Il delirio omicida di Hamas. Il potere dei coloni, che tengono in scacco il premier. Gli errori di Israele. Visti da Amos Oz, un grande scrittore che non ha perso la speranza nella pace e nella convivenza

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Amos Oz pone una condizione per parlare della guerra in corso tra lo Stato d’Israele e Hamas, «un procedimento non convenzionale, ma i tempi sono fuori dal comune», si giustifica. «Voglio essere io a porre le prime due domande e darne le risposte», dice con una voce alterata che tradisce l’emozione di questo signore 75enne, di solito tranquillo, estremamente razionale, da decenni in prima fila nelle battaglie per la pace, per un compromesso coi palestinesi e scrittore tra i più seguiti e famosi del mondo.

«Ebbene, la prima domanda è la seguente: lei cosa fa quando il suo dirimpettaio si mette seduto sul terrazzo con il proprio figlio sulle ginocchia, tira fuori la mitragliatrice e comincia a sparare verso la cameretta dei suoi figli?». Prosegue: «La seconda domanda è, invece, che cosa fa quando il suo vicino di casa scava un tunnel che dalla cameretta dei propri bambini porta alla cameretta dei suoi per ammazzare o sequestrare la sua famiglia?». E qual è la risposta, signor Oz? «Lei in quei casi chiama la polizia. Ma qui non c’è polizia. Purtroppo la polizia internazionale non esiste».

Oz, reduce da alcuni interventi chirurgici all’ospedale («Niente di grave»), è appena tornato a casa a Tel Aviv (comoda, per niente lussuosa, l’abitazione che potrebbe avere un ingegnere o un medico dopo una trentina di anni di lavoro), dove si è trasferito dal deserto del Negev per stare vicino ai suoi nipoti. La famiglia e anche le relazioni tra vicini di casa sono sempre stati al centro del suo universo narrativo e di vita. Non è quindi un caso se per parlare di quello che succede oggi in Terra Santa ricorre a una metafora che richiama la famiglia e il vicinato, appunto. E del resto lui stesso non si stanca di ripetere quanto israeliani e palestinesi si assomiglino, quanto il conflitto sia una tragedia perché ambedue le parti hanno ragione, e quanto per continuare a vivere senza ammazzarsi reciprocamente occorra un «divorzio consensuale», per coabitare «da separati in casa, con una divisione degli spazi negoziata e accettata, e la speranza di tornare, un giorno, ad avere rapporti civili».

Ma ora di civile c’è poco. C’è sangue e morte. Soprattutto c’è l’impressione che il governo di destra, guidato da Benjamin Netanyahu, stia usando mezzi sproporzionati (oltre mille i morti, quartieri interi rasi al suolo) in risposta alla sfida lanciata da Hamas (centinaia di razzi sparati contro le città dello Stato ebraico, tentativi di penetrare nel territorio israeliano per ammazzare civili e soldati). Per dirla esplicitamente, la sensazione è la seguente: Netanyahu si comporta come se l’orizzonte temporale dello Stato ebraico fosse di pochi anni, come se il premier non credesse che Israele sia una realtà consolidata e legittima, e come se invece volesse guadagnare qualche anno di vita ancora, senza pensare a come vivranno i nipoti e i pronipoti tra 30 o 70 anni, dato che la bolla di odio cresce di bombardamento in bombardamento.

Oz reagisce duramente: «Non bisogna dimenticare l’articolo quarto della Carta programmatica di Hamas: vi si dice che dovere dei musulmani è uccidere gli ebrei ovunque nel mondo, indipendentemente dalla questione palestinese». Aggiunge: «Nello stesso documento si citano i “Protocolli dei savi anziani del Sion” (libello antisemita dei primi del Novecento, ndr) e si asserisce che gli ebrei governano il mondo nel campo dell’economia, delle organizzazioni internazionali, e che sono stati gli ebrei ad aver provocato la prima e la seconda guerra mondiale». Tace per un minuto, la voce si fa serena, sorride infine e dice: «Ora possiamo parlare di politica e di Netanyahu».

E allora ricominciamo dalla polizia internazionale: è mancata nell’ex Jugoslavia e in Ruanda, manca in Siria e in Libia. E visto che non c’è, cosa si fa tra Israele e Hamas? «Provi a chiedere cosa voglia fare a una persona che sta cadendo dal tetto, mentre si trova all’altezza dell’ottavo piano». E dunque? «Finirà per esaurimento, di una o di ambedue le parti». Niente speranza? «Affatto», Oz si infervora: «Una via d’uscita, benché oggi ipotetica, c’è. Non era necessario arrivare a questa situazione. Bisognava parlare con l’Autorità Nazionale Palestinese. Riaprire il dialogo con Abu Mazen. Lo si può fare ancora. È sempre possibile proporgli un accordo di pace. I contenuti? Sono noti da anni, da decenni. Fine dell’occupazione, due Stati, Israele e Palestina, con Gerusalemme capitale di ambedue». Prosegue: «Se uno Stato palestinese prospero e pacifico fosse esistito in Cisgiordania, gli abitanti di Gaza vedendo come vivono i loro fratelli a Hebron e Nablus, avrebbe fatto fare ai capi di Hamas la stessa fine che i romeni hanno fatto fare a Ceausescu».

E allora parliamo di Netanyahu. Il premier ha condotto tutta la sua carriera politica facendo leva sulla paura degli israeliani, mai sulla speranza. Oz di nuovo alza la voce: «Lui e la destra sono un fenomeno anacronistico. Non appartengono al 21esimo secolo, e neanche al Novecento. Sono uomini e donne del l’Ottocento. La loro idea della nazione e del patriottismo, e perfino l’isterismo, fanno parte di quel periodo». Fa una pausa e dice: «Ho l’impressione che Netanyahu sia caduto nella trappola di Hamas. Hamas ha una filosofia semplice: è bene ammazzare gli israeliani, ma è meglio ancora se è Israele ad ammazzare la gente a Gaza. Hamas vince in ambedue i casi, sia se ammazza gli israeliani sia se gli israeliani ammazzano i civili. Ripeto», prosegue,«ci troviamo in questa terribile situazione perché il premier non ha voluto firmare l’accordo di pace con Abu Mazen».

E così si arriva al nodo dei coloni. Sono circa 300 mila, risiedono nei territori occupati. Armati si oppongono a ogni idea di uno Stato palestinese o di compromesso territoriale. In quell’ambiente è cresciuto l’assassino di Yitzhak Rabin, il generale diventato primo ministro e che firmò nel 1993 il primo accordo di riconoscimento tra lo Stato ebraico e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina di Yasser Arafat. Netanyahu è ostaggio dei coloni? «Certo», è la risposta. «Ma lui non la pensa diversamente da loro. Essendo un uomo dell’Ottocento, è convinto che più grande è il territorio e più forte è il Paese. E pensa pure che bisogna tenere i luoghi sacri. Anche quello è un anacronismo. Però, vorrei aggiungere: Hamas è ancora più anacronistico, loro parlano il linguaggio del sesto secolo».

Oz continua la sua riflessione: «Siamo alla follia. Lo scopo del sionismo non era conquistare città bibliche, tombe dei profeti, ma dare invece agli ebrei un Paese in cui vivere da uomini e donne liberi e responsabili della propria sorte e del proprio avvenire». Scandisce la parole come se facesse un comizio: «Io come milioni di altri israeliani sono pronto a combattere per la mia libertà e per la mia vita, non sono invece disposto a lottare, ammazzare e morire per i luoghi sacri». E del resto un anno fa Oz, assieme alla figlia Fania, ha pubblicato un libro, “Gli ebrei e le parole” (Feltrinelli), in cui spiegava come l’identità ebraica stesse nei testi, nei cibi, nelle feste e nella trasmissione di certe parole tra le generazioni in famiglia, e non nella sacralità dei luoghi. Poi torna alla questione dell’assassinio di Rabin nel 1995, punto di non ritorno per la società israeliana: «Sappiamo tutti che Rabin fu condannato a morte dagli ambienti dei coloni, sappiamo chi sono i rabbini che hanno emesso sentenze (di stampo religioso, ndr) che lo definivano come “traditore”. E del resto fanatici e neo-nazisti ci sono dappertutto. Israele, da questo punto di vista, non è diverso».

I fascisti, gli squadristi si vedono oggi, mentre attaccano gli arabi per strada, o tentanto di assaltare le manifestazioni di chi non è d’accordo con la guerra di Gaza. Ma quella israeliana è una società democratica. Finita la guerra, cosa succederà? «È presto per rispondere», dice Oz. «Ma vediamo i numeri. Alle ultime elezioni, un anno e mezzo fa, il blocco di Likud, dei coloni e dei religiosi ha ottenuto 61 seggi alla Knesset. I partiti di centro e della sinistra, sommati, hanno conquistato 59 mandati. Ogni scenario è aperto, la società è divisa in due e in movimento». In altre parole: Netanyahu, stando ai sondaggi, gode di un grande consenso. Ed è difficile stupirsi (dice Oz: «Non scordiamoci che abbiamo di fronte un nemico, Hamas, che vuole il genocidio»). Ma in Israele, ricordano gli esperti, le guerre finiscono in genere con commissioni d’inchiesta, dimissioni di governi e repentini cambiamenti politici.

E infatti in questi giorni si parla di un fermento ai vertici delle forze armate, scontenti per il compito troppo gravoso richiesto dal governo, sia dal punto di vista militare sia in termini di vittime civili nel campo palestinese.

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