Politica
26 marzo, 2026L'ex ministro della Difesa e presidente del Copasir, esponente della minoranza Pd, spiega come muoversi per costruire una alternativa credibile al centrodestra: «Mettiamo da parte personalismi e guardiamo ai programmi»
Due volte ministro della Difesa con i governi Conte II e Draghi, due volte – e una in carica – presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, chiara formazione democristiana, fiero esponente della minoranza Pd: Lorenzo Guerini, il referendum avvia il crepuscolo del “melonismo”?
«Il responso delle urne, unito a un’ampia partecipazione al voto, ha conferito al risultato un significato politico innegabile. Ciò che sembrava inscalfibile o invincibile non lo è più. E questo significato potente è rivolto alla maggioranza e anche a noi dell’opposizione».
Che reazioni avrà il governo nelle prossime settimane?
«La prima è stata scontata: ridimensionare la sconfitta. Non molto credibile. (E infatti poi ci sono state le dimensioni di Delmastro, Bartolozzi, Santanché, ndr) Adesso penso che proveranno a cambiare l’azione politica per contenere l’insoddisfazione dei cittadini. Il voto ha intercettato un sentimento negativo, di rottura. Appena si muove qualcosa in un governo che sta per concludere la legislatura, però, si rischia di far emergere divergenze e tensioni dentro la maggioranza».
Meloni dovrà badare al consenso del governo e nel centrodestra. Complesso?
«Sì, perché il referendum l’ha parzialmente indebolita, non voglio esagerare per questo dico “parzialmente”. Una conseguenza la vedremo presto: non basterà il carisma di Meloni a occultare le contraddizioni fra i partiti di maggioranza».
Il referendum ha subìto un effetto Donald Trump?
«Sì, e di grande impatto. E non termina qui. Le guerre in Medio Oriente, la battaglia commerciale, le posizioni di Orbàn in Europa: l’assonanza fra il centrodestra trumpiano e il centrodestra italiano ha suscitato una reazione dei cittadini che si è espressa nel voto al referendum».
Il governo Meloni proverà a smarcarsi da Trump: è possibile smarcarsi dagli Stati Uniti?
«Ci hanno provato con scarsi risultati. La rivendicata relazione speciale con Trump si è rivelata perniciosa. Le impronte sono profonde, non sarà facile cancellarle».
A proposito di tattiche, il fenomeno Vannacci dove lo mettiamo?
«Che sia dentro o fuori dal centrodestra non è una questione secondaria».
Se dentro?
«Io credo che il movimento del generale sia molto sovrastimato. Comunque, se lo trattengono, raccolgono qualche voto e si coprono con l’estrema destra».
Se fuori?
«Dovranno recitare la parte di Vannacci, e non sarebbe uno spettacolo gradevole per l’elettorato moderato».
Il tema è parecchio ozioso, chiediamo venia, ma le regole sono determinanti: al posto di Meloni che farebbe con la legge elettorale?
«Io spero che possano comprendere la lezione proveniente dal referendum e che riguarda essenzialmente le regole del gioco: non si cambia la Costituzione mortificando il Parlamento, dunque non si cambia la legge elettorale con un atto di forza quando di fatto la campagna elettorale è partita. Peraltro adesso il centrodestra sarebbe guidato dalla paura di perdere, i cittadini sono attenti a questi processi democratici, perciò sconsiglio di ripetere gli stessi errori».
E che consiglia invece?
«Abbiamo una legge elettorale che ha consentito al centrodestra di governare così a lungo, perché non va bene? E non mi sembra che la fase politica sia adatta a riscrivere le regole in maniera trasversale e unanime».
Le differenze le conosciamo: Renzi era solo contro tutti, Meloni era con la sua coalizione. Ci dica però le analogie fra questo referendum costituzionale e quello che Renzi perse malamente dieci anni fa?
«Io ero capo dell’organizzazione del partito, e me lo ricordo bene. In sintesi: il significato politico è lo stesso. Renzi si dimise, Meloni rilancia, ma è un risultato talmente eclatante che avrà ripercussioni profonde. Ai partiti dell’opposizione, che devono essere contenti della grande risposta popolare, spetta il compito di interpretare questa nuova fase».
E il centrosinistra o il campo largo sarà in grado di farlo?
«Sarò antico, a me piace chiamarlo centrosinistra. Di certo la mobilitazione che ha portato alla vittoria è un buon punto di partenza, non può essere un punto di arrivo. Non abbiamo ancora vinto nulla. Il governo Meloni è saldamente al potere e noi dobbiamo organizzare la proposta, l’infrastruttura portante, per offrire ai cittadini una alternativa credibile».
Spiegato così sembra una scalata a mani nude.
«Non è vero, bisogna essere franchi: affrontare i temi che ci tengono distanti e rafforzare i temi che ci uniscono».
Primo dubbio: che confini ha questo campo largo, pardon, centrosinistra?
«I confini dei partiti che fanno opposizione al governo Meloni: da Italia Viva ad Alleanza Verdi Sinistra, da noi Democratici ai Cinque Stelle».
E Carlo Calenda dove si colloca?
«Dipende da Calenda, a oggi non lo sappiamo».
Buttiamo su questo tavolo il dossier Ucraina: che succede?
«Io l’ho detto e lo ribadisco, per me l’Ucraina è una linea rossa invalicabile. Il sostegno all’Ucraina, in tutte le forme con cui questo sostegno deve essere realizzato, compresa l'invio di equipaggiamenti militari, è una linea rossa invalicabile, finalizzata a costruire le condizioni perché si arrivi a una pace che non sia l’umiliazione dell’Ucraina e la resa alle pretese ingiustificate di Putin».
Non proprio semplice considerando le posizioni degli altri partiti.
«Mi auguro che sia possibile e io lavorerò per farlo. Non posso immaginare un centrosinistra titubante con l’Ucraina o con l’esigenza storica di consolidare l’Europa in tutte le sue dimensioni, compresa quella della difesa comune».
Vuole fare un appello agli alleati del centrosinistra?
«No, un invito alla responsabilità sì. Non sprechiamo questa occasione e non pensiamo che la vittoria sia una conseguenza automatica di quello che è accaduto con il referendum».
Cosa dovrebbe fare la segretaria del suo partito?
«Non ha bisogno dei miei suggerimenti. Ma è il tempo di una iniziativa per compattare il centrosinistra. Pur da minoranza del partito, riconosco a Elly Schlein gli sforzi che ha fatto in questi anni per costruire un centrosinistra competitivo. Lo spazio lo abbiamo preservato, pensiamo ai contenuti».
Con una premessa forse, senza personalismi dei capi. Schlein dovrebbe essere pronta a rinunciare alla candidatura per la presidenza del Consiglio?
«Il tema della leadership è un tema condizionato dalla legge elettorale con la quale andremo a votare. Con l’attuale legge elettorale mi pare evidente che il leader del partito che avrà maggiori voti è naturalmente colui/colei che si proporrà per assumere l’incarico di capo del governo. Se cambierà la legge elettorale, bisognerà trovare le modalità attraverso le quali si individuerà un metodo, che sia un confronto tra i partiti o che siano le primarie».
Al momento per Guerini è Schlein, ci sembra di capire, la sfidante di Meloni: Giuseppe Conte potrebbe mai accettarlo?
«Decideremo insieme come arrivarci. Ora è ancora prematuro e non ci sono elementi per fare altre valutazioni, ripeto, senza considerare con quale legge elettorale si voterà».
A urne ancora calde, Conte si è fiondato sulla “prospettiva delle primarie” di coalizione.
«Ecco, non dobbiamo iniziare con il passo sbagliato. Dobbiamo essere ordinati: prima l’infrastruttura, poi riflettiamo sul leader. Invertire i fattori mi sembra pericoloso».
Va ricordato che la prossima legislatura porta alla scelta del Presidente della Repubblica (2029).
«Intanto teniamoci ben stretti il presidente Mattarella. Quando verrà il momento mi auguro che il Parlamento possa mostrare la stessa saggezza che ha portato alla sua elezione». Guerini non lo specifica perché pleonastico: era un Parlamento di centrosinistra.
La vittoria è un buon punto di partenza, non di arrivo, dice il presidente Copasir Lorenzo Guerini della minoranza Pd. Prima dei leader conta il programma del centrosinistra
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