Dall'inferno di Saddam al purgatorio di oggi.Unità nazionale e democrazia restano lontane

Dieci anni sono pochi per valutare l'impatto dell'invasione dell'Iraq e del rovesciamento del regime di Saddam Hussein per mano della coalizione guidata dagli Usa, ma il mondo intero, la regione mediorientale e gli stessi iracheni hanno dovuto convivere con le conseguenze dell'intervento: diverse posizioni a livello internazionale riguardo alle modalità di gestione delle minacce percepite; una regione impegnata in una guerra per procura tesa a ottenere potere e influenza; un Iraq segnato da divisioni settarie ed etniche e devastato da un'occupazione mal gestita e dai conflitti interni. Mentre gli americani possono tornarsene a casa, agli iracheni e ai popoli della regione non resta che raccogliere i cocci e trovare una strategia per un futuro più stabile e più prospero.

Per gli USA la guerra è stata un errore tragico e forse criminale. Con migliaia di caduti e feriti americani, più di mille miliardi di dollari di spese dirette, gli Usa si sono ritirati dall'Afghanistan senza alcun vantaggio individuabile sotto il profilo politico, di sicurezza o economico. Nessuna delle ragioni offerte per giustificare la guerra – le armi di distruzione di massa, i legami di Saddam con al-Qaeda - avevano basi reali. E la tesi secondo cui la caduta di Saddam avrebbe portato al fiorire della democrazia nel resto del mondo arabo non ha trovato conferma nella realtà; a dire il vero l'afflato filodemocratico venne temporaneamente frenato dalla titubanza dei manifestanti alla prospettiva di essere associati alla cosiddetta "Freedom Agenda", l'agenda della libertà e dell'esportazione della democrazia, dell'amministrazione Bush. C'è voluto il sacrificio del fruttivendolo tunisino immolatosi sette anni dopo per dar fuoco alla miccia della rivolta araba a favore della democrazia.

L'invasione Usa ha avuto come conseguenze l'esaurirsi della politica estera aggressiva portata avanti dall'amministrazione Bush dopo l'11 settembre, il declino delle fortune del partito repubblicano e ha parzialmente contribuito al "cambio di regime" a Washington che ha condotto Barack Obama al potere. La sconfitta in Iraq peserà a lungo termine sulla politica estera statunitense e, come la "sindrome del Vietnam", scoraggerà gli Usa a lanciarsi in grandiose avventure belliche per molti anni a venire. Nella regione l'Iraq aveva sempre fatto da cuscinetto tra il mondo arabo e le potenze regionali, come l'Iran e la Turchia; implodendo l'Iraq ha creato un vuoto di potere che ha risucchiato le potenze regionali in un aspro conflitto per procura.

I conflitti per procura si sviluppano lungo direttrici settarie sunnite-sciite, a seguito di problemi etnici come le tensioni tra turchi e curdi, e includono la lotta per le risorse energetiche e la posizione strategica del paese. La Turchia inizialmente tremò al crollo dell'autorità centrale in Iraq, preoccupata per le cresciute ambizioni curde; negli ultimi anni però ha instaurato buoni rapporti con il governo regionale curdo dell'Iraq settentrionale, diventando il maggior partner dell'Iraq in campo energetico e commerciale. L'Arabia Saudita e gli stati del Golfo sono stati scossi dal crollo del potere sunnita a Baghdad e dall'ascesa della maggioranza sciita. L'Iran è stato il grande vincitore nella regione, ha allacciato stretti rapporti nell'area meridionale irachena di Basra, legami con il governo Maliki e buoni rapporti con i curdi del paese.

Per gli iracheni all'inferno del regime tirannico di Saddam e agli anni di isolamento e di sanzioni sono subentrati il purgatorio dell'invasione e dell'occupazione mal gestita, la profonda ferita delle divisioni interne e la nascita di un governo centrale autoritario, anomalo e fortemente corrotto. Le regioni del nord curdo e del sud sciita sono impantanate in un conflitto settario e difficoltà di governo. Ci vorranno anni ancora prima che l'Iraq completi il processo di transizione verso l'unità nazionale, il consenso costituzionale e un governo responsabile ed efficace. Solo gli iracheni possono determinare se il loro paese riuscirà alla fine a realizzare questi obiettivi oppure vedrà una regressione, con l'inasprimento del conflitto settario ed etnico e lo smembramento dello Stato.

Se l'invasione non fosse avvenuta, è probabile che gran parte degli iracheni avrebbe aderito alle rivolte della primavera araba ed è ipotizzabile che il regime di Saddam avrebbe lottato ferocemente per sottomettere il suo popolo, come sta facendo il vicino Bashar al-Assad. La via dell'Iraq verso la transizione democratica era necessariamente irta di spine. I sacrifici degli ultimi dieci anni sono serviti a qualcosa? Ne sarà valsa la pena solo se gli iracheni infine riusciranno a costruire un futuro democratico stabile e prospero.

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