Cosa hanno in comune le tele di Velazquez, Zurbaràn, Goya, Mirò e Picasso con le iperboliche creazioni sartoriali di Cristobàl Balenciaga? Moltissimo, almeno a giudicare dagli oltre 70 capi e accessori esposti nella retrospettiva "Balenciaga: Spanish master" di scena fino al 19 febbraio al Queen Sofìa Spanish Institute di New York. In un'epoca in cui la maggior parte dei creativi al timone di incensate maison storiche parla un linguaggio sempre più globale, Balenciaga va in direzione opposta. L'epitome della grande alta moda internazionale - dalla cui scuola provengono direttamente e indirettamente, fra gli altri, Valentino, Hubert de Givenchy, Courrèges, Paco Rabanne, Ungaro e perfino Yves Saint Laurent - continua infatti a manifestare un saldo legame con il suo genius loci prettamente iberico.
Il che non sfugge né a Oscar de la Renta, lo stilista americano educato alla scuola del grande creatore di Getaria e artefice del progetto della mostra, e neppure al suo curatore, Hamish Bowles, comprimario di Anna Wintour alla guida di Vogue America e grande estimatore di Balenciaga. Probabilmente da quando appena adolescente fece il miglior affare della sua vita acquistando a un ottimo prezzo un Balenciaga vintage anni'60, l'epoca in cui, per intenderci, il grande sarto vestiva la baronessa Pauline de Rothschild e la contessa Mona Bismark insieme a un folto stuolo di principesse e teste coronate europee.
Il legame tra Balenciaga e la nobiltà è alle radici della griffe: fu proprio l'infanta di Spagna a ispirare il memorabile modello in raso duchesse e applicazioni in velluto del 1939. L'abito fu un omaggio al sontuoso ma asciutto cerimoniale barocco della corte di Madrid, incarnato dalle principesse ritratte da Diego Velazquez in "Las meninas". "La mia visita al museo del Prado a Madrid è stata quasi una rivelazione - ha dichiarato in una recente intervista Hamish Bowles - ai miei occhi le opere d'arte scorrevano come una collezione d'alta moda di Balenciaga; ricordo in particolare un drappeggio che rimanda a un quadro di El Greco e il fiocco nei capelli del ritratto dell'Infanta che influenzò un abito degli anni'60".
Nell'immaginario di Balenciaga e nella sua opulenza ieratica, come suggeriva già Diana Vreeland, si percepisce immediatamente l'eco della dicotomìa eros-thanatos definita da quell'estetica sanguigna e drammatica della tauromachia e del flamenco, che, unita alla velata malinconia delle scene di vita popolare, non ha mai cessato di alimentare la vena dello stilista.
Dietro certi regali bolero riccamente decorati da ricami in onore dei traje de luz, i doviziosi costumi sfoggiati dai toreador, come nella preziosità delle madonne di Siviglia evocate dall'abito nuziale di Sonsoles Dìez de Rivera, figlia della grande musa del creativo, la marchesa di Llanzol, c'è tutta l'anima dell'arte di questo couturier che non a caso Cecil Beaton definì il "Picasso della moda".
Arte e folklore quindi, distillati con un rigorismo geometrico e una sapienza costruttiva ineguagliate nella storia della moda, si fondono in un retaggio dal timbro inconfondibile che oggi si perpetua nella matita di Nicolas Ghesquière, continuatore del percorso creativo di Balenciaga nell'ambito della maison parigina e come lui dotato di talento e rara coerenza. Dopo la tappa newyorkese nel cuore di Park Avenue la mostra 'Balenciaga. Spanish master' proseguirà il suo cammino approdando il 26 marzo al "de Young Museum" di San Francisco, dove resterà fino al 4 luglio.