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13 febbraio, 2026I Giochi sono mai stati davvero neutrali? Vladyslav Heraskevych è stato escluso da Milano Cortina per aver scelto di indossare un casco con i volti dei 24 atleti ucraini uccisi dall’inizio dell’invasione russa. Ma il suo è solo l'ultimo caso di una storia olimpica già segnata da gesti politici
Le Olimpiadi non possono essere uno spazio politico. Un principio che il Comitato olimpico internazionale richiama ogni volta che un atleta prova a trasformare il campo sportivo in un luogo per diffondere messaggi. È successo di nuovo con Vladyslav Heraskevych, escluso ai Giochi di Milano Cortina per aver scelto di indossare un casco con i volti dei 24 atleti ucraini uccisi dall’inizio dell’invasione russa. Ma il suo è solo l’ennesimo gesto di una storia già di per sé politica, oltre che sportiva.
Il richiamo è all’Articolo 50 della Carta olimpica, che vieta qualsiasi “dimostrazione o propaganda politica, religiosa o razziale” nelle sedi olimpiche. Negli ultimi anni il Cio ha concesso margini di espressione in conferenze stampa, interviste e sui social, ma ha ribadito la “neutralità” del podio e del campo di gara. Eppure, la storia racconta che le Olimpiadi sono state politiche ancora prima di diventare il simbolo moderno dello sport globale.
Il primo gesto arriva nel 1906, ai Giochi “intermedi” di Atene. L’irlandese Peter O’Connor, vincitore nel salto triplo ma registrato come atleta britannico, scala il pennone dello stadio e issa la bandiera irlandese: un atto identitario in un’Europa ancora imperiale. Trent’anni dopo, nel 1936, Berlino diventa la vetrina della propaganda nazista. Durante quei Giochi si vedono anche atleti tedeschi salutare con il braccio teso sul podio, ma il vincitore è Jesse Owens, atleta afroamericano, che conquista quattro ori sotto lo sguardo di Adolf Hitler.
Nel 1960, a Roma, un altro cortocircuito simbolico: Taiwan è costretta a competere con il nome di “Formosa”, scelta imposta dal Cio in un contesto di tensioni geopolitiche con la Cina. Il 1968 segna poi uno spartiacque. A Città del Messico Tommie Smith e John Carlos alzano il pugno guantato di nero sul podio dei 200 metri, piedi scalzi e testa china, accanto all’australiano Peter Norman che indossa la spilla dell’Olympic Project for Human Rights. Verranno espulsi dal villaggio olimpico. Nello stesso anno la ginnasta cecoslovacca Věra Čáslavská gira la testa durante l’inno sovietico, in silenziosa protesta contro l’invasione di Praga. Quattro anni dopo, a Monaco 1972, Vincent Matthews e Wayne Collett si prestano in chiacchiericci sul podio durante l’inno americano: anche loro verranno allontanati. Nel 1980 il boicottaggio guidato dagli Stati Uniti di Jimmy Carter contro i Giochi di Mosca, in risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan, porta oltre sessanta Paesi a non partecipare; quindici delegazioni - tra cui l’Italia - che scelgono comunque di esserci sfilano sotto la bandiera olimpica al posto di quella nazionale.
Negli anni Duemila il confine si fa ancora più sottile. A Sydney 2000 Cathy Freeman, atleta aborigena, vince i 400 metri e festeggia con la bandiera australiana e quella indigena sulle spalle. Nel 2004 il judoka iraniano Arash Miresmaeili si presenta sovrappeso per evitare di affrontare l’atleta israeliano Vaks, come gesto vicino al popolo palestinese. Nel 2016 Feyisa Lilesa taglia il traguardo della maratona di Rio con i polsi incrociati sopra la testa, legandosi alle proteste Oromo in Etiopia. A Tokyo 2020 (disputati nel 2021) Raven Saunders incrocia le braccia a X sul podio del peso, mentre Luciana Alvarado chiude il suo esercizio con un ginocchio a terra e il pugno alzato. A Parigi 2024 la breaker afghana Manizha Talash viene squalificata per aver mostrato la scritta “Free Afghan Women”. E poi l’ultimo caso, quello di Heraskevych, sospeso dall’Articolo 50 ma già entrato nella storia olimpica.
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