Televisione
6 febbraio, 2026Una serie attesissima in Italia, senza filtri né retorica, che guarda al desiderio e allo sport come macchina simbolica della maschilità. E parla di amore e identità
Sesso, hockey e verità
Se in questi mesi non siete entrati in contatto in alcun modo con “Heated rivalry”, la serie tv romance canadese tratta dall’omonimo romanzo di Rachel Reid e prodotta da Accent Aigu Entertainment con Bell Media per la piattaforma Crave — poi acquistata da Hbo Max — significa che vivete in una sorta di isolamento mediatico.
Se invece pensate che questo intreccio di emozioni ambientato nel mondo dell’hockey agonistico sia rilevante solo all’interno di una bolla queer, forse dovreste seguire Oprah o accendere un telegiornale generalista. E se credete di evitarla perché i fenomeni di massa vi irritano, questa volta vi sbagliate. Ambasciatori inattesi come il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani, il primo ministro canadese Mark Carney e persino la comunità Lgbtq+ russa — che per sfidare lo Stato omofobo di Putin organizza gruppi di visione clandestini — hanno trasformato una produzione low budget in un fenomeno globale, al punto che si vocifera persino di una possibile colonna sonora firmata da Miley Cyrus per la prossima stagione. La combinazione di emozioni sincere e sesso appassionato ha dato vita a una narrazione significante, che avrebbe potuto trovare una chiusura perfetta già con la prima stagione.
Con buona pace di quegli scrittori che continuano a snobbare il romance da una prospettiva alto-basso, dimenticando che l’opposto conduce spesso a uno sguardo più ampio e inclusivo, questo genere è oggi una delle ultime spiagge per comunità trasversali per genere, orientamento sessuale, classe sociale e generazione. Là dove nemmeno i supereroi sono riusciti a salvare l’immaginario democratico occidentale — Minneapolis, Kyiv, Teheran, Gaza City ce lo ricordano ogni giorno — resta la favola, l’happy end, inteso anche come eiaculazione finale, se parliamo di “Heated rivalry”. Il primo traguardo della serie è infatti un racconto sessuale senza filtri, diretto, fisico, capace di accendere il desiderio con una sincerità rara in tutte e tutti, indistintamente dal proprio orientamento. Fin dai primi due episodi, gli autori e soprattutto gli interpreti principali, Shane Hollander (Hudson Williams) e Ilya Rozanov (Connor Storrie), chiariscono che non cercano compromessi: se ci sono scene d’amore e di sesso, devono essere radicalmente oneste.
In Italia lo show debutta su Hbo Max il 13 febbraio, in un contesto particolarmente significativo, sotto i riflettori dei Giochi Olimpici invernali. Non tanto per l’hockey in sé, quanto perché la serie usa lo sport come macchina simbolica della maschilità normativa: quella che premia il controllo e punisce la vulnerabilità.
C’è una traiettoria chiarissima in “Heated rivalry” che si accende nel finale dell’episodio cinque e deflagra, senza mai alzare la voce, nell’episodio sei. È una traiettoria che sposta il coming out fuori dalla retorica del coraggio individuale e lo colloca in una grammatica più complessa: quella dell’auto-negazione pubblica, dell’educazione emotiva, della responsabilità intergenerazionale. La visibilità non è un gesto isolato, ma un effetto a catena, un atto emotivo collettivo.
Alert spoiler a seguire: nel quinto episodio il gesto decisivo non appartiene né a Shane né a Ilya, ma a Scott Hunter (François Arnaud), veterano dello sport e campione abituato a nascondersi solo verso l’esterno. Scott sa chi è, sa cosa desidera, ma ha imparato a tenerlo sotto controllo perché l’ambiente sportivo non ammette deviazioni dallo stereotipo del maschio alpha-performativo. L’amore arriva in modo antieroico, lontano dagli spogliatoi: Kip Grady (Robbie G.K.), un barista emotivamente risolto. Il contrasto tra la quotidianità di Kip e l’universo iper-disciplinato dell’hockey è centrale. Il sentimento nasce tra frullati e chiacchiere, non sotto i riflettori. Quando la squadra di Scott vince la Coppa, la celebrazione sul ghiaccio si trasforma in un tribunale pubblico. Vedendo i compagni raggiunti dai propri affetti, Scott comprende che non può più relegare la complessità del suo io nella gabbia dorata del suo attico. Così fa ciò che la cultura sportiva del non detto considera imperdonabile: chiama Kip sul ghiaccio e lo bacia. È un coming out senza discorso, ma proprio per questo assoluto: non chiede permesso, non chiede comprensione; dichiara, con un gesto fisico, che il loro stare insieme è inserito nello spazio condiviso del campo da hockey.
Ma è importante capire cosa fa Scott: non è un cameo sentimentale, è un dispositivo culturale. La serie, infatti, mostra che la visibilità può essere praticata da chi è a fine corsa, Scott, per dare una lettura onesta, compie quel gesto dopo aver raggiunto l’apice della carriera, al contrario Shane e Ilya hanno ancora anni di agonismo davanti, ancora contratti, sponsor, e quindi più paura.
Ed è qui che l’episodio sei, “The cottage”, diventa davvero un passaggio generazionale. Perché prende l’onda lunga del gesto di Scott e la porta in un luogo meno spettacolare ma più decisivo: la famiglia. Shane arriva al confronto con i genitori e dice alla madre, Yuna (Christina Chang), una frase che non è solo confessione ma radiografia di una vita: «Ci ho provato… ci ho provato davvero… mi spiace». La madre lo interrompe, e quel taglio è già un ribaltamento: non lo lascia sprofondare nell’idea che debba scusarsi. Poi piange, e si sposta sul terreno più difficile, quello rarissimo: si scusa lei. Gli chiede perdono per avergli fatto credere — anche solo indirettamente — che non potesse parlare liberamente della propria sessualità. E lui le dice con il tono fermo di chi è autore della propria narrazione: «Si, ti perdono».
“Heated rivalry” si distingue da molte serie inclusive contemporanee grazie al suo approccio all’identità, che viene interpretata come relazione piuttosto che come semplice etichetta. L’opera esplora non solo la relazione sentimentale tra Shane e Ilya, ma anche le dinamiche educative che possono generare silenzio e vergogna. In questo contesto, il coming out non si limita alla dichiarazione della propria identità, ma rappresenta una rinegoziazione dei rapporti familiari e sociali. L’approccio include la partecipazione della generazione precedente, rappresentata con equilibrio, senza ricorrere a giudizi estremi, ma invitata a una responsabilità emotiva concreta. La narrazione dell’autismo di Shane viene gestita con naturalezza: la sua condizione non è enfatizzata né trattata con pietismo, ma riconosciuta come una caratteristica peculiare che non richiede alcuna commiserazione.
In questa narrazione, l’obiettivo principale non è vincere una partita di hockey: si tratta, piuttosto, della possibilità di sentirsi finalmente liberi di esistere senza doversi giustificare. Quando un prodotto come questo diventa popolare significa che è riuscito a coinvolgere profondamente diverse comunità, creando un legame emotivo collettivo tra generazioni diverse che, grazie alle emozioni condivise, sarà in grado di restituire valore alla società.
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