concorrenza, nel mercato unico, nella politica monetaria – siamo rispettati come potenza e negoziamo come un unico soggetto». Lo aveva già spiegato a Oviedo, in Spagna, il 25 ottobre dello scorso anno: «Siamo una confederazione che non riesce più a far fronte alle sfide. Il futuro dell’Europa deve essere un percorso verso il federalismo». E proprio in quell’occasione Draghi ha coniato la formula del federalismo «pragmatico», capace di agire «al di fuori dei meccanismi più lenti del processo decisionale dell’Unione europea».
L’idea è quella di un nucleo di Paesi che apra la strada alla federazione, a partire da ambiti specifici, senza aspettare che siano tutti e ventisette a muoversi nella stessa direzione. Agire subito significa alzare il tiro rispetto alle spinte sovraniste e nazionaliste, che ricevono ancora una risposta timida, appunto quella “confederale” dell’Europa intergovernativa. «Politicamente, Draghi ha ragione, perché la soluzione da lui indicata è l’unica alternativa al ritorno delle piccole patrie e dei nazionalismi, dei veti e dei blocchi reciproci», commenta entusiasta l’europarlamentare, “macroniano” ed eletto in Francia, Sandro Gozi.
L’idea di affidare la bandiera federalista ai Paesi europei più coraggiosi ricalca l’Europa dei Volenterosi che proprio il capo dell’Eliseo ha lanciato lo scorso anno per aiutare l’Ucraina. «Si deve fare l’Europa con chi ci sta e la si deve fare adesso. Discutere di riforma dei trattati o di altre cose simili – avverte Lia Quartapelle, esponente della minoranza riformista del Pd – è fuorviante. Si decida in quale direzione deve andare l’Europa, con quel coraggio del rischio che in questo momento, davanti alle tensioni mondiali, accomuna due ex banchieri centrali, Draghi e il canadese Mark Carney».
Le parole di Draghi sul rischio di un’Europa «subordinata e deindustralizzata» vanno lette – osserva l’economista Giorgio Arfaras – anche alla luce del dollaro «che si avvia a essere marginalmente sostituito nel panorama economico post-globale, mentre il debito pubblico americano continua a crescere». C’è anche «l’opportunità di creare un debito comune europeo parallelamente a una discussione, aperta dalla proposta federalista, su una maggiore unità politica del Vecchio Continente».
Ipotesi e scenari. Ma in tutto questo, Draghi può avere un nuovo ruolo istituzionale? La collocazione se non riduttivamente “tecnica”, certamente estranea alle affiliazioni politiche e partitiche, complica l’ipotesi. Alcuni suoi estimatori a Strasburgo tuttavia la avanzano: Draghi al posto di Ursula von der Leyen se nell’ottobre 2027 la Germania (come si sussurra in alcuni ambienti) dovesse rivendicare, a scadenza, la presidenza della Bce per Isabel Schnabel (che fa già parte del direttorio esecutivo) rinunciando alla guida della Commissione (due tedeschi sarebbero troppi). Forse è solo fantapolitica, perché al momento per la successione a Christine Lagarde si fa avanti l’Olanda, con la candidatura di Klaas Knot, e se proprio ci fosse una staffetta con la Germania, alla presidenza della Commissione andrebbe molto volentieri Macron (non più ricandidabile per l’Eliseo), ma dopo il voto europeo del 2029 e sempre che nel frattempo la destra francese non abbia vinto le elezioni presidenziali del prossimo anno togliendo qualunque spazio all’attuale capo dello Stato.
Castelli sulla sabbia. Per ora Draghi teniamocelo stretto, almeno, e non è poco, per la strada che ci indica.

LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Senza Eco - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 13 febbraio, è disponibile in edicola e in app



