Ogni anno,  distruggiamo cinque milioni di ettari di foreste. Facendo estinguere centinaia di specie animali e vegetali. E ipotecando il futuro dei nostri figli. Ma qualcosa si può e si deve fare

Woo-a, woo-a, woo-a woo woo-a woo-a, ooo, ooo, ooooh: così la primatologa Jane Goodall ha aperto la sua audizione sul destino delle foreste al Parlamento statunitense. È il saluto degli scimpanzé con i quali lei vive tra gli alberi di Gombe, in Tanzania; e ha spiegato la scienziata: "Se vogliamo continuare a sentirlo, fermiamo le seghe, le strade e le coltivazioni di olio di palma che stanno distruggendo le nostre foreste in tutto il mondo".

E l'appello è diventato materia per le Nazioni Unite che hanno indicato il 2011 l'anno delle foreste. È sempre più chiaro infatti che da esse dipendono le sorti del clima, ma anche la qualità dell'acqua, la fertilità del terreno, la biodiversità e la sopravvivenza di circa un miliardo di persone che vivono sui suoi prodotti: dal legname, ai frutti, ai medicinali naturali.

Il clima, anzitutto: nel mondo le foreste "immobilizzano" una quantità di carbonio superiore a tutta la CO2 che c'è in atmosfera: secondo le stime dell'agenzia scientifica sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Ipcc), le piante ne contengono 283 miliardi di tonnellate, il legno morto 38 miliardi e i suoli forestali altri 317 miliardi. Ogni pianta tagliata o bruciata è una brutta notizia per il clima. Per questo durante il summit sul cambiamento climatico tenutosi a Cancun nel dicembre 2010, i paesi si sono accordati per fermare la deforestazione.

Ma le foreste non sono solo un immenso serbatoio di carbonio. Sono anche uno scrigno inesauribile di specie, conosciute e non. "Le foreste sono il nostro più grande investimento in natura e biodiversità", spiega il grande biologo Edward Wilson: "Solo negli Stati Uniti contiamo circa 100 mila specie animali, vegetali e micorganismi, molti dei quali devono la loro esistenza alle foreste primarie. Tagliarle non significa solo rimuovere qualche albero e gli uccelli che vi svolazzano intorno. Con la scomparsa delle foreste più antiche è a rischio un terzo delle specie esistenti, molte ancora sconosciute alla scienza".

Il tesoro verde, proclama l'Onu, è in pericolo, aggredito da un mondo sempre più popoloso e dipendente dai suoi prodotti. E la Fao, col suo rapporto State of the World's Forests del 2011, stima che le foreste coprono oggi 4 miliardi di ettari, pari a un terzo delle terre emerse, distribuiti per lo più tra Russia, Brasile, Canada, Usa e Cina. Dieci paesi (soprattutto in Nordafrica) non hanno foreste, mentre una cinquantina ne sono poverissimi (meno del 10 per cento del loro territorio). Un capitale che si sta lentamente erodendo: negli anni '90 ci siamo mangiati 16 milioni di ettari all'anno. Un po' meglio nell'ultimo decennio: 13 milioni di ettari in meno ogni anno, come dire un territorio grande come la Grecia.

Cifra su cui, a dire il vero, va calcolata la compensazione delle molte riforestazioni volontarie e delle ricolonizzazioni spontanee delle aree agricole abbandonate, in considerazione delle quali, stimano gli esperti, a oggi perdiamo "solo" 5,2 milioni di ettari all'anno. "Ma la maggior parte della deforestazione ha luogo nelle aree tropicali, mentre un aumento netto della superficie forestale avviene nei paesi temperati e in alcune economie emergenti", spiega Edoardo Rojas-Briales, direttore del Dipartimento foreste della Fao. E certo una foresta non vale l'altra.

Se infatti si continuano a perdere milioni di ettari di foresta primaria (quella cioè non modificata dall'uomo e più ricca di biodiversità) guadagnono terreno le foreste seminaturali e produttive. Per questo il Wwf mette in guardia dai facili ottimismi. "Le foreste primarie continuano a soccombere alla richiesta sui nostri mercati di prodotti come olio di palma, polpa per la carta e caffè. Una domanda che minaccia indirettamente anche le aree forestali incluse all'interno di aree protette che continuano a ridursi in estensione", spiega il responsabile del "Dossier foreste" del Wwf-Italia, Massimiliano Rocco.

L'emergenza è in gran parte dovuta al commercio illegale del legname della foreste più pregiate, ma anche alla lenta erosione e frammentazione delle aree protette e delle riserve naturali nelle zone più sensibili a causa dell'urbanizzazione e delle infrastrutture. Gli hot spot su cui secondo il Wwf si dovrebbero concentrare le iniziative di conservazione nei prossimi anni sono le foreste del Borneo, di Sumatra e la dorsale verde fra Laos e Vietnam, anche in considerazione dei buoni risultati dei massicci programmi di riforestazione di Cina, India e Vietnam grazie ai quali in Asia si guadagnano 1,4 milioni di ettari all'anno.
Obiettivo al 2020 è di azzerare la deforestazione netta del Pianeta. Mancano in fondo "solo" 5 milioni di ettari all'anno per pareggiare il bilancio, sia continuando nell'opera di riforestazione sia salvaguardando le foreste primarie, a partire dall'Amazzonia dove, nonostante il buon lavoro fatto dal Brasile, la foresta continua a cedere terreno all'agricoltura.

Buone notizie vengono, invece, dall'Europa e dalla Russia: il patrimonio forestale aumenta. "Le foreste coprono il 45 per cento dell'Europa, ma l'80 per cento si trova in Russia", spiega il rapporto Fao: "Se la escludiamo, la quota di foresta primaria europea scende dal 26 al 3 per cento".

Fra i Paesi europei virtuosi c'è l'Italia. Secondo i dati dell'"Inventario nazionale delle foreste e dei serbatoi di carbonio realizzato" dal Corpo forestale dello Stato, la superficie forestale supera i 10 milioni di ettari, pari al 34,7 per cento del territorio nazionale, e risulta in aumento dello 0,3 per cento l'anno, più della media europea. "Il patrimonio forestale italiano è molto diversificato: dai boschi alpini di resinose, simili a quelli del centro e nord Europa, ai boschi misti di latifoglie, fino alla macchia mediterranea e alle formazioni dei climi caldo-aridi simili a quelli dei paesi nordafricani", spiega l'ecologo forestale Riccardo Valentini, dell'Università della Tuscia: "Nel complesso la situazione forestale italiana è abbondante e ben diversificata".

Anche nel nostro Paese, tuttavia, i pochi lembi di foresta primaria sono stati via via erosi da asfalto e cemento, mentre l'aumento di foresta si deve soprattutto alla diminuzione di suolo agricolo, che nessuno vuole più coltivare. Nell'"Annuario ambientale" appena edito dall'Agenzia di protezione ambientale (Ispra) si osserva come un terzo dell'Italia sia soggetto a qualche forma di tutela per la presenza di parchi nazionali, regionali e aree protette della rete Natura 2000.

Eppure non basta essere all'interno di un parco per garantire la sopravvivenza delle foreste. Il proliferare di infrastrutture e in alcuni casi (come nei parchi della Sila e del Pollino) di centrali a biomasse sproporzionate, portano a fenomeni di impoverimento. Ancora di più incidono gli incendi, per l'80 per cento dolosi, che hanno mandato in fumo circa 31 mila ettari di boschi, il 40 per cento dei quali nella sola Sardegna. Incendi che causano ogni anno l'emissione in atmosfera da uno a 3 milioni di tonnellate equivalenti di CO2, pari allo 0,5 per cento del totale nazionale delle emissioni di gas serra.
E proprio il cambiamento climatico colpisce duramente le foreste italiane e di tutta l'area mediterranea, come ha registrato il progetto europeo Circe. L'aumento delle temperature e la riduzione delle piogge stanno infatti determinando una diminuzione della crescita degli alberi e una loro crescente mortalità, sia per la riduzione della disponibilità di carbonio sia per l'intensificarsi di incendi e delle patologie vegetali. Piante come il faggio, il leccio, l'olivo e le querce soffrono e devono cercare nuovi habitat più a nord per resistere al caldo e alla siccità crescenti.

"In questo secolo la desertificazione avanzerà in tutta la parte meridionale del Mediterraneo, dall'Italia alla Spagna del sud alla sponda nord dell'Africa", commenta Carlo Jaeger, economista dell'Istituto per la ricerca sugli impatti climatici di Potsdam (Germania): "Per questo è urgente prevedere piani di riforestazione ancora più coraggiosi di quelli oggi in corso". I costi sono contenuti e gli effetti della copertura forestale saranno decisivi sia per l'adattamento al cambiamento climatico sia per contribuire a fermarlo aumentando gli stock di carbonio immobilizzati nelle piante.

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