L'Unione europea ci chiede di uniformarci agli altri paesi, facendo sì che gli agenti di polizia in tenuta anti-sommossa siano identificabili. Ma tutte le proposte di legge sono cadute nel vuoto. Anche perché i sindacati di categoria spesso remano contro. E in rete migliaia di persone firmano una petizione per fare pressione sulle istituzioni

Paolo Scaroni è un tifoso bresciano. Otto anni fa è rimasto gravemente ferito in uno scontro con la Polizia alla stazione di Verona. All’epoca aveva 29 anni. È tornato a casa dopo sei mesi, invalido al cento per cento a causa delle manganellate. La sentenza di primo grado ha portato all’assoluzione per insufficienza di prove di sette agenti imputati, tutti a volto coperto. Da allora la sua battaglia è per avere anche nel nostro Paese i codici identificativi sulle divise delle forze dell'ordine. Per questa ragione ha lanciato sulla piattaforma change.org la sua petizione: in soli sette giorni 87.275 sostenitori hanno sottoscritto l’appello. «La mia è una battaglia di trasparenza e credibilità», racconta a “l’Espresso” Paolo Scaroni: «Se i codici fossero già in uso non ci sarebbe stata la mia aggressione».

La norma periodicamente riemerge dalle paludi del Parlamento e nel dibattito di chi si professa a favore e contro. Se ne iniziò a parlare dopo i pestaggi del G8 di Genova: codici identificativi per le forze dell’ordine, in modo da non ripetere mai più gli orrori dei pestaggi indiscriminati subiti dai manifestanti. Le immagini di devastazioni, aggressioni e scontri fecero il giro del mondo. Per tre giorni la città fu messa a ferro e fuoco. Tornata la calma, 250 denunce nei confronti delle forze dell'ordine per lesioni furono archiviate perché impossibile identificare personalmente i responsabili. Uno smacco per quei manifestanti malmenati e feriti per la sola colpa di trovarsi nel posto sbagliato. Da allora puntualmente ad ogni protesta e manifestazione la questione ritorna in auge. Anche il partito democratico ha provato ha sollevare l'argomento all’indomani della battaglia tra polizia gli studenti sul Lungotevere di Roma nel novembre 2012.

Il parlamentare Pd Emanuele Fiano presentò un’interrogazione per chiedere al ministro dell'Interno di valutare cosa comporterebbe l’identificazione. Dopo un mese il governo Monti arrivò al capolinea e tutto finì su un binario morto. Un anno dopo Fiano ci riprova: «Occorre reciprocità: bisogna garantire il diritto di manifestare e allo stesso tempo tutelare il lavoro degli uomini in divisa, assicurando che attraverso l’identificazione non ci siano ritorsione dei violenti».

L’idea è di sentire tutte le campane e poi scrivere una legge in versione larghe intese. Una soluzione condivisa però appare lontana. Anche l’opposizione si è mossa con il movimento Cinque stelle in prima fila: ventisette senatori hanno chiesto al Governo la «targhetta identificativa chiaramente leggibile la cui tonalità di colore sia in contrasto con quella della divisa, riportante codice identificativo personale, nome puntato e cognome per esteso». Per ora non è arrivata nessuna risposta. I legislatori nostrani sono combattuti tra la legittima tutela delle forze dell’ordine e l’altrettanto doverosa ricerca di trasparenza. Impantanati tra i due fuochi, non si è ancora riusciti a varare una leggina ad hoc. E  il riconoscimento degli agenti in tenuta antisommossa resta praticamente impossibile.

LE RESISTENZE DEI SINDACATI
I sindacati di polizia sono divisi: da una parte alcune sigle sono assolutamente contrarie, mentre dall’altra c’è una timida apertura. Il fronte del sì è guidato dalla sigla autonoma Sap, che detta le condizioni: «Il codice personale non è da escludere a priori - nota il segretario Nicola Tanzi - però dobbiamo pensare a una norma che preveda il reato e l’arresto in flagranza per chi partecipa alle manifestazioni con il volto coperto. Perché il poliziotto deve essere identificato e invece il manifestante no?».

Categorico il segretario Silp Pietro Colapietro: «Chi sbaglia deve essere punito, questo è ovvio, però ci rendiamo conto cosa vuol dire identificare un agente? Potrebbero esserci segnalazioni inventate, vendette da parte dei manifestanti, banali errori nelle fasi concitate delle sommosse». Il cammino è ancora lungo per arrivare ad una sintesi tra la tutela dei manifestanti e poliziotti e la prevenzione delle violenze. Le iniziative finora avanzate non hanno avuto molte chance. Lo scorso 14 maggio a Torino il parlamentino del Piemonte si è riunito per votare la proposta di legge del grillino Davide Bono riguardante i nomi sulle divise. Il tema er caldo, qualche ora prima i No Tav avevano preso di mira il cantiere dell’Alta velocità in Val di Susa con bombe carta, molotov e un mortaio artigianale. In questo clima si è votato e il risultato era quasi scontato: proposta bocciata.

ITALIA SOLA IN EUROPA
Divise “personalizzate” con numeri di matricola, codici stampati sui caschi o addirittura nomi e cognomi scritti in stampatello. Per le polizie europee è la norma identificare chi si occupa di ordine pubblico. Solo l’Italia e pochissimi altri stati membri fanno eccezione. Nel Nord Europa hanno adottato una politica di trasparenza totale. In Svezia, Norvegia e Danimarca è normale il numero di matricola ben visibile sul casco della tenuta antisommossa e anche i nomi, cognomi e qualifica vengono stampati in bella vista sulla divisa. Mentre in Belgio il cognome dell’agente si può leggere sulla visiera. Più o meno quello che accade nei Paesi dell’Est.

I corpi statali di Slovenia, Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria hanno eseguito alla lettera le direttive dei governi locali e adesso nessun agente durante le sommosse rischia di rimanere un fantasma. Persino nella turbolenta Grecia, infiammata da manifestazioni cruente, solamente gli ufficiali dei ranghi più alti sono autorizzati a indossare una divisa “anonima”. Anche la Spagna si è adattata in pieno a questa ricerca di trasparenza. E da otto anni gli appartenenti alla Guardia Civil e la Policìa Nacional hanno l’obbligo di essere identificati attraverso numeri di matricola ben visibili sulle uniformi.

REGIONE CHE VAI REGOLE CHE TROVI
Più complicato, invece, il caso inglese. Se da una parte, infatti, in Gran Bretagna esiste la familiare figura del “bobby”, il poliziotto di quartiere disarmato, dall’altra quelli impegnati nell’ordine pubblico continuano spesso a essere visti dall’immaginario collettivo inglese come “repressori”. Per questo conservatori e laburisti si sono battuti a lungo in Parlamento, con il risultato che il Regno Unito non è ancora riuscito a ottenere una normativa universale. Le modalità di identificazione variano a seconda della regione. Anche in Germania non c’è un unica legge federale uguale per tutti i Lander. L’argomento è diventato terreno di battaglia tra le diverse sigle sindacali, in particolare dopo gli scontri del 2010 a Stoccarda, dove centinaia di attivisti rimasero feriti durante le contestazioni anti-snodo ferroviario in un parco cittadino. Solo nella capitale Berlino è stato introdotto un numero di riconoscimento per le squadre di pronto intervento, anche se i singoli agenti ne sono esentati. In Sassonia da aprile 2012 è stato introdotto l’obbligo di matricole per gli agenti, ma non per quelli che operano “in situazioni pericolose”, ovvero le manifestazioni ad alta tensione.

II CODICE DISATTESO
E pensare che dal 2001 l’Unione Europea si è anche dotata di un codice etico varato dai più autorevoli giuristi di fama internazionale. Tutti gli Stati membri sono “invitati” a uniformarsi ad alcune norme fondamentali per una polizia democratica. Tre articoli in particolare “consigliano” di ricorrere alla forza solo se strettamente necessario e si vieta di infliggere trattamenti inumani e degradanti. Mentre si mette nero su bianco l’identificazione degli agenti per i turni di ordine pubblico: «Il personale - si legge - deve essere in condizione di dimostrare il proprio grado e la propria identità professionale».

Carta straccia per l’Italia che viene puntualmente richiamata dal parlamento di Strasburgo, che la invita a limitare l’uso della forza durante le manifestazioni e a dotare le proprie forze di polizia di un codice identificativo. Come avviene da anni anche negli Stati Uniti e in Canada. A migliaia di chilometri dalle turbolenti piazze italiane.

L'edicola

Voglia di nucleare - Cosa c'è nel nuovo numero dell'Espresso

Il settimanale, da venerdì 28 marzo, è disponibile in edicola e in app