Arrivano qui con un visto regolare, 'richiesti' da un imprenditore italiano. Che in realtà poi non li assume. Ma si divide con i trafficanti di esseri umani il pizzo pagato dall'extracomunitario per entrare nel nostro Paese

Le norme sui flussi di lavoratori stagionali extracomunitari possono essere aggirate così facilmente che spesso finiscono per favorire i carnefici a danno delle vittime. Nei giorni scorsi è stata attivata la procedura online per presentare le domande per il 2012, ma in molti casi alla fine ci guadagneranno trafficanti di esseri umani senza scrupoli e imprenditori italiani disposti a dare loro un appoggio in cambio di soldi. A rimetterci, invece, saranno gli aspiranti lavoratori, che arriveranno con tutti i documenti in regola, convinti di avere in tasca un contratto di lavoro stagionale. E che invece si ritroveranno irregolari pochi giorni dopo avere attraversato il confine.

Insomma, «spesso gli ingressi consentiti per lavori stagionali sono utilizzati in maniera strumentale dalle organizzazioni criminali per trafficare e sfruttare persone», dice Simona Moscarelli, legale dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) di Roma. E sembra che questa situazione riguardi ormai migliaia di persone extracomunitarie ogni anno, all'incirca un terzo di chi entra in Italia per lavorarci giusto qualche mese.

Eppure, in punta di legge non ci dovrebbero essere grossi intoppi. Il datore di lavoro richiede uno o più lavoratori stagionali, la prefettura rilascia il nulla osta dopo i controlli del caso e il consolato italiano nel Paese d'origine concede il visto d'ingresso al migrante. Infine, il lavoratore può entrare in Italia, firmare il contratto per cui è stato chiamato e andare in questura a ritirare il permesso di soggiorno.

Invece, pare le cose vadano spesso tutto al contrario. Secondo una fonte che segue da vicino questi dossier, e che proprio per questo motivo chiede l'anonimato, «la prima grossa falla di questo meccanismo sta nel fatto che molte prefetture danno per buona la richiesta dell'imprenditore di avere un lavoratore stagionale, senza fare i controlli. Tutti lo sanno e si comportano di conseguenza» .

Tornando alla spiegazione dell'avvocato dell'Oim, spesso accade questo: un datore di lavoro italiano viene pagato da un intermediario di un altro Paese, per esempio di uno Stato africano, per presentare una richiesta fasulla alla prefettura per avere dei lavoratori stagionali. Inoltre, sottolinea la Moscarelli, «ne può chiedere più di uno, visto che la legge non prevede i limiti del lavoro subordinato».

A quel punto, come detto, l'autorità italiana di solito dà subito il nulla osta e il consolato italiano del Paese in cui risiede l'aspirante lavoratore può rilasciare il visto. Così il trafficante, che ha fatto da intermediario tra il finto datore di lavoro e il migrante, può incassare da quest'ultimo una cifra compresa di solito tra i 7 e i 14 mila euro. Solo a quel punto, quindi, consegnerà al migrante tutti i documenti necessari a entrare legalmente nel nostro Paese.

«All'arrivo in Italia, però, scatta il raggiro», chiarisce il legale, «perché il datore di lavoro in realtà non vuole assumere nessuno e la legge non prevede delle sanzioni chiare se non lo fa, nonostante sia stato proprio lui a richiederlo». La clessidra quindi inizia a scorrere ed è ormai solo questione di tempo: trascorsi appena otto giorni, il migrante senza contratto stagionale diventa irregolare. E quindi anche una potenziale vittima di qualche caporale.

A confermare che le cose stanno così, del resto, ci sono i numeri. Secondo gli ultimi dati forniti a 'l'Espresso' dal ministero dell'Interno, infatti, nel 2011 le prefetture italiane hanno rilasciato 22.404 nulla osta a lavoratori stagionali, mentre il numero dei permessi di soggiorno emessi dalle questure è di appena 15.467. In circa un caso su tre, dunque, la prefettura ha rilasciato il nulla osta e alla questura non è mai arrivato il contratto di lavoro stagionale necessario per concedere il permesso di soggiorno relativo.

Come si spiega, dunque, una differenza così rilevante? In parte si potrebbe trattare di una questione burocratica, visto che i nulla osta hanno validità sei mesi. Chi ne ottiene uno a novembre o dicembre, per esempio, potrebbe poi entrare in Italia l'anno seguente, con l'effetto che la registrazione del dato avverrebbe in due anni separati.

Ma questo non basta. Semmai, dice ancora la Moscarelli, «nella nostra esperienza la differenza tra i due dati potrebbe spiegarsi così: ci sono tante persone che entrano in Italia e che poi non trovano il datore di lavoro, che in molti casi è solo una testa di legno». In altre parole, fa capire l'avvocato, bisognerebbe dire addio al mito che vede il migrante entrare nel nostro Paese con un lavoro stagionale e intenzionato poi a restare a tutti i costi. A quanto pare, infatti, è lo stesso extracomunitario a essere stato spesso gabbato da una promessa fasulla da parte del trafficante e dell'imprenditore italiano e a ritrovarsi quindi irregolare suo malgrado.

Un rapporto dell'Oim di fine 2010 che si era concentrato sulla situazione in Campania, Puglia e Sicilia, inoltre, era arrivato alla stessa conclusione. Lo studio, infatti, aveva evidenziato che nel 2009 «vi è un divario enorme tra i Nulla Osta per lavoro stagionale rilasciati (34.668) e le relative richieste di permesso di soggiorno avanzate (11.719)».

Come se ne esce, dunque? Per contrastare questo fenomeno, dice Moscarelli, «penso che serva un maggiore controllo sulle richieste presentate dai datori di lavoro e sulle condizioni di lavoro dei migranti una volta entrati in Italia». Le ultime novità legislative, che prevedono un iter semplificato e permessi di soggiorno pluriennali per chi aveva già dimostrato in passato di avere tutti i requisiti necessari, pur essendo positive, non risolvono il problema, insiste il legale.

Se non si interviene in maniera incisiva, conclude Moscarelli, queste persone continueranno a finire vittime di sfruttatori senza scrupoli. «Come i 2 mila marocchini che abbiamo scoperto a Eboli due anni fa, tutti ammassati in una discarica a cielo aperto per lavorare nei campi vicini per la raccolta dei meloni e delle angurie», dice sconsolata.

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