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Settant’anni dopo,? democrazie in pericolo

Dopo la fine del nazifascismo, abbiamo creduto che la libertà fosse conquistata per sempre.  Ciò che sta accadendo ci dimostra che non è così

Non abbiamo una strategia. Fatichiamo a prendere decisioni comuni e condivise. Nei giorni del dolore e della solidarietà, l’Occidente continua a mostrarsi con le sue grandiose fragilità, tipiche delle democrazie complesse. Dove i processi decisionali, anche di fronte a eventi drammatici, sono lunghi, dibattuti, sottoposti agli umori delle opinioni pubbliche. L’esatto contrario dell’assolutismo fanatico di chi agisce uccidendo in nome di un dio senza amore né misericordia. La “guerra di Parigi” ha avvicinato Stati Uniti e Russia, come annuncia Matteo Renzi da Antalya, in Turchia, durante il summit tra i 20 più potenti e ricchi paesi della Terra. Tuttavia il fronte dell’antiterrorismo è meno compatto di quel che appare. I nemici con il “volto del diavolo” - definizione coniata da Obama - godono di protezioni occulte: finanziamenti ai jihadisti dell’Is, accusa Putin, provengono da persone fisiche residenti in una quarantina di paesi, alcuni membri dello stesso G20. Insomma le nostre debolezze - politiche, culturali, sociali - si trasformano nella forza di chi ci vuole intimorire. Odiano la nostra democrazia più di quanto noi stessi siamo disposti a difenderla. Un terrorista islamico, in azione a Parigi o altrove, mette nel conto la morte. Così la reazione dell’Unione europea - un unanime coinvolgimento militare nella lotta all’Is - è dovuta ma al tempo stesso improvvisata. Per fare cosa? Come? E dopo?

Colpiscono simboli, stili di vita, luoghi del divertimento. Nel farlo i terroristi del Califfato urlano odio verso qualcosa che comunque non possono cancellare. Nonostante tutto, continueremo ad andare allo stadio, ai concerti, nei caffè e nei ristoranti all’aperto. È quella dimensione pubblica che, pur con gli evidenti difetti delle nostre società, ci fa sentire parte di una comunità. Questo nostro piccolo grande mondo sfregiato con la paura permanente del pericolo, dell’insidia. Nel cuore di Parigi, tra i capolavori del museo del Bardo, in volo su un jet al ritorno da una vacanza. Di colpo, nel susseguirsi di immagini ansiogene, le mura domestiche appaiono ai nostri occhi come l’unico rifugio sicuro. Il ritorno al focolare è il contrappasso, nell’era della globalizzazione, alla società aperta. Un cupo precipitare all’indietro per la generazione Erasmus cresciuta senza confini, di cui Valeria Solesin, la ricercatrice veneziana di 28 anni assassinata venerdì 13 novembre nella sala del Bataclan, è diventata l’icona: solare e tragica al tempo stesso.

Dal secondo dopoguerra in poi, sulle macerie del nazifascismo, la democrazia politica in Europa è stata concepita come un bene conquistato per sempre. La stessa minaccia sovietica aveva la funzione di ricostituente per le istituzioni parlamentari dell’Ovest: al di qua della cortina di ferro il benessere e la libertà; a Est solo miseria e dittatura. Ora invece dobbiamo affrontare una guerra asimmetrica che sempre più spesso ci colpisce in casa.

“Che guerra sarà” è dunque il titolo di copertina di questa settimana. La risposta a questa fosca prospettiva è nel pensiero di Amleto, scrive (a pagina 57) Massimo Cacciari a conclusione di uno sfoglio di analisi, opinioni, reportage sul campo, immagini suggestive. E il tratto dissacrante di alcuni noti vignettisti italiani.

I governi europei appaiono deboli, divisi, insidiati da forme di un populismo eversivo che, in nome dell’identità nazionale, è esso stesso nemico dell’Europa. Assediati da un duplice attacco, interno ed esterno. Due forme di un nuovo fascismo, riflette lo scrittore anglo-pachistano Hanif Kureishi (a pagina 50). I gruppi dirigenti, sia quelli di estrazione socialista-socialdemocratica che quelli cristiano-popolari, parlano una lingua sempre più spesso lontana dal sentire diffuso. Oscillano pericolosamente tra nuovi muri e frontiere aperte all’immigrazione. Minacciano azioni militari, ma temono le perdite di vite umane sul campo. L’incapacità di decidere e trovare soluzioni adeguate e durature di fronte alla violenza islamica indebolisce i singoli Stati. In Francia, in Italia, in tanti altri paesi a noi vicini rischiamo di ritrovarci democrazie senza consenso. Dunque delegittimate. Inutili.

Deboli ed esposte ad ogni avventura. È quel che auspicano i tagliagole del Califfato. Per poter affermare con compiacimento che la nostra storia, la nostra cultura, le nostre radici non valgono nulla di fronte alla loro feroce determinazione. Il fanatismo contro la laicità. Non possiamo consentirglielo.

Twitter @VicinanzaL

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