Televisione
23 marzo, 2026Il programma di Stefano Mancuso con Lillo, mescola divulgazione e comicità, scienza e leggerezza. E ospita il gradito ritorno del genio satirico dei nostri tempi
In biologia si chiamano specie aliene quegli organismi viventi trasportati dall’uomo al di fuori del loro areale naturale di origine. E quando si insediano in modo stabile e si diffondono rapidamente, si definiscono infestanti, con i relativi impatti poco carini sulla biodiversità. In televisione invece, i programmi alieni sono pochissimi, e hanno il cattivo gusto di non insediarsi mai, arrivano all’improvviso, seminano piacere e difficilmente lasciano tracce che possano in tempi brevi favorirne l’imitazione. Uno di questi, è “La pelle del mondo” (Rai Tre), insieme poco catalogabile di informazioni fortemente scientifiche, comicità, mondi diversi che si incontrano in una scenografia da foresta pluviale e altre gradevolezze seppur a tratti sconnesse.
Stefano Mancuso, che di piante qualcosina ne sa, si fa accompagnare in un bizzarro viaggio tra ecologia, botanica ed etica, da Lillo in camice bianco. E spiega al poco allenato pubblico l’importanza del mondo vegetale in una cosetta chiamata Terra.
Il cervello delle piante, il loro ruolo nelle città, le piante che viaggiano, le piante che creano comunità. Con degli ospiti alieni anch’essi, perché una volta tanto non devono promuovere un bel niente, il neuroscienziato riesce a fare discorsi importanti grazie a un metodo divulgativo dotato di leggerezza, perché il futuro è una cosa seria e il modo migliore per farlo capire è quello di riderci anche un po’ su. C’è il podcast sostenibile di Maccio Capatonda, per esempio, in cui tutti i materiali sono riciclati, persino lo studio che diventa casa sua.
E soprattutto c’è il ritorno sui piccoli schermi della stella più luminosa del firmamento satirico dei nostri tempi, ovvero Corrado Guzzanti, che 25 anni dopo la sua prima apparizione ne “L’ottavo nano”, torna a regalare Vulvia di rosso vestita e i suoi «Lo sapevate?». Perle all’improvviso, come chiedersi: «Il brodo primordiale aveva i quadrucci?». Con solida comicità di tradizione, esplode la folle banalità del sapere come specchio riflesso di un mondo che del sapere sembra farci poco e che al contrario la banalità la maneggia con cura estrema. «Le maestose piramidi dell’antico Egitto in realtà sono state un ripiego. Perché prima i Faraoni volevano costruire il Ponte sullo Stretto e farcisi seppellire sotto. Poi i tecnici gli hanno spiegato che proprio non era possibile. E allora come contentino, dice vabbè, allora famo le piramidi. Grandi contentini della Storia, su Rieducational Channel».
E basterebbe questo, sullo sgabello che gira, a ridare fiducia a una povera televisione che non impara mai dai suoi doni alieni. Altro che granchi blu.
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