Se per vincere le elezioni bastano anche maggioranze risicate, per varare in Egitto una nuova costituzione serve un ampio consenso

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Il cambiamento politico in Egitto è apparso fin dall'inizio un'impresa difficile. Né poteva essere altrimenti in un Paese di oltre 80 milioni di abitanti oppresso da decenni, con tassi di analfabetismo e di povertà intorno al 30 per cento, all'interno di una regione refrattaria alla democrazia. L'esercito inizialmente sveva appoggiato l'insurrezione del 2011 e dopo aver defenestrato Mubarak cercò di garantire la transizione democratica. Il suo errore strategico fu di consentire lo svolgimento delle elezioni politiche e presidenziali prima della stesura di una nuova costituzione, mentre quello commesso dai Fratelli Musulmani è stato il tentativo di approfittare della loro vittoria elettorale per redigere una costituzione che rifletteva le loro ristrette vedute senza riscuotere però un ampio consenso nazionale. Ma se per vincere le elezioni bastano anche maggioranze risicate, per varare una nuova costituzione serve un sostegno ben più vasto.

Il colpo di Stato militare del 3 luglio scorso, avvenuto in seguito alle grandi manifestazioni del 20 giugno, ha posto fine alla breve presidenza di Morsi con l'insediamento di un governo provvisorio e l'annuncio di un processo di revisione costituzionale che si sarebbe concluso con nuove elezioni. Fino al 14 agosto, questa iniziativa poteva ancora essere interpretata come una possibile correzione di rotta in vista del riavvio di una fase di transizione. Ma la violenta repressione delle proteste dei Fratelli Musulmani, gli arresti in massa dei loro dirigenti e la denigrazione dell'intero movimento come un fenomeno terrorista, insieme alla proclamazione dello stato di emergenza, hanno sbarrato la via verso una nuova fase di transizione, creando le condizioni per l'instaurazione di un regime militare di lunga durata e il protrarsi dei disordini e del conflitto politico interno.

Non vi è alcun dubbio che i Fratelli Musulmani abbiano abusato del potere conquistato spingendo l'Egitto in una direzione insostenibile, mentre i sondaggi li davano in picchiata pronosticandone la sconfitta alle prossime elezioni. L'intervento dell'esercito ha mascherato il loro fallimento e li ha rianimati consentendo loro di apparire come martiri e vittime dell'ingiustizia.

Nel corso della rivoluzione egiziana molti islamisti si erano convinti che lo sviluppo della democrazia sarebbe stato per loro il miglior modo di affermarsi e di far progredire il Paese. Ma il colpo di mano dei militari ha rafforzato le posizioni di quelli che, all'interno del movimento, hanno sempre sostenuto che la democrazia è un gioco truccato per trarli in inganno, mentre la jihad è l'unica strada percorribile. L'Egitto corre così il rischio di una guerra civile o di una pericolosa insurrezione islamista.

I sostenitori del golpe militare hanno ottenuto una vittoria di Pirro. La destituzione del presidente Morsi, come quella precedente di Mubarak, è stata abbastanza facile. Ma la costruzione di un nuovo ordine, stabile e duraturo, è un'impresa assai più difficile. Oggi l'Egitto è più diviso e impoverito rispetto a due anni fa. Non c'è più una chiara via d'uscita politica e i massicci aiuti finanziari dei paesi del Golfo non bastano a compensare la necessità di un contesto economico nazionale solido e attraente.

La garanzia di un regime autoritario non è più sufficiente. Può bastare in ricchi paesi petroliferi come l'Arabia Saudita, gli Enirati Arabi Uniti e persino in Iran o in Russia, dove la sovrabbondanza di risorse energetiche può compensare l'insufficienza di diritti politici. Ma il Pil pro capite in Editto si aggira sui 3 mila dollari ed è in calo; quello dell'Arabia Saudita, pari a circa 20 mila dollari, è sette volte superiore; e quello degli Emirati Arabi Uniti e del Kuwait è, rispettivamente, di 45 mila e di 62 mila dollari.
Il generale Sisi forse è oggi più popolare fra coloro che temevano legittimamente il dominio dei Fratelli Musulmani, ma ben presto perderà smalto e il paese cadrà ancor più in preda della frustrazione politica e della disperazione economica.

L'Egitto è a un bivio storico: potrebbe diventare il prossimo Pakistan del mondo arabo o evolvere nella direzione della Turchia. Se le recenti tendenze in atto continueranno, si troverà di fronte a un governo militare fallito, a un'intensificazione dei conflitti interni e al declino economico. Ma se prevarranno i più saggi, avrà ancora la possibilità di affrancarsi dal controllo diretto dell'esercito e di riprendere la via della transizione democratica.

L'epoca della monarchia o del regime militare in Egitto è tramontata. La sua popolazione è troppo grande ed emancipata per continuare a sopportare questi sistemi e non c'è ricchezza petrolifera che possa servire a conquistare il consenso. L'Egitto è destinato a seguire la via democratica, per quanto difficile appaia da percorrere.
Gli sforzi dell'Europa e degli Stati Uniti per favorire un'intesa fra l'esercito e i Fratelli Musulmani in rivolta prima dell'ultimo giro di vite sono stati una giusta scelta, anche se i militari egiziani hanno scartato questa soluzione. L'Occidente deve continuare a utilizzare tutti gli strumenti diplomatici e tutta la sua influenza, pur se limitata, per convincere i nuovi leader egiziani e i loro sostenitori che una vittoria militare sugli avversari interni non costituisce un decisivo successo politico, e che non vi è alternativa al complesso tentativo di riavviare un processo democratico aperto a tutti in Egitto.

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