La vista sarebbe stata stupenda. Un centro commerciale Ikea con panoramica sulla Torre di Pisa, beh, poteva essere una roba da urlo. Invece niente. Nel maggio scorso il colosso svedese dell'arredamento ha detto basta: dopo sei anni di trattative, le autorizzazioni per costruire un grande magazzino a Vecchiano, una manciata di chilometri di pianura dalla Piazza dei Miracoli, non si vedevano. E il progetto è stato abbandonato. A Torino, invece, la doccia fredda è arrivata in luglio. Il presidente della provincia, Antonio Saitta, ha negato il consenso a trasformare in terreni commerciali alcuni campi agricoli nel comune di La Loggia, a sud della città. Ne ha offerti altri, edificabili, che però all'Ikea non andavano bene. Fine della storia, con tanto di ira funesta degli abitanti della zona: "Saitta ci ha rubato il futuro", ha tuonato il parroco, don Ruggero Marini, il giorno in cui il sogno di avere a La Loggia il centro commerciale, coltivato per anni, è scoppiato come una bolla di sapone.
Due flop come questi sono sufficienti per trasformare l'Italia in un mal di testa per i vertici dell'Ikea. Lars Petersson, numero uno della filiale italiana del gruppo, teme però che non sia finita. "L'iter delle approvazioni per il terzo negozio di Roma sta rallentando", ha detto allarmato pochi giorni fa, giocando la carta degli investimenti che l'Ikea aveva destinato all'Italia, e che ora sono "congelati": 140 milioni per Pisa e Torino, più altri per Roma, se le cose andassero male. Uscite che hanno spinto le autorità politiche a tentare di metterci una pezza. Il presidente toscano, Enrico Rossi, sta raccogliendo le candidature di altri comuni che vorrebbero sostituirsi ai pisani di Vecchiano. Mentre in Piemonte il pari grado Roberto Cota sta facendo pressioni per un'area a Verrone, nel biellese.
L'estate del 2011, dunque, per l'Ikea potrebbe passare alla storia come la stagione delle rivelazioni. Dopo anni di crescita continua, costellata di qualche disavventura ma anche di grandi successi commerciali, il gruppo svedese ha scoperto all'improvviso di aver raggiunto dimensioni tali da far rumore, qualsiasi cosa faccia. L'Ikea, per usare un'immagine un po' scontata, è come un elefante che deve farsi largo in una cristalleria. È un colosso che conta ormai 19 grandi magazzini in tutta la Penisola, e nel 2012 ne aprirà un ventesimo a San Giovanni Teatino, in Abruzzo. Il giro d'affari ha raggiunto quota 1,6 miliardi, i dipendenti italiani sono 6.587. Numeri scintillanti, che però qualche anno fa gli svedesi ritenevano sarebbero stati ancora migliori. Nel 2007, infatti, le previsioni ufficiali dicevano che, a oggi, sarebbero stati operativi i centri commerciali che invece si sono bloccati, da Vecchiano a La Loggia. All'epoca il gruppo affermava di voler raggiungere nel 2013 un fatturato di 3 miliardi, che oggi appare fuori portata.
È quasi banale dire che, quando l'Ikea vuole aprire un nuovo grande magazzino, i primi ad andare in fibrillazione sono i commercianti. A Torino lo stop è stato salutato con favore dalla Confesercenti, mentre l'ipotesi biellese è stata accolta con allarme dall'Associazione commercianti, che si è detta non contraria all'insediamento dell'Ikea in sé, bocciando però il centro commerciale allargato che si vorrebbe affiancare.
Meno ovvio, invece, appare il fatto che l'espansione del gruppo fondato da Ingvar Kamprad, 85 anni, undicesimo miliardario al mondo secondo la rivista "Forbes", un patrimonio stimato in 23 miliardi di dollari, susciti reazioni prudenti anche in chi i mobili li produce. "Tanto di cappello all'Ikea, che ha fatto fare a tutta l'industria del settore grandi passi avanti", dice Roberto Snaidero, presidente di Federlegno Arredo. Che aggiunge: "Detto questo, bisogna ricordarsi che i rivenditori italiani sono molto diversi dal modello svedese: forniscono ai clienti un servizio che va riconosciuto. Perciò noi produttori dobbiamo fare con i commercianti un discorso chiaro: tutti insieme dobbiamo investire sulla qualità, sulla progettazione e sull'assistenza post-vendita. Non possiamo puntare solo sugli sconti", dice.
Ancora più esplicito Antonio Zigoni, presidente di Federlegno Triveneto, un'area dove i fornitori Ikea sono molto numerosi. Il suo ragionamento è questo: con l'imporsi di realtà come il gruppo svedese, che presidiano tutta la catena del valore - si procacciano la materia prima, producono (soprattutto nelle nuove fabbriche polacche), controllano il design e la vendita finale - la differenza tra produttori e distributori sta sparendo. E così "i margini di guadagno si riducono, soprattutto per i rivenditori. I no della politica all'apertura di nuovi punti-vendita sono dettati da questo cambiamento, che dev'essere governato", dice Zigoni.
Entrare all'Ikea, in effetti, è come fare un tour nel mondo globalizzato. Le etichette dei complementi d'arredo dicono che le merci arrivano da Cina, Pakistan, Bangladesh, Vietnam, Lituania, Polonia, Turchia, Repubblica Ceca. Anche a Milano i fiori giungono dall'Olanda, non dalla vicina Liguria. L'Italia è sporadicamente presente ma con margini all'osso. Un esempio: padella Kavalkad, basic, leggera, 4,49 euro, made in Italy. Bistecchiera Grilla, più ricca, pesante, 9,99 euro, made in China. E ancora: tovaglioli in carta Fantastisk, belli, larghi, fatti in Italia, 1,99 euro un pacco da cento. Quelli piccoli, colorati e costosi, 2,49 euro per un pacco da 50: arrivano dalla Polonia.
All'Ikea il pezzo forte del "made in Italy" sono i mobili. È qui che diversi produttori vedono nel colosso un cliente importante. L'Ikea sostiene che l'8 per cento dei propri acquisti (su un totale la cui entità resta un segreto: il gruppo è controllato da una fondazione con sede in Olanda, paradiso fiscale e della riservatezza societaria) li fa da fornitori italiani, secondi solo a cinesi e polacchi. Di chi, in Italia, lavora per l'Ikea un tempo si sapeva poco. Da Natuzzi, leader italiano nei divani, confermano il rapporto commerciale ma dicono di non poter divulgare gli accordi. Non dà spiegazioni nemmeno la Bizzarri, azienda di Corinaldo (Ancona), che si limita a confermare la fornitura di ante.
Con il tempo, però, una quadro più preciso è venuto alla luce. Nel distretto del mobile sulle rive del fiume Livenza, tra Veneto e Friuli, le aziende che lavorano per l'Ikea sono almeno una decina. Uno dei maggiori partner nell'arredamento in legno è la Friulintagli, che conta un fatturato di oltre 200 milioni e 17 stabilimenti tra Pordenone e Treviso. Da qui arrivano parecchi prodotti Ikea, compresa la storica libreria Billy che ha arredato gli appartamenti di tante famiglie. La crisi? Alla Friulintagli non sembrano averla sofferta troppo, se è vero che a gennaio l'azienda guidata da Inaco Maccan ha avviato un piano di potenziamento del personale per far fronte alle richieste del cliente svedese. Il piano prevede l'assunzione di 150 dipendenti, che andranno ad aggiungersi agli 850 già all'attivo. Gente che lavora su tre turni giornalieri, sette giorni su sette. Tutto per soddisfare le richieste della multinazionale. Un'intesa che porta lavoro ma che, secondo Loris Dottor, segretario della Fillea-Cgil di Treviso, nasconde qualche rischio: "Così come la 3B, un'altra società da 700 addetti della provincia, la Friulintagli dipende quasi al 100 per cento da Ikea. Se salta quel cliente, se trova magari in un'altra parte del mondo un fornitore che garantisce la stessa qualità a un prezzo più basso, sono guai".
A volte, però, sono i fornitori a non voler seguire le richieste del gruppo di Kamprad. È accaduto alla Pieffe Union di Motta di Livenza, che per sette anni ha fornito a Ikea mobiletti in legno. Gli ordini costituivano un quarto della produzione. Poi, nel 2008, si è arrivati alla rottura. Dall'azienda raccontano come andarono le cose: Ikea voleva un prezzo più basso, disse che c'era un concorrente disposto a produrre gli stessi oggetti al 20-30 per cento in meno. Per concedere lo sconto, Pieffe Union avrebbe dovuto investire parecchio: non se ne fece niente. Risultato? L'azienda veneta ha avuto un calo produttivo di quasi il 20 per cento, ha tagliato 10 dipendenti ma tuttora fornisce Ikea, tramite altre ditte di cui non fa il nome.
A fronte di chi molla, c'è però chi si butta.
Dice Sandro Castaldo, professore di marketing alla Sda Bocconi: "Da una parte c'è il rischio che attività cruciali per un'azienda come il marketing e il commerciale siano totalmente nelle mani del cliente, che trattiene la maggior parte del valore aggiunto, costringendo i fornitori sempre più nel ruolo di un produttore in conto-terzi. Dall'altra, però, c'è l'opportunità di entrare in un circuito internazionale e di lavorare per un cliente efficiente e puntualissimo nei pagamenti". Giovanna Sperandio, titolare della marchigiana Fab Group, 150 dipendenti, da poco ha firmato un accordo per fornire piani da cucina: "Ci siamo fatti avanti e, alla fine, abbiamo trovato l'accordo", spiega. La prima consegna è prevista a metà ottobre, così l'azienda nel 2011 prevede di fatturare 32 milioni, 2 in più dell'anno scorso. "Ikea pretende che i prezzi rimangano bassi: dovremo essere bravi nell'organizzazione del lavoro", dice Sperandio.
Non sempre però le commesse alle ditte italiane vengono manufatte nel nostro Paese. Lo rivela il caso della Mobilclan, che vende al colosso svedese 100 mila antine da cucina l'anno prodotte in Cina, dove la ditta veneta ha creato una filiale. La speranza è che, con il tempo, anche il mercato cinese diventi appetibile. Intanto, però, negli stabilimenti italiani della Mobilclan il rapporto con Ikea, che incide per il 10-15 per cento sul fatturato, non sta portando grandi benefici. A febbraio, dopo due anni duri, la dirigenza ha annunciato esuberi per un centinaio di dipendenti sui 312. Ora i dirigenti sperano che gli svedesi decidano di puntare presto anche sul "Made in Italy". I margini sono bassi, certo, ma nell'azienda veneta si fa un ragionamento semplice: meglio guadagnare 10 euro su 100 pezzi o 0,5 centesimi su un milione?
Una considerazione vera. Che però non cancella il rimpianto che l'intera industria italiana dell'arredamento, sotto sotto, deve provare: aver lasciato ad altri, oltre 60 anni fa, il genio di creare l'Ikea. E ritrovarsi, oggi, negli scomodi panni del terzista.