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Crescita del Pil
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Gli ultimi sondaggi le danno virtualmente alla pari in entrambi i confronti. Un duello che ha le radici nel lulismo, declinato nell’ortodossia (Rousseff) e nell’eresia (Silva). E che alle storie già di per sé romanzesche delle due protagoniste aggiunge come ulteriore richiamo la forza del destino. Marina il 13 agosto avrebbe dovuto salire sul Cessna precipitato a Santos in cui ha perso la vita a soli 49 anni Eduardo Campos, l’ex governatore di Pernambuco e candidato del Partito socialista (uscito dall’alleanza con il Pt) che aveva accettato di candidarla alla vicepresidenza dopo che il tribunale elettorale aveva bocciato la sua lista (Rede Sustentabilidade) per mancanza di firme. Ma all’ultimo momento decise di cambiare programma. «Un segno della Provvidenza», commentò asciuttamente Marina, che nelle incredibili peripezie di una vita da film (la sceneggiatura è già pronta ma congelata in attesa di cambiamenti di scena) ha sviluppato un forte senso del fatalismo. La percezione che era finalmente giunta l’ora di adempiere alla promessa fatta a se stessa: «Sarò la prima presidente di colore del Brasile». La Obama del Sudamerica.
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Percentuale di popolazione sotto la soglia di povertà
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Nel secondo turno i suoi voti si riverserebbero in larga parte sulla Silva per l’avversione ideologica della destra al Pt. L’ascesa di Marina ha seminato il panico nelle file del Pt, da dodici anni al potere. Spingendolo ad attivare in fretta gli anticorpi. A indurre Lula a scendere dalla cabina di regia per far da balia all’algida Dilma. Ed eccoli insieme a Rio tra la folla prima di un comizio in una sorta di carnevale improvvisato, con migliaia di fan scatenati che cantano, ballano e osannano la continuità. «Il futuro del Brasile è il petrolio», urla con stile tribunizio il vecchio presidente esaltando le politiche energetiche della protetta contro l’ambientalismo pauperista di Marina. Che, con il suo fiuto teatrale, dopo poche ore si scioglie in lacrime a uso delle telecamere, per l’affronto subito dal mentore insieme a cui aveva collaborato alla fondazione del Pt. Forzando a quel punto Lula a precisare solennemente: «Non ho mai parlato male di Marina e non mi sentirete mai farlo finché campo». La puntata di una telenovela.
Avvistato il pericolo, ingrandito anche dall’ennesimo scandalo di mazzette nella Petrobras (l’ente petrolifero di Stato) prontamente cavalcato da Marina, i creativi del Pt si sono subito spremuti le meningi per accattivarsi gli incerti con gli spot televisivi. Dal brainstorming è uscita la figurina di una studentessa di colore grata a Dilma per la borsa di studio, con cui partendo da una favela ha potuto accedere all’università.
La prova che l’ascensore sociale funziona grazie alle politiche assistenziali con cui 40 milioni di brasiliani sono usciti dalla povertà. Risposta coi fatti alle demolizioni di Marina, che non perde occasione per imputare a Dilma la frenata dell’economia, l’inflazione al 6 per cento, gli sperperi per i Mondiali, lo stato comatoso dei servizi pubblici, la disaffezione crescente verso un Pt con le mani in pasta in troppe ruberie. Una discesa agli inferi smentita da Lula, che cerca un alibi nel deficit di comunicazione: «Il Brasile è il Paese che ha varato più riforme negli ultimi 4 anni: la gente conosce appena il 25 per cento di quel che ha fatto Dilma». La controffensiva del Pt ha poi richiamato in campo gli intellettuali e gli artisti di riferimento.
Sempre a Rio, cento personalità della cultura hanno incontrato Lula e Dilma per uno spottone elettorale. Erano presenti tutte le icone dell’élite progressista (da padre Leonardo Boff a Elza Soares), con l’eccezione di Gilberto Gil e Caetano Veloso che appoggiano la Silva. Uno sforzo che ha riportato provvisoriamente Dilma in testa di un soffio nei pronostici del ballottaggio.
Tasso di disoccupazione (in %)
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Più che sul programma, generico e un po’ contraddittorio, Marina punta sull’assenza di scheletri nell’armadio. Un’aura di verginità politica che dà credibilità al suo slogan di battaglia: «Non conosco sconfitte, ma solo sfide da superare». In un Paese così passionale le suggestioni di una straordinaria biografia sono una fortissima calamita per quella fascia di elettorato (i votanti sono in tutto 143 milioni) che vuol respirare aria nuova. I passaggi della sua tumultuosa esistenza sono stati spesso sviscerati, ma messi tutti in fila rappresentano più ancora della mitica scalata di Lula (da metalmeccanico a presidente) l’essenza del sogno brasiliano.
Maria Osmarina Marina Silva Vaz de Lima (quasi uno scioglilingua), terza di undici figli in una poverissima famiglia di raccoglitori di caucciù, sposata due volte e con quattro figli, nasce nelle palafitte di Acre, lo Stato più disperato dell’Amazzonia. Cresce malaticcia (malaria, epatite e un’intossicazione da mercurio che le ha lasciato intolleranze alimentari). Già da bimbetta deve svegliarsi alle tre di mattina per aiutare nel lavoro i genitori. Rimane analfabeta fino a 16 anni. Quando, dopo la morte della madre, entra in convento dove impara a leggere e scrivere (la prima della famiglia Silva che si alfabetizza). È attratta dalla teologia della liberazione. Ma ancor più dalla storia del Brasile, che la spinge a recuperare in fretta il tempo perduto e a laurearsi. Per guadagnarsi da vivere fa la domestica. Milita per qualche tempo nel Partito comunista rivoluzionario e poi entra nell’orbita di Chico Mendes, il leader del sindacato dei seringueiros che sarà assassinato nell’88 dai killer dei proprietari terrieri. Scocca poi la scintilla con Lula.
A 36 anni diventa nelle liste del Pt la più giovane senatrice del Brasile. Nel 2002, dopo il primo trionfo presidenziale di Lula, è ministro dell’Ambiente (mentre Dilma è responsabile del dicastero dell’Energia) e si batte contro la deforestazione. Carica che lascia nel 2008 per protesta contro la costruzione di due centrali idroelettriche in Amazzonia e la corruzione che dilaga nel partito. Disillusa, lascia il Pt e aderisce ai Verdi, pur continuando a dichiararsi riconoscente a Lula. Alle presidenziali del 2010 mette in difficoltà Dilma. Oggi, vuole sostituirla. Forte dell’appoggio degli evangelici (è membro attivo dell’Assembleia de Deus, una delle chiese più aggressive), delle masse rurali della sua terra, della borghesia delle metropoli ideologicamente avversa al populismo del Pt. E della Provvidenza.
La biografia di Dilma Rousseff, con un percorso inverso, è anche ricca di colpi di scena. Scoloriti negli ultimi anni da un esercizio un po’ grigio del potere. Nasce a Belo Horizonte in una famiglia di buona borghesia. Studia nei migliori collegi. Entra nel movimento studentesco che si batte contro la dittatura militare. Diventa marxista dopo aver letto il saggio “Rivoluzione nella rivoluzione” di Régis Debray. Si dà alla lotta armata e la chiamano Giovanna d’Arco. Nel ’70 viene arrestata a San Paolo e rimane in carcere tre anni. La torturano per 22 giorni. Quando esce si rifà una vita a Porto Alegre. Si sposa e divorzia due volte, ha una figlia e una nipote.
Approfondisce gli studi di economia e entra nel Pt. «Appena l’ho vista arrivare con il suo computerino», racconta Lula, «ho capito subito che aveva una marcia in più». Nel primo governo la nomina ministro dell’Energia. Poi la mette al suo fianco come Capo di Gabinetto. E nel 2010 la sostiene nella corsa alla presidenza. Lasciandole un Paese in crescita. Ma la caduta del prezzo delle materie prime e la crisi internazionale invertono la tendenza. L’aumento del Pil oggi langue a poco più di zero. Dilma, che ha difeso la base elettorale portando fuori dalla povertà molti altri milioni di diseredati ma non ha il carisma né la simpatia di Lula, punta sull’immagine internazionale. Mondiali di calcio e Olimpiadi di Rio. Ma i costi sono faraonici. E gli scandali a ripetizione nel suo partito, contro cui lei pur si batte con più energia di Lula, ne erodono la popolarità. La nuova borghesia la accusa di incapacità per non aver investito quei capitali nella sanità, nell’istruzione e nella scuola, spesso ancora al livello del terzo mondo. Un anno prima dei Mondiali, il Paese sembra una polveriera pronta a esplodere. Ma alla fine prevale il nazionalismo, e le proteste si spengono. L’organizzazione del Grande Evento regge. Dilma supera la prova dell’efficienza agli occhi del mondo, anche se viene insultata negli stadi di San Paolo e Rio e la disfatta della Nazionale verdeoro contro la Germania deprime gli umori del popolo.
Senza la morte di Campos, la Rousseff avrebbe probabilmente rivinto con facilità, perché il Pt, alleato con i centristi del Pmdb, resta un partito con un forte radicamento fra le classi popolari. Quando il quadro è cambiato ha corretto subito strategia. Ha addolcito il piglio severo, lei che maltrattava i collaboratori e una volta fece piangere con una sfuriata al telefono il presidente della Petrobras José Sergio Gabrielli («È il ruolo», si giustificò, «non il carattere che mi impone di essere dura»). Ha cominciato a corteggiare i giovani sui social network. Ha cercato di far esplodere le contraddizioni della rivale. Marina, legata ai precetti degli evangelici, è contraria alle unioni civili fra gay, sostenute dal Pt. In economia ha sposato un confuso neoliberismo che sta creando più di un imbarazzo nel Partito socialista. La purezza che sbandiera è perlomeno insidiata dall’appoggio del grande capitale e del latifondo, che ha sempre visto il Pt come il fumo negli occhi. Lo stesso suo vice nella corsa alla presidenza, Beto Albuquerque, è un avvocato ben inserito nel mondo degli affari e favorevole al transgenico. «Si può lavorare insieme», ha replicato lei, «anche se non si è sempre d’accordo».
Ma Marina ha la forza del sogno. Dilma il fardello di una managerialità che affascina sempre meno. La santa contro la tecnocrate. Ma anche l’avventuriera contro la pragmatica. Un duello che sarà deciso sul filo di lana. Con Lula che, chiunque vinca, non perderà. Se Dilma bissa, si riafferma la sua socialdemocrazia scesa a compromessi con il grande business. Se trionfa Marina riemerge, riveduta in chiave mistica, la purezza delle origini.