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Cultura
febbraio, 2011

Cristina e la profondità di un autoritratto

La Nunez nelle sue fotografie ha esplorato il valore terapeutico dell'autorappresentazione per liberarsi della dipendenza dall'eroina. Un metodo che ora viene applicato anche nelle carceri, negli ospedali psichiatrici e nelle aziende. Un libro ne racconta l'esperienza

Non basta uno specchio per vedersi, potrebbe essere semmai il punto di partenza per una rappresentazione di sé, senza trucchi e senza sconti. Ma occorre andare oltre. Lo aveva fatto, con placida consapevolezza, nel lontano 1524 il Parmigianino, con il celebre autoritratto allo specchio convesso: attraverso un abile stratagemma, l'uso di una superficie riflettente parzialmente deformante, aveva offerto un'immagine di sé che rispettava, al centro, i canoni artistici correnti, nell'ossequio delle più raffinate proporzioni pittoriche, e lasciava raccontare alla distorsione dei margini tutta un'altra storia.

E' l'altra storia quella che più interessa Cristina Nuñez, che pratica da oltre vent'anni l'arte dell'autoritratto fotografico, indagando e approfondendo sulla sua pelle il grande potere dell'auto rappresentazione. Un potere in primo luogo terapeutico, che la Nuñez scopre iniziando a usare fotografia e autoritratto per superare le sofferenze e le difficoltà lasciate da cinque anni di dipendenza da eroina, nel 1988.

Un lavoro di ricerca condotto nel sé più fondo e scuro, un modo per portare alla luce emozioni complesse, svelare identità molteplici, dichiarare inadeguatezze, guardarsi davvero, trasformare la sofferenza in arte e andare oltre: attraversando e oggettivando senza veli le zone più cupe per mettere felicemente in moto le più luminose.

Andare oltre per Cristina Nuñez ha significato anche diffondere la sua esperienza, ricavarne un metodo ed applicarlo in contesti diversi: la fotografa ha portato con successo la sua Self-Portrait Experience in centri di salute mentale, carceri, accademie d'arte, scuole e aziende, dove il metodo Nuñez sta avendo una sempre maggiore popolarità. Ma il suo desiderio è una divulgazione globale, nei luoghi e tra le persone più diverse, per fare un po' di luce, da un microcosmo all'altro, sul groviglio della condizione umana.

Cristina Nuñez tiene workshop dedicati all'autoritratto, aziendali e non, ma per chi volesse tentare l'esperienza da solo il metodo ora è anche un libro, "Someone to love". Il lavoro è diviso in due parti: nella prima l'autobiografia visiva dell'autrice - autoritratti, foto di famiglia e parole - nella seconda un vero e proprio manuale dell'autoritratto - con teoria, esercizi e immagini dai workshop - per imparare a esplorare a fondo la propria vita, innescare il processo creativo e trovare così equilibrio e forza.

"Nessuno può essere ridotto a una sola immagine" ricorda la fotografa, che di sé ne ha prodotte almeno un migliaio da quel primo scatto dell'88. "Tutte le nostre azioni, i nostri comportamenti sono inevitabilmente mediati da come vogliamo che gli altri ci vedano" spiega Nuñez. "Ci resta tuttavia uno spazio, un intenso dialogo intimo di percezione, giudizio, pensiero e accettazione che credo sia indipendente dallo sguardo degli altri".

E' in questa zona che il metodo guida i suoi allievi, attraverso "un potente e meraviglioso processo che non ha alcun bisogno di parole". Solo di sguardi e di coraggio.

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