Televisione
24 febbraio, 2026Il rumore dei commenti negativi di perfetti sconosciuti. Il consenso che utilizza le emoticon come parametro. Il Festival si misura con l'odio online mentre, lungo la strada per l'Ariston, sembra essersi smarrito il giudizio critico
Durante la conferenza stampa del Festival di Sanremo, Laura Pausini risponde a una giornalista che le chiede conto delle critiche ricevute. Osserva che, sui social, il dissenso produce più rumore, ma il consenso resta largamente prevalente e, soprattutto, più significativo. Il punto però non è solo questa conferenza stampa. È la contraddizione che attraversa il nostro tempo. Da una parte invochiamo l’educazione affettiva, chiediamo di sottrarre i ragazzi alla dipendenza dal giudizio, alla prestazione continua, all’ossessione del consenso. Dall’altra, continuiamo a interrogare chi è esposto pubblicamente come se il valore di un percorso si misurasse in un parametro così misero: una sequenza di emoticon con cacche e vomiti.
Questo cortocircuito non riguarda gli artisti, ma il modo in cui abbiamo ridefinito il riconoscimento. Riguarda anche chi legittima figure come Fragolina79, un profilo qualunque eppure esemplare: insulta senza distinzione sconosciuti, bambini, malati, morti. Nei social trova uno spazio di azione e una forma di visibilità. È difficile non intravedere, in questa dinamica, la mancanza di altri strumenti e la presenza di frustrazioni evidenti.
Abbiamo progressivamente normalizzato questo comportamento, gli attribuiamo un peso, lo contabilizziamo, lo integriamo nel gioco. Eppure, fuori dai social, la relazione conserva ancora una struttura diversa come dice Laura Pausini: il riconoscimento e la stima esistono, il confronto resta entro limiti che non coincidono con l’aggressione sistematica. La critica, quando c’è, proviene da chi possiede strumenti e competenze, e attraverso un’elaborazione riesce a generare consenso o distanza. Un tempo era questa la misura che gli artisti temevano davvero.
Nel suo libro Il cielo bruciava di stelle, Gino Castaldo rievoca la stagione dei cantautori e il loro rapporto con la stampa. Erano le recensioni, anche le stroncature, a incidere profondamente. Castaldo cita un celebre confronto del giornalista Giorgio Bocca con Lucio Dalla, pubblicato proprio su L’Espresso, in cui l'artista era definito "un gatto selvatico, retrattile, che vuol darti l’unghiata ma si ferma, che vuol farsi accarezzare ma scappa”. Parlarono di politica, di Bologna e della contestazione, di Francesco De Gregori e del poeta Roberto Roversi. L’intervista fu un match. Erano confronti ad alta intensità, in cui la critica aveva una sostanza. Gli artisti rispondevano, talvolta si irrigidivano, si allontanavano per mesi, per anni, perché qualcosa, in quelle parole, risuonava come vero. Non erano intrusioni nella vita privata, né reazioni istantanee: erano atti critici e illuminati.
Ciò che oggi si è smarrito è proprio questa densità. Deve esserci un pensiero dietro la musica, il cinema, ogni progetto culturale. Non il tifo. Il tifo abbassa, omologa, semplifica. Il pensiero, invece, introduce attrito e differenza.
Online prevale una distorsione evidente: il rumore e la violenza risultano più visibili, quindi più rilevanti. È ovvio che l’esposizione generi consenso e dissenso; non è più ovvio, invece, riconoscere che qui non siamo nel campo della critica. Siamo dentro una dinamica di delegittimazione permanente che riguarda chiunque sia visibile e, per riflesso, chiunque sia raggiungibile.
Ogni giorno denunciamo reati digitali, vite compromesse da video condivisi, immagini manipolate, violenze trasformate in spettacolo. Le vittime sono spesso giovanissime, esposte a una pressione che non distingue tra giudizio e annientamento. È questo il modello implicito che stiamo trasmettendo?
Chi piace a tutti, spesso, rinuncia a prendere posizione. Leviga, costruisce un’immagine neutra, talvolta patinata, talvolta artificiale. Ma l’esposizione comporta attrito. E se siamo arrivati al punto di dover ribadire che il consenso reale non coincide con il rumore digitale, allora abbiamo fallito anche noi giornalisti.
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