I cittadini elvetici oltre al salario minimo dicono no all'acquisto di nuovi aerei da guerra. Una lezione di democrazia. Che in Italia non si applica agli F-35

Il popolo è sovrano, anche se si tratta di cacciabombardieri. Peccato che accade in Svizzera e non in Italia. Ieri i cittadini elvetici hanno bocciato il maxicontratto per l'acquisto di nuovi jet da combattimento. Assieme al reddito minimo, gli elettori della Federazione si sono pronunciati sulla legge per l'acquisto di 22 Gripen, un velivolo di produzione anglo-svedese: una commessa da 3,1 miliardi di franchi, poco più di 3 miliardi e mezzo di euro. Il 53,4 per cento dei votanti hanno detto no all'investimento bellico, con un distacco di 200 mila schede rispetto ai favorevoli.

La Svizzera è un paese neutrale, ma non disarmato: conta su circa 130mila militari più 77mila riservisti. Le spese per il settore sono sempre state significative: oltre 4 miliardi di dollari l'anno, pari allo 0,8 per cento del Pil. E c'è un'industria bellica nazionale molto agguerrita, con aziende che producono dalle armi leggere ai radar, dai turboelica ai cannoni.

Per questo il voto contrario è stato enfatizzato dai media elvetici, che hanno evocato la disfatta di Marignano, la battaglia del 1515 alle porte di Milano in cui le truppe cantonali vennero letteralmente massacrate dall'alleanza tra francesi e veneziani: fu la sconfitta che convinse gli svizzeri a tenersi lontano dai conflitti europei.

Il referendum sulla materia non è una novità e fa parte della storica tradizione di democrazia diretta della Federazione. Nel 1993 c'era stata un'altra consultazione popolare sullo shopping militare, per decidere l'acquisto di 34 cacciabombardieri americani F/A-18 Hornet: allora trionfarono i “si” con un netto 57,2 per cento.

Adesso la campagna per il voto ha ricalcato vecchi slogan – “dire no significa essere contro le forze armate” - ed è stata dominata dalle parole del ministro della Difesa Ueli Maurer: la protezione dello spazio aereo è come il tetto di una casa, che ogni tanto bisogna rinnovare. Come argomento vincente, si evidenziava come fosse previsto di rimpiazzare oltre cinquanta vecchi caccia F-5 Tiger con un numero più che dimezzato di J-39 Gripen. Gli elettori però questa volta non sono stati della stessa idea. Aprendo una discussione sul futuro dell'esercito.

Il “Corriere del Ticino” sostiene che il “no” è «un’importante e significativa battaglia» vinta dalla sinistra nella sua lotta «per l’indebolimento e quindi l’abolizione dell’esercito svizzero». E annuncia: «La guerra continuerà; se infatti nessuna delle battaglie fin qui perse dai riduzioni-abolizionisti li ha spinti a desistere, non c’è ragione perché la stessa linea non debba valere per i sostenitori dell’esercito».

Ma altri quotidiani hanno una visione più laica. “Le Temps” scrive che «il riflesso che consisteva nel dire sempre sì ai militari, sotto pena di essere tacciati di pericolosi simpatizzanti di estrema sinistra, appartiene definitivamente al passato». Secondo il Tages-Anzeiger il rifiuto del Gripen non significa «né un no all’esercito, né alle forze aeree». Per il giornale zurighese, gli svizzeri hanno soprattutto inviato un messaggio di concretezza e hanno espresso la volontà di definire meglio le missioni dell’esercito: «Condurre una politica di sicurezza isolazionista in mezzo all’Europa… è un anacronismo».

E ancora «il no ai Gripen rappresenta una chance per un maggiore pragmatismo nel dibattito sulla politica di sicurezza”. Su una linea simili il “Bund”: ora è necessario che l’esercito definisca meglio «quali sono le minacce possibili per la Svizzera e quali rientrano nel campo dell’immaginario».

Il dibattito elvetico sembra speculare a quello italiano sugli F-35, il programma di acquisto dei supercaccia statunitensi ormai al centro delle discussioni nazionali. Da noi un referendum abrogativo non è proponibile: non esiste una legge che impone l'acquisto dei velivoli, molto più avanzati e più costosi di quelli scelti da Berna. Ma anche da noi sul tavolo ci sono temi simili: la capacità del Paese di impegnarsi in un programma da quasi 15 miliardi di euro in un momento di recessione economica e soprattutto la necessità di definire i compiti delle nostre forze armate per capire se servano o meno 90 aerei ad altissima tecnologia.

Il governo Renzi conta di rispondere a quest'ultima istanza con un Libro Bianco della Difesa, che il ministro Roberta Pinotti intende presentare nel prossimo autunno: un'elaborazione degli scenari di minaccia per il nostro Paese e quindi degli armamenti necessari a fronteggiarli. Nel caso dell'Italia pesano però anche le relazioni internazionali e la difficile gestione dei rapporti con gli Stati Uniti, che ritengono fondamentale l'investimento negli F-35 come contributo alla sicurezza internazionale. Questioni pesantissime, che non impediscono di guardare alla grande lezione di democrazia che viene dalla Svizzera.

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