Pubblicità
Mondo
febbraio, 2015

Sorveglianza di massa, rinunciamo alla libertà?

Dopo le stragi di Parigi, questa è la strategia a cui puntano i governi europei. Ma ?forse è la risposta sbagliata. Anche ?perché non serve

Beniamino Franklin, da illuminista, non aveva dubbi: «Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza». Certo, Franklin non aveva visto cadere le Torri Gemelle, né massacrare la redazione di Charlie Hebdo. Eventi dopo i quali la questione inesorabilmente torna a dividere: siamo disposti a rinunciare a qualche quota di libertà per avere più sicurezza? Fino a che punto si può perdere una parte di diritti e di privacy delegando la sorveglianza e i controlli a garantire le nostre vite? E ancora: alcuni dei principi civili fondanti del nostro vivere sociale possono essere messi provvisoriamente da parte in nome della difesa dal terrorismo?

In Italia il dilemma si è già posto negli anni di piombo: durante i quali non solo intellettuali come Massimo Mila ma anche padri costituenti come Ugo La Malfa e Leo Valiani ondeggiarono verso la pena di morte. Negli Stati Uniti, dopo l’11 settembre, fu invece varato il Patriot Act, che ha tra l’altro permesso ai servizi segreti intercettazioni telefoniche e controlli del traffico Internet senza mandato della magistratura; e solo lo scandalo Nsa svelato da Edward Snowden ha poi rivelato le dimensioni gigantesche della sorveglianza di massa.

Anche dopo i fatti di Parigi, prevedibilmente, sono state annunciate o decise misure reattive. Il premier britannico James Cameron ha parlato di provvedimenti contro la crittografia, cioè per vietare quegli strumenti che in Rete permettono di dialogare senza essere spiati, ma sono usati anche per fare acquisti on line con la carta di credito o per accedere al proprio conto corrente via Internet, visto che ci mettono al sicuro da chi vuole rubarci i dati; la misura porterebbe inoltre all’oscuramento di popolari servizi come Whatsapp, Snapchat o iMessage, che appunto non sono intercettabili.

Sempre nel Regno Unito, il capo dello spionaggio Andrew Parker ha attaccato la privacy come «principale intralcio per le indagini antiterrorismo»: un ostacolo che peraltro i servizi di Sua Maestà hanno travolto non solo ai tempi dello scandalo denunciato da Snowden ma anche più di recente, quando - come si è scoperto - hanno messo sotto controllo le mail di decine di giornalisti delle maggiori testate inglesi. Quasi tutti i governi Ue hanno poi chiesto al Parlamento europeo di sbloccare in fretta il Passenger Name Recorder (Pnr), un sistema di raccolta e di condivisione tra Paesi dei dati di chiunque prenda un aereo, che resterebbero a disposizione dei governi per tre o cinque anni, comprese le preferenze sui pasti consumati a bordo.

In Francia, Marine LePen ha proposto un referendum sul ritorno alla pena di morte e la sospensione degli accordi di Schengen per la libera circolazione in Europa: un’idea, quest’ultima, che vede d’accordo il governatore leghista della Lombardia Roberto Maroni. A proposito dell’Italia, non ci sono solo le misure decise nel consiglio dei ministri di mercoledì scorso: il responsabile dell’Interno Angelino Alfano, infatti, ha sostenuto che «il punto di equilibrio tra privacy e sicurezza deve variare a seconda dei momenti storici», poi ha emesso una circolare dagli effetti ancora incerti ma che consente alla polizia di accedere a diverse banche dati non istituzionali. Alfano inoltre sta trattando con i colossi del Web, parole sue, «per dare strumenti più significativi a magistratura e forze dell’ordine».

Non è ancora chiaro a cosa porterà questa “collaborazione” in termini di diritti e privacy dell’utente-navigatore. Lo stesso Alfano ha detto di voler «spegnere i provider di siti che abbiano al loro interno incitamento all’odio e veicolazione di messaggi terroristici»: un’ipotesi che, messa così, violerebbe probabilmente sia la Costituzione (il 21 e il 41) sia le norme Ue sulla responsabilità dei provider. Più facilmente Alfano pensa di imporre ai provider di oscurare i singoli siti in questione (quindi non “spegnendo il provider” nel suo insieme) ma anche in questo caso è di dubbia costituzionalità che questa censura possa scattare su semplice segnalazione della polizia e non per decisione della magistratura. Senza dire che, secondo alcuni, eliminare dal Web i siti islamisti otterrebbe l’effetto opposto a quello desiderato (vedere articolo a pagina 62).

Come si vede, comunque, in Europa nessun governo mette in dubbio l’assioma da cui prenderebbero legittimità tutti i provvedimenti, quali che essi siano: cioè il baratto tra una fetta più o meno grande di libertà, di principi e di privacy per avere più sicurezza. In discussione è solo la quantità della fetta, non il postulato in sé. Questa presunta certezza viene tuttavia messa in discussione da altri, sia in Gran Bretagna sia negli Stati Uniti, il Paese che hanno avuto il suo più grave attacco terroristico quasi 14 anni fa e che quindi ha sperimentato gli effetti della sorveglianza di massa in termini di prevenzione.

Il sito non-profit americano ProPublica (vincitore di un premio Pulitzer nel 2010) ha svolto ad esempio un lavoro di fact-checking sulle dichiarazioni dell’ex direttore del Nsa, il generale Keith Alexander, secondo il quale i metodi di controllo diffuso avrebbero contribuito a sventare 54 attentati islamisti negli Usa e altrove, dimostrando come questa affermazione non fosse né fondata né provata. Anche un accurato dossier pubblicato dalla New America Foundation ha smontato pezzo per pezzo questa narrazione, definendola «fuorviante» (il rapporto è on line e si intitola “Do NSA’s Bulk Surveillance Programs Stop Terrorists?”).

Il matematico e docente universitario inglese Ray Corrigan ha di recente pubblicano sul settimanale “The New Scientist” un articolo (“Mass surveillance not effective for finding terrorists”) secondo il quale anche da un punto di vista statistico è difficilissimo che la sorveglianza di massa produca risultati apprezzabili: al contrario, secondo Corrigan rischia di produrre una quantità di “falsi positivi” ulteriormente depistanti ed è uno spreco di risorse economico-umane che si potrebbero usare molto meglio in attività mirate. La stessa tesi è sostenuta da Floyd Rudmin, psicosemiologo statunitense che insegna all’università di Tromsø, in Norvegia, in un testo dal titolo già molto chiaro: “Perché la Nsa si impegna nella sorveglianza di massa, quando è statisticamente impossibile che questo tipo di spionaggio scopra dei terroristi?” (anch’esso disponibile on line, in inglese).

A insinuare qualche dubbio non ci sono però solo analisi provenienti da think-tank d’area libertaria e antiautoritaria. Lo stesso gruppo di esperti nominato da Obama sullo spionaggio e le comunicazioni elettroniche, il cosiddetto President’s Review Group, ha sfornato un rapporto di 300 pagine intitolato “Libertà e sicurezza nel mondo che cambia” con 46 raccomandazioni per riformare l’intelligence Usa: tra le indicazioni più assertive e sorprendenti, quella secondo la quale è del tutto inutile la politica delle intercettazioni di massa, i cui budget sarebbero sostanzialmente soldi buttati. In particolare, il Review Group sostiene di «non aver trovato un solo esempio in cui i programmi di sorveglianza di massa abbiano procurato informazioni cruciali in un’indagine di terrorismo».

A queste perplessità molto pragmatiche, si aggiungono quelle di tipo più filosofico-morale: ha senso logico che un attacco alla libertà provochi per reazione un’autoriduzione delle libertà? E i “valori occidentali” alla cui difesa si è chiamati non consistono proprio in quei diritti universali che qualcuno pensa di ridurre? Domande che vengono mal sopportate quando il pensiero di molti è “siamo in guerra”. Eppure nemmeno troppo tempo fa c’è stato chi, sotto attacco, ha sostenuto che l’unica risposta possibile al terrorismo fosse quella che prevede «non meno apertura, meno diritti e meno tolleranza, ma più apertura, più diritti e più tolleranza»: era il premier norvegese Jens Stoltenberg dopo la strage di Utoya, nel 2011. Evidentemente si ispirava più a Beniamino (Franklin) che ad Angelino (Alfano).

L'edicola

La pace al ribasso può segnare la fine dell'Europa

Esclusa dai negoziati, per contare deve essere davvero un’Unione di Stati con una sola voce

Pubblicità